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16.11.14

Brasile al bivio dopo le presidenziali

 
La vittoria di misura di Dilma Rousseff alle presidenziali di fine ottobre (con il 51,6% al ballottaggio con Aecio Neves che si ferma al 48,4%) non fa che registrare una spaccatura non risolta all’interno della classe dirigente brasiliana (Nota 1).
Determinante per la sua vittoria è stato il voto degli stati più poveri, dove percentualmente sono più numerosi i beneficati dai programmi di sussidi come la Bolsa Famula e Fome Zero. Essa raccoglie più del 60% dei voti in Amazzonia, nel nord e nel nord-est, dove prevale la popolazione nera o meticcia (in un villaggio del Marnhao, uno degli stati più miserabili la Rousseff ha raccolto il 94% dei consensi…), mentre votano per il suo avversario il sud e il sud-ovest, cioè gli stati più ricchi, più istruiti e industrializzati e a maggioranza bianca. A San Paolo Neves, considerato il campione dei brasiliani bianchi, dei grandi industriali e degli immobiliaristi, raccoglie il 64% dei voti.
I fautori delle politiche di Lula-Rousseff esaltano la politica sociale che ha fatto uscire dalla povertà estrema un quinto dei brasiliani, sia con sussidi e prezzi agevolati, sia triplicando in 12 anni il minimo salariale. Di questo programma sociale hanno usufruito 14 milioni di famiglie (pari a circa 50 milioni di brasiliani). Il potere d’acquisto medio dei lavoratori dipendenti è migliorato anche se il gap fra ricchi e poveri in Brasile resta uno dei più forti del mondo. I detrattori hanno sempre sostenuto che lo stesso risultato si ottiene con uno sviluppo sostenuto dell’economia, mentre la distribuzione a pioggia dei benefici e il clientelismo che ha dominato i criteri di distribuzione ha accresciuto la piaga della disoccupazione pubblica. Molti “beneficati” inoltre si trovano fortemente indebitati (ad es. per la casa), l’inflazione è in aumento (6,7%) e solo il tasso di disoccupazione ai minimi storici (4,9%) resta un dato confortante.
Al contrario fra il 2013 e il 2014 è scoppiata la rivolta della cosiddetta “classe media”: proteste di piazza per i numerosi casi di corruzione (in prima fila uno scandalo di fondi neri e bustarelle riguardante la Petrobras, la potente azienda petrolifera di stato), ma anche contro le spese pazze in occasione dei Mondiali di calcio, ma soprattutto per la infima qualità dei servizi pubblici.
Infatti la qualità dei servizi pubblici, dalla sanità alla scuola, ma soprattutto dei trasporti e delle infrastrutture è molto scadente. Un quarto delle case nelle grandi città manca ancora di copertura fognaria, solo il il 14% delle strade è asfaltato. Soprattutto le piccole e medie imprese lamentano il basso gradi di preparazione della manodopera (che contrasta con le eccellenze scientifiche delle grandi Università private), lo stato deplorevole dei trasporti urbani che “consumano” in modo improduttivo il tempo della giornata di lavoro. Ospedali fatiscenti, la burocrazia che imperversa e rallenta, poste e telefoni che non funzionano completano il quadro.
La politica dei sussidi è stata resa possibile nel decennio scorso dalla crescita economica, trainata dalla domanda internazionale di materie prime e prodotti alimentari, i cui prezzi crescevano grazie alle forti esportazioni soprattutto in Cina. Il rallentamento cinese ha determinato una caduta dei prezzi internazionali e un brusco ridimensionamento della crescita brasiliana che adesso è in recessione (+0,3% nei primi 9 mesi del 2014, negativo l’indice PIL previsto sull’intero anno).
Non è più possibile conciliare la bassa tassazione delle imprese con la garanzia del salario minimo ai lavoratori.
In più il modello Lula puntava all’appoggio incondizionato del governo alle grandi imprese di stato, agevolate in ogni modo e che si sono affermate in modo significativo sul mercato internazionale; una situazione che era tollerata dagli imprenditori in quanto le aziende di stato facevano da volano a quelle private, ma adesso le considerano concorrenti sleali e troppo costose. Un mercato internazionale dove la domanda è meno sostenuta mette in luce la debolezza dell’apparato produttivo brasiliano, le aziende manifatturiere non sono abbastanza competitive, pagano una manodopera poco istruita e un ritardo di innovazione.
E’ ripartito, feroce, il dibattito sul deficit pubblico. E qui casca l’asino, si vedono, cioè i limiti del cauto riformismo di Lula e della sua allieva Dilma: nessuno dei due si sogna di tassare i più ricchi, che finanziano il loro stesso partito, quindi dovrà tagliare risorse ai più poveri.
Fra i paesi Brics il Brasile è quello che cresce meno. E’ possibile quindi che la Rousseff, una volta eletta, adotti parte del programma del suo avversario, per rassicurare il mondo degli affari, imbrigliando l’inflazione, tagliando una parte della spesa pubblica. C’è infatti grande attesa sulla scelta del prossimo Ministro degli Esteri, al posto del dimissionario Mantega (sono stati proposti i nomi di Luiz Carlos Trabuco Cappi. Presidente della Bradesco, la seconda banca privata, di Henrique Meirelles, già presidente della banca centrale con Lula, che rassicurerebbe banche e mercati, mentre la nomina di Nelson Barbosa indicherebbe una continuità col passato). Resta il fatto che la politica della Rousseff non dispiace a tutti i settori industriali, perché di fatto i sussidi hanno rianimato i consumi interni e la politica di chiusura alle “invasioni” commerciali e finanziarie degli Usa è ovviamente piaciuta, per la sua componente protezionista, ma anche tenuto conto dell’esempio argentino, con i suoi due default provocati anche dagli hedge fund Usa.
L’elezione della Rousseff garantisce una certa continuità in politica estera: il Brasile resta un “mattone” dei Brics, prosegue il rapporto privilegiato con la Cina (che pure è il principale concorrente nel settore manifatturiero) e la distanza politico-economica con gli Usa. Il 16 novembre il Brasile parteciperà al G20 di Brisbane (Australia) con gli altri quattro membri Brics, cioè Cina, India, Russia, Sudafrica: insieme totalizzano il 42,6% della popolazione mondiale e il 20,4% del PIL mondiale.
Prosegue l’alleanza con i Paesi dell’Alba (Venezuela Ecuador Bolivia) che garantisce a tutti la totale indipendenza energetica per i concorso del bio-diesel brasiliano, del petrolio venezuelano ed ecuadoregno e del gas boliviano.
Prosegue l’integrazione nel Mercosur, che punta a fare del Brasile un contrappeso regionale agli Usa e che riunisce Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela, contrapposti alla filostatunitense e neoliberista Alleanza del Pacifico (Colombia, Messico, Perù Cile). Da marzo sono riprese le trattative per stringere un accordo fra Mercosur ed Europa (attualmente l’interscambio fra i due blocchi vale 130 miliardi di $ annui), in particolare per sviluppare le telecomunicazioni transatlantiche.
In teoria oltre che dirigere la politica estera e dare le linee di indirizzo alla politica di bilancio, Dilma Rousseff dovrebbe nei prossimi mesi procedere ulteriormente contro la corruzione. Dovrebbe, ma è improbabile che lo faccia.
Ed è probabile che, per tralasciare questa promessa elettorale, possa trovare un ottimo alibi nella composizione delle due camere brasiliane, cioè il Congresso Federale e il Senato usciti dalle elezioni del 5 ottobre (in concomitanza del primo turno delle presidenziali).
Rispetto al 2010 fra i 612 parlamentari eletti, risulta fortemente ridimensionato il drappello dei sindacalisti o comunque dei personaggi legati a una qualche istanza sociale (da 83 a 46), sostituiti da ex militari (circa il 30% degli eletti), leader religiosi, principalmente provenienti dalle sette pentecostali, agrari (ben 200 fra le due camere), leader delle campagne anti abortiste, anti gay, o richiamanti a scelte genere “legge e ordine” (contro gli indios, contro i campesinos senza terra, contro gli ambientalisti ecc.). Si sono già delineati robuste lobbies di pressione (che in Brasile si chiamano frentes o bancadas) soprattutto facenti capo al settore agroalimentare e degli armamenti.
Queste lobbies sono in grado di fare sintesi più degli stessi partiti: ben 28 presenti al Congresso per 531 seggi e 16 in Senato per 81 seggi. Il Partito dei lavoratori ha 70 rappresentanti al Congresso e 2 al Senato. Inevitabili, in questa frammentazione, le alchimie parlamentari da “mercato delle vacche”.

La composizione sociale del nuovo Parlamento brasiliano delude chi si era illuso che le battaglie di piazza degli ultimi due anni producesse una radicalizzazione parlamentare. Ancora una volta si conferma che logiche elettorali e movimenti di lotta non corrispondono e che l’espressione di voto, influenzata dai legami clientelari o personalistici, dai mass media e da fattori locali è molto più “conservatrice” di quello che esprimono le classi e gli strati sociali quando agiscono in prima persona. Se ai movimenti di lotta non corrisponde una direzione politica indipendente essi finiscono per ripiegarsi su se stessi dopo la fiammata, riassorbiti dalla politica di piccolo e grande cabotaggio delle classi dirigenti. E mai come in Brasile oggi vale la considerazione che “lo Stato sono loro”.

Nota 1: Su 143 milioni di brasiliani che avevano diritto di voti, 29 milioni si sono astenuti (circa il 20% ) e le schede bianche o nulle sono state 7 milioni (il 4,8%). Al primo turno aveva votato il 79,44 % degli aventi diritto.

20.8.14

Oltre il Rio Grande non c'è libertà

 
Ogni anno sono decine di migliaia i minori che attraversano il Rio Grande (il fiume che scorre lungo il confine tra Messico e Texas). Spesso sono arrestati con i loro familiari o assieme alle persone con le quali provano ad entrare clandestinamente negli States. A volte gli arresti sono effetttuati tramite raid della polizia contro alberghi e chiese (nelle quali gli immigrati si rifugiano). Negli ultimi anni  il numero di immigrati provenienti dai paesi centroamericani di Salvador e Guatemala è in aumento. In passato, dai due Paesi giunsero massiciamente negli anni '80 e agli inizi degli anni '90 centinaia di migliaia di persone a causa della situazione interna dei rispettivi Paesi che vedeva scontrarsi formazioni guerrigliere contro governi di destra supportati dalle amministrazioni americane. Durante questo periodo si calcola che in totale, un milione di centroamericani siano fuggiti negli Stati uniti. Le battaglie dei movimenti dei diritti di questi immigrati cercano da anni di ottenere il riconoscimento di rifugiati.
Negli anni ''80 l'America di Reagan era impegnata a finanziare e sostenere militarmente le forze paramilitari che seminavano il terrore nell'America Centrale. Conseguenza diretta di queste infami collaborazioni, fu il massacro di El Mozote in Salvador nel 1981. Gli squadroni della morte che si scontravano con l'FMLN invasero il villaggio circondando le abitazioni, separando gli abitanti in gruppi di uomini donne e bambini. Furono tutti massacrati tra torture e stupri. Riguardo l'uccisione di queste 1200 persone il Dipartimento di Stato americano affermò che non era successo nulla.
Coloro che in quegli anni cercarono scampo cercando di entrare negli States trovavano al confine guardie di frontiera che li trattavano come tutti gli altri immigrati: col rimpatrio iniziava in il viaggio di ritorno che per molti di loro voleva dire la morte.

Oggi il flusso di immigrazione è costante ed in aumento. A spingere nuove generazioni di salvadoregni ad attraversare il Rio Grande per arrivare negli States non sono più gli scontri militari ma la violenza delle gang legate al narcotraffico. In costante aumento è il numero dei minori: nel 2011 ne sono entrati 6560, 24.600 nel 2013, quest'anno 46.500.
L'amministrazione Obama ha ampliato i centri di detenzione per le famiglie clandestine in modo da poterle deportare più velocemente.
Un rapporto del Congresso afferma che le autorità americane lo scorso anno hanno deportato 72mila immigrati che hanno figli nati negli Stati Uniti, e che quindi per la giurisdizione a stelle e strisce sono cittadini americani a prescindere dello status dei genitori, secondo un rapporto del 2013 vi sono 4,5 milioni di bambini americani che hanno almeno un genitore senza documenti. Se i genitori vengono deportati, a volte i bambini partono con loro, ma possono rimanere se uno dei genitori ha i documenti o con un altro membro della famiglia. In alcuni casi vengono dati in affidamento a famiglie americane.
Durante l'amministrazione Obama è stata oltrepassata la soglia di due milioni di espulsi, George W. Bush nei suoi otto anni di governo ne aveva realizzate 2 milioni e dodicimila, Bill Clinton 141.000 e Ronald Reagan 168 mila.

17.8.14

Perù, dìa de los ninos

 
Recalcitran los días que en aplaudo pasaron
descalzo los caminos sin ningún preocupar
cubitos en lejano mirar, sin sonrojar
que no vitorean maldades ni diferencias.

Crespos rollizos están en sus tiernas miradas
que con inocentes rutinas diversifican
y pegan los pliegues al echar sueños volar
con libros, trompos, muñecas o jícaras arcillas.
Papel, trapo, plástico, soga, madera o metal
y el divertido ¡Ampay…! corriendo en adrenalina
tácito, el alegre pregonar con llanto al revés
¡Niños que en curso, alegrías habrán de mutar...!
Quaker, sopa y verduras resisten apetitos
resfríos y malestares alarman la vida.
Culpa no tenés si el cultivador humano huyo
dejándote a las derivas, manando niño hombre…
Hoy la tecnología juega en dedos y mente
y visión ataca, poniéndote futuros sueños
porque los siglos no dejan las guerras ni las hambres
olvidándose de lo niño, que se lleva dentro.

                                                                G. Salomón García C.

8.6.14

Guerreras

“Hermosa por que ríes,
hermosa por que lloras,
hermosa por que sientes,
hermosa por que defiendes,
jamas sumisa hermosa libertaria,
jamas callada hermosa luchadora,
pues en tu piel esta la fuerza,
fuerza que empuja revolucionaria,
en tu sonrisa hermosa esta el fuego,
que enciende el animo de las masas indignadas,
siempre hermosa mujer, jamas sumisa,
siempre seras rebelde libre, linda y loca.”

12.3.14

A fianco della classe lavoratrice del Venezuela

 
Un anno fa (il 5 marzo) moriva il presidente del Venezuela Chavez. Per molti militanti Chavez resta una figura mitica, il forgiatore di un nuovo modello sociale, chiamato socialismo del XXI secolo. Come sempre i miti sono smentiti dalla realtà quotidiana che non si accorda con le edulcorate narrazioni di fans e supporters. Il regime “socialista” bolivariano, guidato prima da Chavez e oggi da Maduro, ha basato la sua politica “socialista” sull’utilizzo degli introiti petroliferi (il Venezuela è il quinto produttore mondiale di petrolio) per finanziare vari programmi di assistenza sociale per poveri. Tali programmi hanno certamente diminuito l’analfabetismo e hanno accresciuto l’assistenza sanitaria, migliorando le condizioni abitative e di reddito dei poveri. La struttura capitalistica del paese non è stata però in alcun modo messa in discussione e le leve fondamentali dell’economia sono rimaste nelle mani dei capitalisti. Una politica di questo genere non ha impedito alla borghesia venezuelana di ingrassare con ogni mezzo, legale o illegale, a spese del popolo lavoratore, a dispetto di qualsiasi fraseologia rivoluzionaria. Il capitalismo ha delle leggi di funzionamento che non lasciano scampo: o le si asseconda, piegandosi ad esse, o le si distrugge. Una via di mezzo non esiste e per questo tutti i riformismi, a qualsiasi latitudine, alla fine falliscono, le regole di funzionamento del capitalismo si impongono rovinando ogni tentativo di modifica riformista basati su meccanismi di programmazione economica e di redistribuzione del reddito dei parametri capitalistici di funzionamento della produzione e della distribuzione. Il Venezuela non fa eccezione alla regola: la situazione economica è veramente disastrosa, inflazione al 56% su base annua, penuria di generi di tutti i tipi e file chilometriche per poterseli accaparrare, mercato nero e speculazione dilaganti. Gli interventi, tardivi e inefficaci, del governo non sono riusciti nell’intento di riportare la situazione sotto controllo. Da un lato la borghesia vede con sempre maggiore insofferenza i freni che il governo cerca di imporre alla sua brama di arricchimento, dall’altro si verifica uno scollamento tra settori sempre più ampi della classe lavoratrice esasperata da una situazione economica devastante e il regime bolivariano.
In questo contesto esplosivo, la destra reazionaria, legata direttamente agli Stati Uniti, ha approfittato delle difficoltà del governo bolivariano per cercare di dare il colpo di mano finale al regime e cacciare Maduro. I caporioni di questo settore della borghesia venezuelana sono Leopoldo Lopez (capo del partito di destra Volontà Popolare) e Maria Corina Machado (seguace di Margareth Thacher, deputata dell’opposizione e conosciuta per i suoi legami con gli USA). Il fronte della destra reazionaria sta conducendo da un mese una vasta campagna che attraverso manifestazioni, anche violente, sta cercando di realizzare l’obbiettivo di cacciare dal potere i bolivariani. La manifestazione del 12 febbraio è stata la loro prima prova di forza. Essa è stata autorizzata ma si è conclusa con l’assalto all’edificio del procuratore generale. Nei giorni successivi le manifestazioni si sono succedute a un ritmo incalzante. Il Procuratore generale ha quindi spiccato mandato di cattura nei confronti di Lopez per avere aizzato la folla il 12 febbraio. Anche il mandato di cattura è stato utilizzato da Lopez nella sua lunga marcia alla conquista della leadership del fronte di destra: si è infatti consegnato alle autorità, accompagnato in corteo dai suoi sostenitori. Spera così, giocando il ruolo di “martire”, di scalzare l’attuale leader dell’opposizione di destra al regime bolivariano, Capriles Radonsky, avversario sconfitto da Maduro alle presidenziali con uno scarto veramente minimo. Capriles ha preso le distanze da Lopez giudicando la sua azione politica avventuristica e avente come conseguenza il rafforzamento del regime di Maduro. In ogni caso, dato che le manifestazioni proseguivano il governo ha dichiarato ai quattro venti che si stava tentando un golpe con l’appoggio degli USA e ha chiamato alla mobilitazione la base dei sostenitori. Il 18 febbraio c’è stata una grande manifestazione in appoggio al governo dei lavoratori petroliferi e il 19 febbraio Maduro ha lanciato un appello alla classe lavoratrice a unirsi, mobilitarsi e rafforzare le milizie popolari.
Sembra pertanto di assistere a due classiche rappresentazioni: dal lato della destra alla rappresentazione dal titolo “Combattenti per la libertà contro il regime comunista dittatoriale”, dal versante dei bolivariani alla rappresentazione intitolata “golpisti contro regime popolare”. Peccato che, come a teatro la rappresentazione non è mai la realtà ma solo uno specchio parziale, più spesso totalmente deformato, della realtà. Se è innegabile che Lopez e compari abbiano intenzione di rovesciare il governo è altrettanto innegabile che la borghesia in questo mese non è scesa direttamente in campo dando appoggio a Lopez preferendo cucinare a fuoco lento il regime bolivariano, attendendo il suo collasso politico, conseguenza inevitabile della situazione economica. Dall’altro lato il governo il governo “socialista” reagisce cercando la mediazione con settori ”responsabili” dell’opposizione per adottare provvedimenti che avrebbero come unica conseguenza quella di aggravare la già pesantissima situazione delle masse.
Al momento in cui scriviamo queste note la situazione sembra ancora sotto controllo per il governo: nonostante le quasi quotidiane manifestazioni, anche con scontri e morti, l’esercito è per ora unito a fianco del governo, la campagna delle destre fascistoidi non ha avuto l’appoggio popolare sperato (in molti casi il nerbo delle mobilitazioni è costituito dai borghesissimi studenti delle università private). Tuttavia la situazione è fluida e aperta a ogni possibilità anche se, al momento, tuttavia, quella che sembra avere più probabilità di realizzarsi è che il regime per il momento non crollerà. In ogni caso, però, il governo bolivariano, incapace di imboccare, con i fatti e non con le chiacchiere, una strada realmente socialista, non sarà in grado di risolvere la situazione disastrosa che si trova davanti e, pertanto, alla fine rischia lo stesso di essere travolto a causa delle contraddizioni non sapute e volute risolvere, al più tardi alle prossime elezioni presidenziali.
Noi, dal canto nostro, ci auguriamo una soluzione diversa: ci auguriamo che le masse proletarie del Venezuela, stufe delle titubanze e delle incoerenze del governo bolivariano e ugualmente avverse al fronte opposto (che, una volta al governo, condurrebbe una politica economica molto più feroce nei loro confronti di quella condotta del governo attuale) scendano direttamente in campo senza intermediari. E non semplicemente per sconfiggere i piani reazionari di Lopez e padrini nordamericani ma per imporre la soluzione proletaria al disastro economico attuale: dittatura della classe lavoratrice e delle masse povere contro speculatori, accaparratori e parassiti borghesi. Non è una speranza fantastica: la classe lavoratrice del Venezuela ha dimostrato in molte occasioni la capacità di agire senza timori e riguardi per il sacro ordine borghese. Ancora una spallata virulenta e questo marcio edificio potrebbe da essa essere buttato giù, accendendo un fascio di luce che illuminerebbe la classe operaia di tutto il mondo.

Combat – Comunisti per l’Organizzazione di Classe

7.3.14

Julhaym

 
A ti guerrilera
de mil luchas,
te entrego en
tus manos
esta rosa roja.
Por que en tus
manos nacerán 
millones de
Capullos rojos.

                                                                             Alex Pimentel

1.3.14

Argentina - in crisi il “modello k”

Cercasi disperatamente modello economico alternativo!

Alternativo a cosa? «Ma al devastante modello neoliberista, è chiaro!» Mica tanto. «Cosa credevi?» Pensavo fosse anticapitalismo… «E invece era un calesse!» Appunto.
Scrivevo abbastanza sconsolato il 4 maggio 2012: «In Venezuela si nazionalizza, in Argentina pure, in Bolivia anche. E i sovranisti di mezzo mondo vanno in brodo di giuggiole. Letteralmente. Dimenticavo: alla lista dei paesi che si stanno mettendo sulla buona e “rivoluzionaria” strada del nazionalismo economico c’è anche la Bielorussia di Lukashenko» (Socialnazionalismo). Oggi il vento sembra spirare in senso contrario, e la sola cosa che non muta è purtroppo la mia – pessima – condizione umorale quando ho a che fare con la «merda economica».
Scrive Albero Bisin: «Continuiamo a sentire l’Argentina magnificata come economia modello perché ha ripudiato il debito e svalutato (alla fine del 2001), nonostante gli ovvi segnali di sfaldamento da alcuni anni a questa parte. A questo proposito non stupisce poi tanto sentire Beppe Grillo farneticare riguardo all’assegno di due metri per uno che il governo argentino avrebbe consegnato al Fondo Monetario a Manhattan (sic) pur senza aver svenduto il Paese, il suo sistema educativo e sanitario. Per non parlare di economisti del calibro di Paul Krugman che ancora nel maggio 2012, a deterioramento evidente e ben consolidato della situazione economica in Argentina, la additavano alla Grecia come esempio da seguire» (La Repubblica, 27 gennaio 2014). Krugman, probabilmente il premio Nobel più sopravvalutato di tutti i tempi, oggi suggerisce all’Argentina una ricetta economica assai più ortodossa, quasi “rigorista”: «Non c’è alcuna contraddizione nel sostenere che l’Argentina fece bene a seguire politiche eterodosse nel 2002, ma fa male ora a non ascoltare chi le consiglia di ridurre i disavanzi e riportare sotto controllo l’inflazione» (Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 2014). L’economista di successo crede di poter cadere sempre sulle zampe, come accade ai gatti, ma con ciò stesso egli si espone alla giusta ironia dei suoi colleghi, certamente più preparati di lui ma anche meno reclamizzati dai media, soprattutto da quelli progressisti, e quindi pronti a rinfacciargli ogni sciocchezza detta e scritta. E l’economista statunitense non fa certo economia in quanto a produzione di sciocchezze, soprattutto quando affetta pose ultrakeynesiane.
Nel suo libro del 1999 sul Ritorno dell’economia della depressione (Garzanti, 2001), Krugman citava un solo caso di successo (capitalistico) riguardante l’America Latina, quello cileno. «Per molti anni i paesi dell’America Latina hanno quasi avuto l’esclusiva di crisi valutarie, fallimenti bancari, bervi periodi di iperinflazione […] Deboli governi eletti democraticamente si alternavano a dittature militari, ed entrambi cercavano di conquistare la fiducia della gente con programmi populisti che in realtà non potevano permettersi. Nell’intento di finanziare questi programmi finivano per ricorre a prestiti concessi da disinvolti banchieri esteri, che facevano entrare in crisi la bilancia dei pagamenti, oppure alla stampa di denaro contante, che creava iperinflazione […] In America Latina pochi ammiravano la brutalità di Augusto Pinochet; ma le riforme economiche che aveva lanciato in Cile si rivelarono molto efficaci e furono mantenute quando il Cile tornò finalmente alla democrazia nel 1989». L’Argentina invece rispose alla crisi economico-sociale che la scuoteva a ogni livello con un mix di autoritarismo, populismo clientelare e nazionalismo: vedi la disastrosa operazione-Malvinas messa in atto dal generale Leopoldo Galtieri nel 1982 nientemeno che contro l’Inghilterra della signora Thatcher – peraltro anche lei desiderosa di fughe in avanti di stampo nazionalistico per scuotere un Paese in forte crisi di identità, oltre tutto il resto.
 La via cilena alle «riforme strutturali», soprattutto in materia di mercato del lavoro e di gestione del fondo pensioni, fu allora studiata attentamente anche in Italia, e scartata dalla classe dirigente del Bel Paese per non intaccare gli equilibri economici e politici radicati assai in profondità nella sua struttura sociale ormai da decenni – già da prima del fascismo. L’alternanza di fascismo e democrazia ricordata da Krugman a proposito dell’America Latina in generale e del Cile in particolare, ci dice, tra l’altro, quanto sia vera la tesi secondo la quale le due forme politico-istituzionali non sono che le facce intercambiabili della stessa medaglia.
L’Argentina attende ancora quelle dolorosissime «riforme strutturali» che possano recidere una volta per tutte i robusti lacci che la costringono in una dimensione di Paese relativamente arretrato nella sua struttura capitalistica, basata perlopiù sull’esportazione di materie prime alimentari, agricole (soprattutto la soia) e minerarie. «Salari Bassi e “vantaggi naturali” erano storicamente alla base dell’inclusione del capitalismo argentino nel mondo, poco è cambiato negli ultimi dieci anni in questo senso» (R. Astarita, Argenpress.info, 30 gennaio 2014).
A tal proposito è molto istruttivo quanto scrive Filippo Fiorini: «La famiglia Kirchner è salita al potere nel 2003, con una proposta di centrosinistra che presto si sarebbe rivelata una riedizione del peronismo classico: intervento dello Stato sull’economia, protezionismo doganale per rafforzare l’industria e tasse alle campagne. Sulla soia imposero dazi d’esportazione che arrivarono al 35%. Considerato che l’Argentina stava diventando il terzo fornitore mondiale dopo Stati Uniti e Brasile, significava garantirsi un importante flusso di capitale in cassa. Con questi soldi finanziarono grandi piani sociali per i ceti umili e incentivi all’industria, ma mentre cresceva l’impiego, aumentava il carovita […] Dopo la bancarotta dello Stato nel 2001 e una protesta agraria che nel 2008 ha segnato il momento più difficile per la Casa Rosada da quando è stato eletto il primo Kirchner, l’Argentina del 2014 è tornata a essere un Paese economicamente instabile. Anni di statistiche ufficiali edulcorate, di deficit nel commercio estero e nel bilancio delle imprese statalizzate hanno seppellito l’ottimismo per la crescita del pil e del gettito fiscale. Due settimane fa, quando le riserve della Banca Centrale sono andate in rosso e l’autorità monetaria ha smesso di vendere dollari per sostenere il peso, la valuta nazionale è crollata. Governo e popolazione sono stati così travolti dall’urgenza di acquisire beni solidi, che facessero da àncora a tutto ciò che era diventato volatile. Esclusa dai mercati del debito internazionali a causa del default di dieci anni fa, Buenos Aires si è girata ancora una volta nella sua storia verso l’entroterra, accusando gli agricoltori di speculare e ordinando loro di aprire i magazzini per esportare di più» (La stampa, 17 febbraio 2014).
La decisione presa a fine gennaio dalla Banca Centrale degli Stati Uniti di ridurre ulteriormente l’acquisto di asset (soprattutto titoli di Stato) su larga scala (dal 2008, la Federal reserve ha acquistato titoli fino a 85 miliardi di dollari al mese nell’ambito della strategia monetaria quantitative easing) ha certamente dato un brutto colpo alla divisa argentina, che   «tra il 22 e il 23 gennaio, in 48 ore, ha perso il 15 per cento del suo valore rispetto al dollaro» (Internazionale, 5 febbraio 2014); ma l’indebolimento del peso argentino ha, come si è detto, delle cause ben più strutturali e vecchie. Scrive Adriana Bernardotti: «I funzionari e le voci vicini al Governo hanno denunciato comportamenti cospirativi e parlano di un “golpe dei mercati”, puntando il dito specialmente contro la multinazionale anglo-olandese Shell, che il giorno prima dello shock valutario aveva acquisito grandi somme di dollari ad un prezzo superiore all’ufficiale e che adesso ha aumentato del 12% il prezzo della benzina. Tuttavia, al di là del fondamento delle accuse, è evidente che gli interessi che escono vittoriosi sono adesso più chiari: i gruppi monopolisti che controllano il commercio d’esportazione dei cereali e derivati (quindi la fonte principale di ingresso di valuta in Argentina) e i suoi alleati del mondo delle finanze, cioè gli speculatori di mestiere. In ogni caso, le ragioni ultime di questa disfatta sono da ricercare nelle debolezze del modello di sviluppo argentino, ancora dipendente dalle esportazioni di materie prime alimentari controllate da pochi gruppi concentrati» (Cambiailmondo, 8 febbraio 2014). Come ricorda la Bernardotti, il “golpe dei mercati” è un mantra che i politici argentini ripetono da sempre crisi economica dopo crisi economica, peraltro con un certo successo in termini di controllo sociale, di tenuta politica e ideologica.
 Il Fondo Monetario Internazionale si è detto pronto ad accogliere a braccia aperte l’Argentina nella famiglia dei paesi finanziariamente responsabili, naturalmente a patto che il governo di Buenos Aires metta una buona volta il Paese sui virtuosi binari delle «riforme strutturali». D’altra parte, il FMI deve fare i conti con l’effetto contagio, ossia con la possibilità che la crisi argentina inceppi il meccanismo di crescita dei paesi che aderiscono al Mercosur, Uruguay e Paraguay in testa, le cui economie sono particolarmente dipendenti dallo stato di salute dell’economia argentina. «Non a caso pochi giorni fa la senatrice Lucia Topolansky dell’Uruguay (moglie del presidente José Mujica) ha dichiarato: “Se l’Argentina starnutisce, l’Uruguay prende il raffreddore”. Non va inoltre sottovalutato l’aspetto psicologico, che potrebbe indurre i risparmiatori di altri paesi emergenti a disfarsi delle valute locali per cercare rifugio negli asset denominati in dollari» (D. Tentori, Limes).
Va da sé (ma è sempre utile ricordarlo per non venir confuso con certi “comunisti-peronisti” nostrani) che io faccio il tifo solo ed esclusivamente per gli interessi delle classi subalterne argentine, azzannate dall’ennesima crisi economica, e quindi la «modernizzazione capitalistica» dell’Argentina è mia nemica, esattamente come lo è quella del Bel Paese, anche quando dovesse vestire i panni del più spinto keynesismo.
Roberto Lampa e Alejandro Fiorito del Manifesto a questo proposito sembrano pensarla diversamente, e la cosa non mi stupisce affatto: «Ciò che a nostro avviso merita di essere evidenziato è che mentre l’Unione europea annaspa ostaggio del pensiero economico ortodosso e delle ricette neo-liberali propugnate dalle istituzioni internazionali, proprio il Keynes meno addomesticato e l’eterodossia economica strutturalista hanno invece trovato ospitalità nei palazzi di governo dell’economia argentina. Basti ricordare, a mo’ di esempio, il recente obbligo per le banche e le assicurazioni di destinare il 5% dei depositi ad investimenti produttivi in settori strategici stabiliti dal Sottosegretariato alla Pianificazione (!): ciò che in Italia farebbe gridare al regime bolscevico, sembra ancora in grado di garantire all’Argentina una crescita economica di tutto rispetto, nonostante la pessima congiuntura internazionale ed alcuni nodi irrisolti. Se ne accorgeranno il governo e gli addetti ai lavori italiani?» (Il Manifesto, 25 agosto 2013).
L’articolo citato recava questo titolo: Un keynesismo forte fa respirare l’Argentina. Della serie: le ultime parole famose! Fatto sta che «l’Argentina non viveva un evento economico così scioccante dal dicembre 2001, tristemente noto per i cacerolazos nelle strade e il default sul debito estero, preludio della pesantissima recessione che fece sprofondare quasi metà della popolazione sotto la soglia di povertà» (Limes, 6 febbraio 2014). Certo, il Sottosegretariato alla Pianificazione, con tanto di punto esclamativo, non può certo lasciare indifferenti gli amanti dello statalismo, pardon, del “comunismo”, magari in salsa latinoamericana. Per quanto mi riguarda, non posso che augurarmi un nuovo ciclo di lotte operaie e proletarie, in Argentina e ovunque nel mondo. Infatti, una forte lotta di classe fa respirare chi vive di salario. «Ma toglie ossigeno al Sottosegretariato alla Pianificazione». Appunto!
Cristina Kirchner sostiene con sempre più forza la necessità di moderare le richieste salariali nel prossimo rinnovo dei contratti nazionali di lavoro, e confida per il successo della nuova politica economica nella collaborazione delle centrali sindacali, le quali hanno sostenuto con entusiasmo il “Modello K”. Quando la Patria è sottoposta all’attacco dei «poteri forti», della speculazione finanziaria e, dulcis in fundo, dell’Imperialismo statunitense, ogni sacrificio richiesto per la sua salvezza è accettabile. Di qui, l’incitamento del barbuto di Treviri rivolto ai salariati di tutto il mondo: non sentitevi patrioti, ma sfruttati in lotta per la vostra emancipazione! Assai significativamente, Lampa e Fiorito giudichino positivamente «la tradizionale vicinanza dei governi peronisti alle centrali sindacali argentine»: come volevasi dimostrare.
«Da parte del governo», scrive lo statalista Claudio Tognonato, «ci sono stati e ci sono molti errori, distra­zioni, misure sba­gliate, incom­pe­tenze e casi di cor­ru­zione, ma il governo ha sem­pre pun­tato al recu­pero del set­tore pub­blico e si è con­fron­tato con i grandi inte­ressi pri­vati. Le scelte poli­ti­che pos­sono essere cri­ti­cate, dibat­tute e miglio­rate, ma gli argen­tini hanno vis­suto sulla pro­pria pelle la cecità della legge del mer­cato, quella che pre­tende di deter­mi­nare il valore delle cose igno­rando i diritti e destabilizzando l’economia reale» (Il Manifesto, 27 gennaio 2014). Personalmente non faccio alcuna differenza tra Capitale pubblico e privato, né condivido la ridicola dicotomia tra economia fittizia ed economia reale, balla ideologico-speculativa ripetuta ormai da un secolo da chi non conosce i meccanismi di funzionamento del Capitalismo mondiale. Ovviamente il problema non è – puramente – dottrinario, ma piuttosto essenzialmente politico, nella misura in cui quella gigantesca balla postula la costruzione di un fronte unito dei «ceti produttivi» (dagli industriali «onesti e responsabili» ai loro operai: era la fissa del PCI di Berlinguer e della CGIL di Lama) contro la maledetta speculazione finanziaria e i «poteri forti», nazionali e internazionali.
Nel Capitalismo «il valore delle cose» ha come suo ultimo fondamento lo sfruttamento del lavoro salariato, e questa realtà difficile da cogliere nei periodi di euforia speculativa viene puntualmente a galla nei momenti di crisi economica, quando «la gente avverte l’urgenza di acquisire beni solidi, che facciano da àncora a ciò che è diventato volatile». Non a caso oggi economisti di statura mondiale che non credono in una prossima “uscita dal tunnel” dell’economia mondiale consigliano la gente a investire nel vecchio e caro oro. 
 A proposito del noto guru genovese tirato in ballo da Bisin nell’articolo visto sopra, ecco una gustosa frecciatina lanciatagli dal blogger Mario Seminero: «E così, dopo l’Argentina, abbiamo inseguito la bufala dell’Islanda che ha fatto “default controllato e non avrebbe pagato i propri debiti, Anche queste sono purissime idiozie che si squagliano come neve al sole della realtà. Vedo che ora Grillo sta cercando di rifugiarsi in Ecuador (un po’ come fatto da Julian Assange, ma per motivazioni ben più nobili e serie), e si è trovato un nuovo modello da presentare ai gonzi di casa nostra. Un modello talmente sovrano che l’Ecuador è un paese completamente dollarizzato. Ci vuole sempre molta pazienza, diciamo» (Phastidio, 27 gennaio 2014). Tempi duri per i sovranisti che vanno a caccia di modelli “alternativi”.

 fonte: Sebastiano Isaia

15.2.14

Perù - Mobilitazione nazionale contro gli aumenti degli stipendi dei ministri

 
Giovedì scorso, una manifestazione di più di 2000 persone ha attraversato il centro della capitale, Lima per protestare contro i recenti provvedimenti del governo miranti ad aumentare gli stipendi dei parlamentari.

Il governo ha emanato un decreto che sancisce un aumento dello stipendio di un ministro che passa da 15.600 Nuovo Sol a 30.000. Ciò equivale a 40 salari minimi, e rappresenta il più grande divario salariale nel Sud America tra classe politica e salariati.
Ma con 10.368 dollari i ministri peruviani non sono i meglio pagati nell'America Latina: i ministri cileni ne guadagnano 14.341 mentre i brasiliani 11.222.
In Perù, di fronte ad una situazione di crisi e insicurezza sociale che attraversa tutto il Paese, con milioni di disoccupati e persone prive dei mezzi basilari di sostentamento, con un 10% della popolazione che soffre di malnutrizione, il governo ha pensato bene di aumentare le indennità della sua classe dirigente. Le maggiori organizzazioni sindacali tra cui la CGTP hanno promosso le mobilitazioni di protesta fin da subito coivolgendo la popolazione, in quella che sta diventando una protesta di massa riunita sotto il movimento che ha anche un hashtag su Twitter, "# Tomalacalle" promosso dal Colectivo Dignitad.
Tra le accuse contro il governo, è da rilevare quella contro le misure portate avanti dal Ministero dell'Economia e delle Finanze che consistono nel taglio dei bonus remunerativi (3.500) concesse ai medici, discriminando i medici che lavorano nelle aree remote del paese finora rimasti esclusi da tali rimborsi.
Ad Arequipa sugli striscioni dei manifestanti c'era scritto che un insegnate col suo salario deve lavorare tre anni per arrivare allo stipendio di un mese di un ministro. Un altro striscione recitava: "Congresso nido di
topi".
Da un capo all'altro del globo l'arroganza e l'ipocrisia della borghesia non conosce limiti nè vergogna.

CG

9.1.14

Arrestati 3 bambini della comunità Mapuche a Curacautín

Nove bambini, tra cui un bambino di soli tre anni, sono stati arrestati dalla polizia e costretti a lasciare la tenuta di Santa Filomena nei pressi della città di Caracautin. Per i leader della zona, quest'episodio è stato "unico e senza precedenti nel contesto della sistematica repressione poliziesca contro il popolo mapuche".

La comunità mapuche di Caracautin ha riferito che la mattina dell'8 gennaio un centinaio di uomini delle forze speciali di polizia hanno sgomberato la tenuta di Filomena recuperata tre giorni fa dalla comunità Liempi Colipi, vicino a Caracautin.

I capi della comunità hanno inviato un appello urgente all'opinione pubblica, alle agenzie di protezione dell'infanzia e dei diritti umani affinchè si riporti quanto avvenuto nella zona la loro presenza.

La tenuta rivendicata dai Mapuche è composta da 600 ettari, i quali "rimangono sotto occupazione permanente dai loro legittimi proprietari", secondo quanto espresso dai rappresentanti della comunità.

25.8.13

Colombia paralizzata dalle proteste. Settimo giorno di sciopero

Quello che era iniziato come uno sciopero nazionale nel settore agrario ha assunto forme più allargate di protesta contro il governo colombiano che in questi lunghi giorni si trova sempre più in difficoltà ad affrontare la situazione. Oggi è il settimo giorno consecutivo di proteste e la rabbia della popolazione non accenna a diminuire mentre il governo nel completo panico di ingestibilità della situazione rafforza lo schieramento dei forze dell'ordine in tutto il Paese.
Più di 220 persone arrestate, decine e decine di feriti, due morti, almeno 25 le province bloccate ad intermittenza da parte della popolazione, strade completamente chiuse, mentre non si placa la rabbia di fronte all'atteggiamento criminale e aggressivo da parte della polizia.
Da una parte il Governo che tenta la carta del dialogo con i contadini per placare le proteste, dall'altra migliaia di agricoltori, camionisti, minatori, studenti, operai e più in generale la popolazione che non intendono abbandonare le proteste fino a quando non ci saranno soluzioni appropriate. Al centro dell'attenzione le politiche economiche dell'amministrazione del presidente Juan Manuel Santos, gli undici Trattati di Libero Commercio che costituiscono una vera e propria razzia sulle terre dei contadini, ma anche l'elevato prezzo del combustibile, la riforma tributaria, progetti minerari e energetici devastanti e una situazione di malessere generalizzata che porta all'espansione a macchia d'olio delle proteste a cui stiamo assistendo in questi giorni.
Nella regione di Boyacá, dove il protagonismo della popolazione è alto, continuano ad essere bloccate le strade di accesso. A Bogotà, nella giornata di ieri una grande marcia di agricoltori ha attraversato le strade della città, mentre altre 4mila persone si sono diretti verso la strada che collega la capitale con Villavicencio. In numerose altre città continuano i blocchi ad oltranza.
Mentre il Governo ha cercato di far fronte alla crisi con le misure e manovre neoliberali più disparate, oggi quello che è chiaro, e lo dimostrano le manifestazioni e le mobilitazioni di massa, è che la popolazione non sembra essere più disposta a pagare il prezzo di una situazione caratterizzata da forme di governo e governanti che hanno una chiara responsabilità.
La nuova carta del dialogo che il Governo ha deciso di giocarsi, denota la strategia messa in atto: provare a negoziare con gli agricoltori in tavoli separati, non tenendo in considerazione il malessere più generalizzato, per non andare così ad intaccare quella struttura economica che garantisce il regolare svolgimento della governabilità del Paese.
Ma l'esecutivo di Santos non potrà ad ogni modo non tener conto dell'impatto delle politiche economiche che da anni si stanno implementando e che ormai stanno portando la popolazione a unire le forze, ad organizzarsi e a prepararsi. Si attendono quindi nuove giornate di lotta per le strade colombiane, caratterizzate da una totale avversità nei confronti del governo di Santos e da una messa in discussione di un modello politico e economico.

fonte: Infoaut

5.8.13

"Quiero abrir nuevos soles"

(...)
No sé que pasará conmigo y mis
hermanos en la lucha,
pero supe vivir y morir como
hombre digno,
queriendo respetar y salvar al que
todo lo sufre,
quiero abrir nuevos soles salvadores.
El final de la historia lo dirán
mis compañeros
arriba, abajo, encima de la historia
y contarán a mis hijos
historias verdaderas,
y para siempre vivirá la esperanza

                                                                                                      Javier Heraud

4.8.13

"I cacciatori di lavoratori sono fuori dal loro tempo"

La borghesia vuole la pace? Che si converti  in classe operaia! Vogliono la pace coloro che sono l'autorità? Non hanno che da togliersi i loro vestiti e prendere, da uomini, il piccone e pala, l'aratro e la zappa!
Perché finché ci sarà disuguaglianza, mentre pochi lavorano per altri che consumano, finché esisteranno le parole borghesia e plebe, non ci sarà pace: ci sarà guerra senza tregua, e la nostra bandiera, la bandiera rossa del popolo, continuerà a sfidare i proiettili nemici, sostenuta dagli eroi al grido di: «¡Viva Tierra y Libertad!»
In Messico, le rivoluzioni politiche sono passate alla storia. I cacciatori di lavoratori sono fuori dal loro tempo. I lavoratori coscienti non vogliono più parassiti. I governi sono parassiti, per questo gridiamo: Morte al governo!
Compagni: salutiamo la nostra bandiera. Non è la bandiera di un solo paese, ma di tutto il proletariato. Contiene tutti i dolori, tutte le torture, tutte le lacrime, così come tutta la collera, tutte le proteste, tutta la rabbia degli oppressi della Terra.
Ma questa bandiera non porta con sè solo dolore e collera; è un simbolo di rinnovata speranza per i poveri, in essa è contenuto un mondo tutto nuovo per i ribelli.
Nelle sue umili dimore, il lavoratore accarezzando la testa dei suoi figli sognando entusiasto che queste creature una vita migliore di quella finora vissuta; non ci saranno più catene; non avranno più bisogno di vendere le loro braccia al ladro borghese, né di rispettare le leggi della classe parassitaria, né gli ordini dei mascalzoni che si fanno chiamare autorità.

                                                                                                   Ricardo Flores Magón

28.7.13

Perù - Manifestazione contro il governo e scontri a Lima

Dopo gli scontri di inizio mese, un'altra giornata di mobilitazione nazionale si è tenuta ieri in Perù nel centro della capitale. Ieri, sabato 27 luglio, migliaia di dimostranti hanno manifestato a Lima riuniti sotto il movimento denominatosi "Toma la Calle". Alle mobilitazioni hanno partecipato tutti i settori sociali che alle precedenti elezioni hanno riposto fiducia nel presidente Hollanta, portavoce di un cambiamento che doveva essere volto a migliorare le condizioni degli strati più poveri della popolazione. Fiducia presto disattesa; uno degli slogan più ripetuti e ricorrenti nelle dimostrazioni di questi mesi compresa quella di ieri, è infatti quello di "Traitor" riferito al Presidente e a tutto il suo governo.
In piazza lavoratori, organizzazioni sindacali, studenti e rappresentanze di tutto i movimenti di protesta contro i progetti minerari nel Paese, in lotta da anni per difendere il loro territorio da speculazioni e devastazioni ambientali. I lavoratori protestano contro la recente legge del governo "Servicio civil" che investe tutti i lavoratori del settore pubblico e che mina i diritti di organizzazione sindacale. Gli studenti protestano contro le privatizzazioni delle università e contro l'aumento dei costi di iscrizione. Tutti protestano contro la corruzione e la distribuzione delle cariche pubbliche tra gli alleati politici del governo.
Negli scontri di ieri ci sono stati 16 arresti, ma si parla di altri arresti in funzione preventiva già nei giorni precedenti alla manifestazione, che ricordano tempi non troppo lontani quando, in nome della "sicurezza nazionale" e della lotta contro il terrorismo, vigeva uno stato di polizia dove la paura e il sospetto venivano alimentati ad arte dallo Stato per soffocare ogni rivendicazione sociale e restingere i diritti di libertà più basilari.
Il governo ha affermato nelle scorse ore che repressione e violenza della polizia assieme all'enorme dispiegamento di forze (5000 poliziotti in Piazza Dos de Mayo e San Martin luogo di assembramento della manifestazione) erano "giustificati" perchè vi era il rischio di infiltrazioni di ex membri di Sendero Luminoso nelle proteste. Gli scontri sono iniziati quando i manifestanti si sono avvicinati alla sede del Congresso. Nonostante le forze del (loro) ordine fossero al corrente del carattere prevalentemente pacifico della manifestazione, ribadito più volte anche dai promotori stessi del movimento, improvvisamente sono iniziate cariche, lanci di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, pestaggi e arresti. Tutte le giustificazioni fornite dalla polizia, sono state smentite dagli organizzatori, compresa quella che millantava una fazione violenta dei manifestanti capeggiata dai "barristas" (gli ultras peruviani) di una delle due squadre della capitale, anche loro in manifestazione ma in un altro posto nel momento in cui sono iniziati gli scontri.
La situazione politica che si delinea vede una classe politica divisa tra il promuovere una politica neoliberista da una parte, e una politica più nazionalista (che coinvolge tutte le anime della sinistra fuori dal governo) dall'altra, sostenitrice di un ruolo più centrale dello Stato sui settori chiave della produzione nazionale, come quello minerario.
Le associazioni, i sindacati, i movimenti che hanno manifestato ieri assicurano che le mobilitazioni andranno avanti anche oggi, domenica 28 luglio, a 192 anni dall'indipendenza peruviana.

CG

21.7.13

Lágrima Ríos


Quando l'Uruguay abolì la schiavitù nel 1842, documenti descrivono rituali di danza africana a Montevideo, danze note come tanghi, con l'accento sulla seconda sillaba. Sono riferite a questo periodo le differenti ipotesi sulle sconosciute origini del tango, uno dei più noti generi musicali latino-americani.
Il tango si sviluppa simultaneamente a Montevideo e Buenos Aires. Anche se generalmente considerata come una creazione di immigrati italiani e spagnoli, secondo gli esperti, la musica del tango e i movimenti di danza ad essa associati sono stati profondamente influenzati dalla danza e dalla musica africana.

18.7.13

L'unica vera ragione di vita



                                                      Frida Kahlo - Moses (1945)

20.4.13

La protesta degli indios irrompe al Parlamento di Brasilia

 
Il 16 aprile centinaia di indios brasiliani hanno fatto irruzione nel Congresso della capitale occupando per ore la Camera dei deputati per protestare contro un progetto di legge che modificherebbe le disposizioni sulle delimitazioni e lo sfruttamento delle riserve indigene presenti sul territorio.

Gli indios sono riusciti a forzare le barriere poste a protezione dell’ingresso del Parlamento e hanno fatto irruzione alla Camera cogliendo di sorpresa i deputati lì presenti per una seduta: una volta dentro, i nativi (arrivati a Brasilia da tutto il paese e appartenenti a popoli diversi) hanno dichiarato che non avrebbero abbandonato l’aula fino a quando non fosse stato bloccato l’iter dell’emendamento che modificherebbe le autorizzazioni allo sfruttamento delle riserve.

L’emendamento costituzionale in questione prende il nome di Pec 215 e fu proposto già nel 2000 ma solo dopo più di dodici anni è stato rispolverato dal Congresso ottenendo già l’approvazione di alcune commissioni.

Tale emendamento trasferirebbe al Congresso il potere (attualmente detenuto dal Funai, l’agenzia federale degli affari indigeni del paese) di demarcare i territori delle riserve e di autorizzarne lo sfruttamento: una legge che fa gola ai grandi latifondisti del paese e a molte multinazionali ma che trova una strenua resistenza da parte degli indios presenti nel paese, già decimati e vittime di continue minacce ai propri territori ma decisi a non farsi togliere quanto rimane delle proprie terre.

Di fronte all’inaspettata irruzione e alla determinazione degli indios, il presidente della Camera ha disposto che la commissione convocata per votare l’emendamento venga rimandata al prossimo semestre e che in tale data i nativi brasiliani potranno partecipare ai negoziati: una prima seppur parziale vittoria per gli indios, che non solo hanno ottenuto il rinvio della discussione della legge ma anche la possibilità di partecipare ad un procedimento che chiama in causa i loro diritti, un dato assolutamente inedito nella storia del Congresso brasiliano. 

fonte: Infoaut.org

12.4.13

Cile, 150.000 in piazza a Santiago per la marcha estudiantil

 
Non si ferma la mobilitazione degli studenti cileni che in queste settimane sono tornati a riempire le strade di tutto il paese contro le politiche neoliberiste del governo che stanno attaccando anche il mondo della formazione: dopo le due manifestazioni tenutesi nel mese di Marzo, quest’oggi studenti medi e universitari si sono dati appuntamento a Santiago per una nuova marcha estudiantil.
150.000 persone hanno invaso le strade della capitale con un lungo corteo composto da giovani e giovanissimi ma anche da molti genitori, insegnanti e lavoratori della formazione che nei giorni scorsi hanno raccolto l’invito alla mobilitazione lanciato dagli studenti.
La manifestazione si è snodata lungo una delle arterie principali della città, via Alameda, fino a raggiungere la stazione Mapocho: proprio qui sono scoppiati scontri tra alcuni encapuchados che hanno iniziato a rimuovere le transenne ‘di contenimento’ poste all’arrivo del corteo e le forze dell’ordine, che hanno reagito duramente con idranti, lancio di lacrimogeni e di pallottole di gomma ripiene di vernice, usate per riconoscere chi ha partecipato agli scontri. Queste ultime in particolare hanno causato diversi feriti perché sparate all’altezza del viso da parte dei carabineros; almeno 6 persone sono state fermate.
Grosse manifestazioni si sono tenute anche in diverse altre città del Cile, come a La Serena, Valparaiso, Concepción e Temuco y Valdivia.
All’esplosione di scontri al termine del corteo della capitale è seguita ancora una volta la presa di distanza dei sindacati studenteschi che dall’inizio del movimento studentesco hanno sempre cercato di marginalizzare e criminalizzare la sua parte più conflittuale, quella dei giovani encapuchados che animano le piazze cilene.
La giornata di oggi ha comunque rappresentato una prova importante di come il movimento degli studenti, dal 2011 ad oggi, abbia tutt'altro che esaurito la propria spinta e ha lanciato un messaggio chiaro al governo di Pinera e al ministro dell'istruzione Beyer che con le loro politiche a base di ricette neoliberiste stanno facendo dell'istruzione un mero strumento di lucro, innalzandone sempre più i costi e restringendone le possibilità di accesso. La manifestazione ha anche lanciato una sfida al governo in vista delle prossime elezioni di novembre, durante le quali le promesse elettorali non potranno non tenere conto delle rivendicazioni dei diversi movimenti sorti in questi anni in Cile.

fonte: Infoaut.org

11.4.13

Una notte lunga 500 anni

 A 94 anni dalla tua morte noi siamo ancora qui. Figli della lunga notte alla quale siamo stati condannati secoli fa, eredi di un destino come il tuo; degli esseri umani che ostinatamente rifiutano di credere nell'oscurità eterna e aspirano a quelle che un giorno, finalmente, saranno mattine diverse.
 


8.4.13

Wikileaks: Il Vaticano appoggiò il golpe contro Allende e collaborò con Pinochet


Questo lunedì Wikileaks ha reso pubblici quasi due milioni di documenti diplomatici segreti degli Stati Uniti, risalenti agni anni '70. Tra questi, alcuni rivelano la complicità effettiva del Vaticano nel colpo di Stato contro Salvador Allende in Cile (1973)e la sua collaborazione e il suo sostegno, alla dittatura militare di Augusto Pinochet (1973-1990).
Uno dei documenti, datato 18 ottobre 1973, afferma che il sostituto del segretario di Stato vaticano, Giovanni Benelli, espresse ai diplomatici statunitensi la "sua grave preoccupazione come quella di Paolo VI, per l'esito della campagna internazionale della sinistra per distorcere completamente la realtà della situazione cilena".
Un altro documento sostiene che il Vaticano difese il regime di Pinochet, "negando le repressioni denunciate", tacciate di "propaganda comunista".
La Santa Sede bollò come "esagerata copertura degli eventi (in Cile) quella che fu la propaganda comunista di maggior successo" e riconobbe che anche "circoli di moderati e di conservatori sembravano disposti a credere alle grossolane menzogne sugli eccessi della giunta cilena".
Pur ammettendo che ci fu qualche spargimento di sangue, il Vaticano si richiamò alla nunziatura apostolica in Santiago e ai vescovi cileni affermando che "la giunta stava facendo tutto il possibile per riportare la situazione alla normalità e che le notizie di stampa che parlavano di repressione brutale non avevano fondamento".
I documenti includono missive di delegazioni diplomatiche, rapporti degli organi di intelligence, così come la corrispondenza col Congresso  sulle questioni di politica estera.
Il quotidiano spagnolo 'Público' ha spiegato che Benelli era il secondo in comando della Santa Sede, perchè il segretario di stato vaticano, Amleto Giovanni Cicognani, era troppo anziano.
Durante il suo mandato Benelli, come braccio destro di Paolo VI, si guadagnò il soprannome di "Kissinger del Vaticano", a causa di coloro che descrivevano la sua gestione aggressiva ed autoritaria, esattamente come quella del segretario di Stato degli Stati Uniti di quel momento, Henry Kissinger.
Benelli fu ricevette il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon (1969-1974). L'elicotterò di Nixon atterrò in Plaza de  San Pedro, nel 1969, per suggellare l'alleanza anticomunista tra la Casa Bianca e il Vaticano, all'origine dei vari colpi di Stato nell'America latina.
Il fondatore di Wikileaks, l'austrialiano Julian Assange, ha riferito che questi documenti erano già disponibili negli archivi nazionali degli Stati Uniti. Wikileaks li ha solo ricopiati, indirzzato e sistematizzato la loro consultazione.

fonte: BioBioChile

2.4.13

Cile, gli studenti rilanciano la protesta

 
Una manifestazione di massa con centinaia di arresti e un'escalation di riots notturni nel pieno centro di Santiago hanno rimesso al centro dell'attenzione della società cilena la protesta di decine di migliaia di studenti, medi e universitari, proprio in questi giorni. Una protesta che, lungi dall'essere occasionale, continua con diversi livelli di intensità da oltre due anni, e ha contribuito a generalizzare il dissenso verso le politiche neoliberiste del governo di Sebastian Piñera e del ministro dell'educazione Harald Beyer.

Il 28 marzo, su chiamata delle principali sigle studentesche, una manifestazione (marcha estudiantil) di ottantamila studenti ha percorso in lungo e in largo le lunghe avenues della capitale. Un corpus di studenti, molti dei quali giovanissimi, molto colorato e determinato, accompagnato dalla solidarietà crescente di anziani e disoccupati che si sono uniti al corteo.

Evidentemente il Governo in carica ha mal digerito la grandezza numerica della manifestazione in prossimità di nuove elezioni. Così il corteo è stato deliberatamente attaccato dai Carabineros, che con blindati dotati di cannoni lancia-acqua e lanci di gas lacrimogeni hanno letteralmente spezzato in due la manifestazione, scatenandosi in una caccia al manifestante che da almeno due anni a questa parte è una consuetudine delle forze repressive. Una forzatura indiscriminata che ha visto le fila maggiormente ribelli di studenti opporre resistenza con barricate incendiarie e lanci di pietre. Alla fine della giornata gli arresti, di cui la maggiorparte del tutto arbitrari, erano stimati in più di trecento. Molte persone dall'interno della manifestazione han potuto filmare/fotografare gli arresti immotivati di ragazzi sotto i 15 anni e, in alcuni casi, le molestie di alcuni carabineros intenti a palpeggiare delle studentesse prima di caricarle nei furgoni blindati.

La denuncia degli abusi di polizia relativi alla giornata del 28 Marzo è stata netta da parte delle organizzazioni studentesche, meno dalla “società civile” grazie al lavoro di censura – mistificazione operato dalle principali emittenti televisive inu questi giorni. Ciononostante, una risposta determinata alla repressione si è data nella notte tra il 30 e il 31 marzo, lungo le strade del centro di Santiago, quando centinaia di ragazzi incappuciati hanno bloccato delle strade secondarie con barricate incendiarie, ingaggiando per diverse ore il conflitto con i Carabineros. Lancio di lacrimogeni, getti d'acqua e pallottole di gomma da una parte, sassi e molotov dall'altra. Numerosi i blindati dati alle fiamme e decine le vie rimaste impraticabili per ore e ore nel cuore della capitale.

Torna a prendere slancio dunque la protesta studentesca, alimentata anche dalla recente serie di scandali nell'ambito dell'educazione universitaria che dimostrano come questa si sia convertita in un “vile affare” con il coinvolgimento attivo del ministro dell'educazione nell'alimentare i casi di lucro. Per l'analista Waissbluth è indubbio che il contesto di crescenti proteste in periodo pre-elettorale porrà la questione educativa come un problema ineludibile di tutte le forze politiche in campo e per chi aspira al mandato di nuovo presidente del governo in Cile. 
 
fonte: Infoaut.org