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16.9.14

"Partiti di massa"

Pubblichiamo uno scritto di Danilo Mannucci, di cui abbiamo parlato nello scorso numero di questo giornale, inviatoci dal figlio Giuseppe. Danilo Mannucci è stato un militante comunista rivoluzionario, perseguitato dal fascismo, fondatore della CGL rossa, segretario della Camera del lavoro di Salerno; espulso dal PCI, aderì alla frazione ed al PCInt. Il periodo in cui venne redatto questo scritto (tra la fine del 1944 e l'inizio del 1945), vede l'Italia divisa tra un Centro-nord occupato dalle truppe tedesche (con il sostegno della fascista Repubblica di Salò), ed un Sud in mano agli Alleati, i quali si appoggiano sulla politica collaborazionista e borghese dei "partiti di massa", a capo della Resistenza. Tra di essi si distinguono la DC, il PCI ed il PSI, che vedono accorere tra le loro fila numerosi "nuovi aderenti", alla ricerca di ciò che descrive con efficacia Danilo Mannucci. E' il solito sport nazionale del "salto sul carro del vincitore", che vedrà nell'Italia repubblicana l'emergere di una vera e propria "scuola", popolata da personaggi molto più squallidi, profittatori, arraffoni e cialtroni di quelli a cui si riferisce Mannucci. Se da questo punto di vista potremmo dire: "il buon Danilo non poteva immaginare dove saremmo arrivati", è comunque significativo il fatto che nell'articolo si mettano in primo piano degli altri aspetti, di cui un partito rivolozionario non può far finta di nulla: 1) la necessità della ricerca di una adesione di massa genuina e non fittizia (tenendo presente che il concetto di "massa" varia col variare della situazione); 2) tale adesione "non s'improvvisa, ma si prepara" se si vuole veramente costruire qualcosa di serio, e non l'ennesimo partito-burletta destinato ad essere spazzato via al primo cenno di reazione. Insegnamenti per l'oggi e per il domani. Un caro saluto a Giuseppe Mannucci, che è anche autore del libro che narra la militanza del padre.

Bisogna essere tali ad ogni costo! Anche quando la massa, o almeno la parte più evoluta e politicamente cosciente di questa massa ci sfugge di mano, dobbiamo restare a qualsiasi costo... partito di massa! Nascondendo le lacune, colmando i vuoti; rimpiazzando coloro che s'allontanano con elementi eterogenei e non sempre ... illibati, spalancando larghe le porte a chi vuole entrare, senza scendere a sottigliezze personali e scandali del passato. Tanto, la camicia nera non è più di moda, e il resto non conta! Quello che conta è invece il numero. Certi libelli politici, così maestri nel falsare la verità e la storia, annunzieranno pomposamente che a Forlimpopoli il partito conta 15mila aderenti, o che ne conta 50mila a Villalunatica. E artificiosamente si crea per sé stessi e per gli altri la leggenda burlesca dei potentissimi "partiti di massa". E, nel fenomeno dell'autosuggestione, ci s'illude illudendo la platea.
Ma quale massa, eterni buffoni? Esaminiamo bene da vicino questa turba che corre al partito come correva al rifugio sotto la minaccia dei bombardamenti aerei. Esaminiamola bene, e cerchiamo di estrarne tutte le deduzioni dovute. La stragrande maggioranza di questi affannatissimi individui cerca la tessera solo per due motivi: di carattere politico, il primo, di carattere economico, il secondo.
Nel primo di questi motivi la tessera d'iscrizione a questi legalissimi partiti serve per far dimenticare un passato vergognoso e non scevro di macchie, ed insinuarsi nei posti di prima fila grazie a certe doti individuali che "umilmente" vengono messo al servizio di questo "ideale" fiorito all'ultimo minuto. Ed innalzandosi al di sopra delle sofferenze dei vecchi, noi vediamo certi individui che han così bene appoggiato il nefasto regime fascista, quando non ne furono parte integrante, arrogarsi un indiscutibilissimo diritto di primato e proporre persino l'espulsione a vecchi e provati elementi di partito. Il passaggio, d'altra parte, è semplicissimo. Basta cambiar la parola "camerata" con quello di "compagno". Il resto va da sé! Nel secondo di questi motivi è la massa amorfa, digiuna di ogni concezione ideologica, sfiduciata da un triste esperimento ventennale così miseramente fallito, tradita e calpestata nei suoi diritti da una prepotenza che la tenne "massa schiava" per tanto tempo e che, conscia solo dell'importanza che assumono certi partiti oggi (specie il partito comunista), ravvisano in questi i sostituti del fascismo, e corrono a cercare la tessera, pensando con la medesima di potersi mantenere o procacciare l'impiego, oppure di risolvere certe questioni di carattere economico divenute oggi d'imperiosa necessità. Nell'uno e nell'altro caso, assenza completa di idealismo o anche di semplice concezione politica, ma in compenso arrivismo, paura del domani, convenienza personale, necessità o supposta necessità familiare, ecc.,
Ed è questa la massa che voi oggi accogliete per riformare i partiti? Sono questi i nuovi gregari ai quali voi spalancate larghe le porte per poter giustificare le strombazzate cifre dei vostri gazzettini? O non sono piuttosto dei gruppi belanti ed incoscienti che ricercano nel partito la greppia ed il pascolo per risolvere unicamente la questione della pancia? Siamo logici, ma sopratutto anche onesti!
Il partito di massa non esiste ancora poiché voi non siete stati capaci di crearlo. Non s'improvvisano di colpo i grandi partiti rivoluzionari se non si forma prima una coscienza ideologica o politica a questa stessa massa che si vuole attirare. Se poi vogliamo semplicemente appagare l'ambizione limitandoci ad essere "numero", ebbene, noi formeremo un partito sulla carta, ma all'atto pratico niente avremo fatto di concreto.
Basterà un piccolo cenno di reazione e noi vedremo questa stessa massa scompaginarsi e frantumarsi avanti l'urto iniziale, poiché la storia c'insegna che le lotte rivoluzionarie non s'improvvisano; ma si preparano. Sono dunque questi i partiti di massa che voi riformate per la lotta del domani? O il vostro recondito scopo non è piuttosto quello di mantenere le turbe ancora incoscienti ed addormentate, poiché non potete, in forza di concordati stipulati, incamminarle sulla via di quella rivoluzione dalla quale vi distanziate ogni giorno di più?
Alla storia il compito di scrivere la verità! Ed il mondo saprà domani discernere chi tradì e chi servì il proletariato.

                                                                                                Danilo Mannucci

(da "Pagine Marxiste" n.36 luglio/agosto 2014)

20.8.14

Oltre il Rio Grande non c'è libertà

 
Ogni anno sono decine di migliaia i minori che attraversano il Rio Grande (il fiume che scorre lungo il confine tra Messico e Texas). Spesso sono arrestati con i loro familiari o assieme alle persone con le quali provano ad entrare clandestinamente negli States. A volte gli arresti sono effetttuati tramite raid della polizia contro alberghi e chiese (nelle quali gli immigrati si rifugiano). Negli ultimi anni  il numero di immigrati provenienti dai paesi centroamericani di Salvador e Guatemala è in aumento. In passato, dai due Paesi giunsero massiciamente negli anni '80 e agli inizi degli anni '90 centinaia di migliaia di persone a causa della situazione interna dei rispettivi Paesi che vedeva scontrarsi formazioni guerrigliere contro governi di destra supportati dalle amministrazioni americane. Durante questo periodo si calcola che in totale, un milione di centroamericani siano fuggiti negli Stati uniti. Le battaglie dei movimenti dei diritti di questi immigrati cercano da anni di ottenere il riconoscimento di rifugiati.
Negli anni ''80 l'America di Reagan era impegnata a finanziare e sostenere militarmente le forze paramilitari che seminavano il terrore nell'America Centrale. Conseguenza diretta di queste infami collaborazioni, fu il massacro di El Mozote in Salvador nel 1981. Gli squadroni della morte che si scontravano con l'FMLN invasero il villaggio circondando le abitazioni, separando gli abitanti in gruppi di uomini donne e bambini. Furono tutti massacrati tra torture e stupri. Riguardo l'uccisione di queste 1200 persone il Dipartimento di Stato americano affermò che non era successo nulla.
Coloro che in quegli anni cercarono scampo cercando di entrare negli States trovavano al confine guardie di frontiera che li trattavano come tutti gli altri immigrati: col rimpatrio iniziava in il viaggio di ritorno che per molti di loro voleva dire la morte.

Oggi il flusso di immigrazione è costante ed in aumento. A spingere nuove generazioni di salvadoregni ad attraversare il Rio Grande per arrivare negli States non sono più gli scontri militari ma la violenza delle gang legate al narcotraffico. In costante aumento è il numero dei minori: nel 2011 ne sono entrati 6560, 24.600 nel 2013, quest'anno 46.500.
L'amministrazione Obama ha ampliato i centri di detenzione per le famiglie clandestine in modo da poterle deportare più velocemente.
Un rapporto del Congresso afferma che le autorità americane lo scorso anno hanno deportato 72mila immigrati che hanno figli nati negli Stati Uniti, e che quindi per la giurisdizione a stelle e strisce sono cittadini americani a prescindere dello status dei genitori, secondo un rapporto del 2013 vi sono 4,5 milioni di bambini americani che hanno almeno un genitore senza documenti. Se i genitori vengono deportati, a volte i bambini partono con loro, ma possono rimanere se uno dei genitori ha i documenti o con un altro membro della famiglia. In alcuni casi vengono dati in affidamento a famiglie americane.
Durante l'amministrazione Obama è stata oltrepassata la soglia di due milioni di espulsi, George W. Bush nei suoi otto anni di governo ne aveva realizzate 2 milioni e dodicimila, Bill Clinton 141.000 e Ronald Reagan 168 mila.

21.1.14

15 gennaio 1919: l’assassinio di Karl e Rosa

Il 15 gennaio 1919 i capi del Partito Comunista Tedesco (KPD), Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, venivano arrestati ed assassinati a Berlino dagli sgherri del ministro degli interni Gustav Noske.

La loro morte era l’epilogo della rivoluzione tedesca, iniziata come rivolta contro le istituzioni imperiali e repressa nel sangue dal governo guidato dal socialdemocratico Friedrich Ebert. La socialdemocrazia tedesca (SPD) nei decenni precedenti era considerata in tutto il mondo il principale baluardo della causa dell’emancipazione della classe lavoratrice ed era il più forte ed influente partito socialista, un modello a cui si ispiravano i partiti socialisti di tutti i paesi. Era tuttavia minata al suo interno dalla malattia inguaribile dell’opportunismo piccolo borghese ma tale malattia, denunciata con vigore per prima proprio da Rosa Luxemburg, si manifestò in modo plateale agli occhi di tutto il mondo nel 1914 con il voto favorevole ai crediti di guerra che permettevano allo stato tedesco di finanziare una guerra che avrebbe causato milioni di morti. Con questa azione criminale la socialdemocrazia tradì platealmente i lavoratori tedeschi e di tutto il mondo che riponevano in essa la massima fiducia. Dopo questa infamia la SPD si schierò sempre a fianco degli sfruttatori e ancora oggi in Germania è uno dei principali bastioni della conservazione del sistema capitalistico. I socialdemocratici tedeschi andarono al potere in seguito alla rivolta dei marinai e degli operai tedeschi ma non vollero mettersi al servizio dell’emancipazione della classe operaia, al contrario, usarono la loro forza e la loro influenza sulle masse per mantenere l’ordine, vale a dire per sconfiggere la rivoluzione e permettere il mantenimento del capitalismo, tutto ciò in aperta e sfacciata collaborazione con i latifondisti, i grandi capitalisti e le gerarchie militari. Fedeli a questa missione repressero in maniera spietata i moti rivoluzionari degli operai e dei soldati che volevano farla finita con il capitalismo.

Karl e Rosa si erano battuti sin dall’inizio contro questo infame tradimento, pagando prima col carcere e poi con la vita la loro coerenza rivoluzionaria.

La lotta di Karl e Rosa contro il riformismo e il tradimento era stata una lotta a tutto campo: all’interno della SPD e poi con la Lega Spartaco e il KPD, sul piano teorico, infine sul piano militare che li ha purtroppo visti capitolare.

L’azione teorica di Rosa Luxemburg è ancora oggi un punto di riferimento ineludibile per il marxismo, che se ne accolgano o meno le tesi.

Fra le molte opere possiamo ricordare: Riforma sociale o rivoluzione?, con cui seppellisce le teorie economiche del revisionista Eduard Bernstein, modello politico di quel riformismo che poi la assassinerà (“È bastato che l’opportunismo parlasse per dimostrare che non aveva niente da dire”, questa la pungente conclusione del libro); Questioni di organizzazione della socialdemocrazia russa, con cui polemizza con Lenin sul modello di partito da adottare; La rivoluzione russa, dove critica la dirigenza bolscevica sulla gestione della dittatura del proletariato… ma ve ne sono molte altre.

La Lega Spartaco, che si prefiggeva di portare fino a in fondo la rivoluzione proletaria contro i dirigenti socialdemocratici che lavoravano per affossarla, era arrivata all’appuntamento con la storia ancora troppo debole, soprattutto rispetto a un partito opportunista come la SPD, ben organizzato e radicato in quella classe lavoratrice che ha poi tradito. Debolezza che ha pagato con la sconfitta militare e la repressione più brutale attuata dai paramilitari dei Freikorps.

Con la loro morte, “Karl e Rosa hanno compiuto il loro estremo dovere rivoluzionario”, come scriveva Leo Jogiches, dirigente di Spartaco, anche lui assassinato più tardi, in una lettera a Lenin. Di questo dovere erano ben coscienti, tanto che Rosa in una lettera a Sophie Liebknecht diceva: “…Lei lo sa, nonostante tutto io spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o in carcere. Ma nella parte più intima, appartengo più alle mie cinciallegre che ai “compagni”….”.

Nella vita politica come nella morte, Karl e Rosa restano un esempio di coerenza e impegno per una società senza classi né nazioni.
 
Combat – Comunisti per l’Organizzazione di Classe

fonte: Combat-coc.org

13.1.14

Gennaio 2010 - Viva i «teppisti» della lotta di classe di Rosarno!

Sottoposti a condizioni di lavoro e di vita subumane, impegnati in agricoltura per 15-16 ore di lavoro con un salario di 20 euro il giorno decurtato di 5 euro a titolo di «tassa di soggiorno» dagli appaltatori di braccia nostrani, ammassati come bestie in una vecchia fabbrica in disuso e in un'altra struttura abbandonata, i proletari neri immigrati di Rosarno si sono infine ribellati all'ennesima aggressione: il ferimento di due extracomunitari da parte di persone non identificate con un'arma ad aria compressa e pallini da caccia, come si addice, per l'appunto a degli animali.

Richiamati in tutti quei luoghi ed in settori economici in cui è richiesta manodopera a buon mercato, i lavoratori - ed a maggior ragione quelli "migranti" ed "irregolari" - devono essere poi rapidamente espulsi dai territori che li hanno gentilmente ospitati quando la domanda di carne umana viene meno. E' precisamente quello che è accaduto in Calabria: "Rosarno non ha più bisogno di extracomunitari. Dal 2007 l'Europa assegna contributi all'agricoltura non sulla base del raccolto ma dell'estensione del terreno, si paga a ettari e non a chili, quindi non conviene più raccogliere le arance" (intervista ad Antonio Nicaso, 14.1.2010). I colpi d'arma da fuoco che hanno scatenato la collera dei lavoratori neri sono arrivati dunque al momento giusto ed hanno dato fuoco alla miccia. Se "nel dicembre del 2008 [...] gli extracomunitari avevano reagito all'aggressione a colpi di pistola da parte di un gruppo di ragazzi inscenando una manifestazione pacifica fino al Comune" (La Stampa, 8.1.2010), stavolta la misura era colma e le cose sono andate ben diversamente. I lavoratori hanno seguito finalmente il loro istinto di classe infrangendo le norme dei Codici civili e penali borghesi per dar vita ad una rivolta di strada rabbiosa e feroce. Non si sono preoccupati né della "pubblica opinione" né delle regole della "convivenza civile", e proprio per ciò si sono infine dimostrati degli uomini e non delle semplici braccia a disposizione del Capitale. "Armati di spranghe e bastoni, gli extracomunitari [...] hanno attraversato la cittadina distruggendo centinaia di auto, in qualche caso anche con persone a bordo [...], abitazioni, vasi e cassonetti dell'immondizia" (Corriere della Sera, 7.1.2010). "Distruggono tutto quello che trovano davanti, dai vasi di fiori alle vetrine dei negozi" (La Stampa, 8.1. 2010). Quello che giustamente preoccupa la borghesia ed i suoi pennivendoli e che a noi, al contrario, fa solo piacere, è non soltanto il soprassalto di umanità della carne nera schiavizzata, "la volontà di reagire che probabilmente covava da tempo nella colonia di lavoratori ammassati nella struttura di Rosarno in condizioni al limite del sopportabile", ma anche e soprattutto il fatto che la guerriglia urbana sia divampata "nonostante l'intervento di polizia e carabinieri schierati in assetto antisommossa" (Corriere della Sera, 7.1.2010). Subumana la reazione anti-immigrati dei cittadini di Rosarno, che non meritano neppure l'appellativo di "razzisti", ma semplicemente quello di schiavi del capitale reclutati in una lurida guerra tra poveri a maggior beneficio degli sfruttatori e dei profittatori [1] di qualunque razza e nazione. Il "razzismo" è un falso problema, è solo una comoda cortina fumogena messa in campo dal democratismo imperante per nascondere che il vero scontro, quello di cui i fatti di Rosarno sono solo l'inizio, è di classe e non certo di razza. A questo modo si devia l'attenzione dei proletari più sensibili su un problema inesistente, quello appunto del "razzismo" e della presunta necessità di lottare contro questo spaventapasseri assieme ai borghesi "illuminati" e timorati di quel Dio recentemente invocato dall'ex-nazista Ratzinger [2], a tutela della calpestata "dignità umana" degli extracomunitari [3]. Il razzismo, quello vero, poteva esistere solo prima del capitalismo. Quello che oggi viene etichettato come "razzismo" è solo un'ideologia confusa, contraddittoria e priva di qualsiasi coerenza e dignità. Se il "razzismo" sotto il cielo del capitale esistesse per davvero non avremmo avuto il bene di assistere allo spettacolo divertente di un Himmler antisemita prostrato ai banchieri ebrei Rotschild in piena seconda guerra mondiale, oppure a quello più recente di un Berlusconi, capo di un governo di cui fanno parte anche i bisonti bavosi della Lega Nord, sempre pronti a ringhiare alla luna contro i musulmani e contro i "marocchini" in genere, che si è improvvisato ilare amico e compagno di merende del "marocchino" Gheddafi. E non dubitiamo che i suddetti bisonti bavosi sarebbero pronti non solo a correre con la lingua penzoloni dietro il deretano "marocchino" di un qualsiasi emiro del Golfo Persico che facesse annusare loro odor di petrolio, ma anche a prestargli i loro servigi come mogli nel suo harem. Razzisti dei miei stivali. Nel 1896 a Zurigo toccò agli immigrati italiani di essere portati in salvo, proprio come i neri di Rosarno, dalle autorità elvetiche, che organizzarono dei treni speciali per sottrarli al pogrom scatenato dai bravi cittadini di quella città. "E altri gendarmi e altri treni avevano sottratto i nostri nonni, tre anni prima, ad Aigues Mortes, alla furia assassina dei francesi che accusavano i nostri, a stragrande maggioranza "padani", di rubare loro il lavoro".[4] Ma la collera nera di Rosarno ha avuto il merito di rammentare a tutti gli oppressi che la loro strada è fuori e contro lo Stato, fuori e contro la democrazia. Anche e soprattutto per questo secondo motivo Rosarno è il mondo.
 
Partito Comunista Internazionale

23.10.13

Rivoluzionari/e: Mother Jones

 
Nasce a Cork (Irlanda) nel 1830. Si trasferisce negli USA, dove fa l'insegnante e la sarta.Suo nonno viene impiccato dagli inglesi, e la famiglia perseguitata in quanto sostenitrice della causa irlandese.
Sposa un operaio, militante del sindacato ed ha da lui quattro figli. Nel 1867 la febbre gialla si porta via tutta la famiglia.
A Chicago, conosce i KOL e ne diventa militante. Dove ci sono le lotte, lei è presente e sempre in prima fila.
Partecipa alla "Grande Sollevazione" (1873) e organizza i ferrovieri a Pittsburg, Baltimora, Ohio, St. Louis. Per lei "le leggi non sono altro che l'espressione delle volontà degli industriali".
Licenziata dalla "United Mine Workers" di John Mitchell, è accolta da Bill Hayhood nella "Western Federation of Miners" e diventa leader delle principali lotte dei minatori dell'epoca.
1897 - Miniere di antracite
1901 - Sciopero contro Morgan- Carnegie
1903 - Sciopero di Cripple Creek
E' tra le fondatrici del "Socialdemocratic Party" (1898) entra poi nel "Socialist Party of America" (1904) e l'anno dopo è l'unica dirigente donna degli I.W.W.
E' l'inventrice della lotta per la "libertà di parola" all'ovest, dove attua forme di lotta di massa che coinvolgono intere famiglie operaie e spiazzano i potere costituiti.
E' richiesta ovunque ci sia scontro di classe.
E' dirigente del grande sciopero del 1913 dei minatori dell'Arizona "uno dei più importanti scioperi nella storia del movimento operiao USA" (P.Ortoleva).
Si oppone alla guerra imperialista girando in lungo e in largo il Paese per far scaturire dalle fabbriche la vera opposizione di classe. La fine degli IWW la colpisce duramente; ma non spezza in lei la voglia di organizzare i lavoratori. In tarda età è ancora attiva nei Congressi sindacali e nella sinistra americana.
Dira E. Debs di lei "Il suo solo nome è simbolo della rivoluzione". Muore il 30 novembre del 1930, all'età di 100 anni.
Nel suo testasmento, c'è scritto che "il futuro è nelle forti, ruvide mani dei lavoratori".

7.8.13

"Ci chiamano ladri e banditi"



Il mio nome è Assata Shakur (nome da schiava joanne chesimard), e sono una rivoluzionaria. Una rivoluzionaria Nera. Ciò significa che ho dichiarato guerra a tutte le forze che hanno violentato le nostre donne, castrato i nostri uomini e tenuto i nostri bambini con lo stomaco vuoto. Ho dichiarato guerra ai ricchi che prosperano sulla nostra povertà, ai politicanti che ci  mentono coi volti sorridenti, a tutti i robot senza cuore e cervello, che proteggono loro e le loro proprietà.
Sono una rivoluzionaria nera, e, come tale, sono una vittima di tutta l'ira, l'odio e l'infamia di cui l'Amerika è capace. Così come tutti gli altri rivoluzionari neri, l'Amerika sta cercando di linciarmi. (...)

L'aspettativa di vita per le masse nere è molto più bassa di quella dei bianchi, loro fanno del loro meglio per ucciderci prima di essere nati. Noi siamo bruciati vivi in ​​case popolari-trappola. I nostri fratelli e sorelle muoiono quotidianamente di eroina e metadone. I nostri bambini muoiono per avvelenamento da piombo. Milioni di persone di colore sono morte a causa di cure mediche indecenti. Questo è omicidio. (...)

Il novanta per cento della popolazione carceraria in questo paese è nera assieme a persone provenienti dal Terzo Mondo che non possono permettersi né cauzioni né avvocati. Loro ci chiamano ladri e banditi. Dicono che rubiamo. Ma non lo era chi ha rubato milioni di persone di colore dal continente africano? Siamo stati derubati del nostro linguaggio, dei nostri Dei, della nostra cultura, della nostra dignità umana, del nostro lavoro, e delle nostre vite. Ci chiamano ladri, eppure non siamo noi che rubiamo milioni di dollari ogni anno attraverso evasioni fiscali, cartelli illegali, appropriazione indebita, frodi ai consumatori, tangenti, speculazioni e truffe. Ci chiamano banditi, eppure ogni volta che le persone nere percepiscono il loro salario siamo noi che siamo derubati. Ogni volta che entriamo in un negozio nel nostro quartiere accade lo stesso. E ogni volta che paghiamo l'affitto il padrone di casa ci infila una pistola tra le costole.

Loro ci chiamano ladri
, ma noi non abbiamo rapinato e ucciso i nativi cacciandoli dalla loro patria, per poi chiamare noi stessi pionieri. Ci chiamano banditi, ma non siamo noi che stiamo depredando l'Africa, l'Asia e l'America Latina delle loro risorse naturali e dellla libertà, mentre le persone che vi abitano sono malate e affamate. I governanti di questo Paese e i loro tirapiedi hanno commesso alcuni dei più brutali crimini feroci della storia. Sono loro i banditi. Sono loro gli assassini. E dovrebbero essere trattati come tali. Questi maniaci non possono essere adatti a giudicarmi, o Clark, o qualsiasi altra persona nera sotto processo in Amerika. La gente di colore dovrebbe, e inevitabilmente, deve determinare il proprio destino. Ogni rivoluzione nella storia è stato fatta da azioni, sebbene anche le parole sono necessarie. Dobbiamo creare scudi che ci proteggano e lance che penetrano i nostri nemici. I neri devono imparare a lottare con la lotta. Dobbiamo imparare dai nostri errori. (...)

Dobbiamo difendere noi stessi e non permettere a nessuno di mancarci di rispetto. Dobbiamo ottenere la nostra liberazione con ogni mezzo necessario. E' nostro dovere combattere per la nostra libertà. E' nostro dovere vincere. Bisogna amarsi e sostenersi a vicenda. Non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene.

                                                    Assata Shakur  (Alla mia gente, 14 luglio 1973)

22.7.13

Rivoluzionari/e: Claudia Jones

Erano passati pochi mesi dai fatti di Notting Hill, la rivolta razziale contro la popolazione nera avvenuta nel 1958 a ovest di Londra. La piccola comunità immigrata caraibica che viveva nel quartiere di Kensington si stava appena riprendendo dagli attacchi razzisti e fascisti dell'estate passata, quando un gruppo di razzisti accoltella a morte Kelso Cochrane, ragazzo di origine caraibica. Nessuno verrà processato. Gli immigrati provenienti dalle diverse isole dei Caraibi iniziano ad organizzarsi contro gli attacchi fascisti e una polizia a loro ostile. Al centro di questa lotta c'è la comunista Claudia Jones.
Nata a Trinidad, quando essa era ancora una colonia britannica, all'età di 9 anni, la sua famiglia si trasferì ad Harlem, New York, dove vivevano in condizioni di estrema povertà. Quando Claudia compie 12 anni sua madre, un operaia, morì di sfinimento e di povertà. "Non riuscivo a frequentare i corsi scolastici perché non avevo un vestito. La nostra famiglia era così povera. Ho pianto per giorni".
Lavorò come commessa e come operaia. Si accorse che le misure del governo contro i neri avevano colpito anche i bianchi poveri; ciò la spinse all'età di 18 anni, ad aderire al Partito comunista americano. Era il 1936. Dal 1941 divenne il coordinatore nazionale della Lega dei Giovani Comunisti e dedicò tutto il suo tempo al lavoro e alla militanza politica.
Dopo la seconda guerra mondiale iniziò il cosidetto fenomeno del 'maccartismo': il governo degli Stati Uniti perseguitava, incarcerava, deportatava molti neri e comunisti colpevoli di attività 'anti-americane'. Claudia fu imprigionata quattro volte dal governo americano.
In carcere dichiarò:"Se noi neghiamo tutti i diritti e incarceriamo in campi di concentramento, i prossimi saranno i sindacalisti, poi toccherà ai neri, agli ebrei, a tutti i nati all'estero, e tutti coloro che amano la pace e la libertà si troveranno ad affrontare la bestialità e il tormento del fascismo. Il nostro destino è il destino della democrazia americana. La nostra lotta è la lotta di tutti gli avversari della barbarie fascista, di tutti coloro che aborrono la guerra e desiderano la pace. "
Nonostante le campagne e le proteste per la sua liberazione, venne deportata nel 1955.
Nell'inverno del 1955 Claudia arriva a Londra. Qui la discriminazione razziale è ancora perfettamente legale. Una città dove i proprietari possono mettere alle finestre delle case cartelli con scritto sopra: "Niente neri, niente cani, niente irlandesi"- costringendo i neri che arrivavano risiedere in quartieri poveri come Notting Hill.
Claudia inizia da subito a lottare per i diritti dei neri e contro le discriminazioni.
Fonda, sopra il negozio di un barbiere a Brixton, uno dei primi quotidiani "neri", la 'West Indian Gazette'. Tutti i migliori scrittori caraibici del tempo scrissero per la Gazzetta, figure come quella di Paul Robeson caro amico di Claudia, passarono per il giornale.  
Claudia, nonostante il peggioramento della sua salute, si impegna in tutte le campagne in corso in quegli anni: contro la legge sull'immigrazione 1962 che rese più difficile per i neri del Commonwealth entrare in Gran Bretagna, per la liberazione di Nelson Mandela, lottando continuamente contro il razzismo nei luoghi di lavoro e nelle sezioni sindacali.
Il 25 dicembre del 1964 venne trovata morta nel suo appartamento - stroncata da un attacco cardiaco. Una vita di stenti e sofferenze minarono la sua salute fino ad ucciderla all'età di soli 48 anni.
Claudia Jones è stata sepolta accanto alla tomba di Karl Marx nel cimitero di Highgate, a nord di Londra.

                                                  I funerali di Claudia Jones

8.5.13

12 maggio 2008 - La retata di Postville

Stati Uniti. Il 12 maggio del 2008, 390 immigrati (di cui 314 uomini e 76 donne) vennero arrestati nello Stato dell'Iowa per il reato di clandestinità. Il reato di clandestinità consiste nell'entrare irregolarmente nel territorio Usa. A causa della volontà di infrangere frontiere chiuse create dal capitale a difesa di fortezze sempre più putride, per questi compagni di classe si aprirono le porte del carcere.
Provenivano per lo più dal Centro America. La maggiorparte di loro per superare il confine dovette pagare ingenti somme di denaro, spesso i risparmi di una vita, a dei "protettori" sorta di bande mafiose locali che gestiscono la fase del superamento del confine trasformandolo in un vero e proprio business.
Dei 390 lavoratori arrestati quel giorno in Iowa, 290 provenivano dal Guatemala, 93 dal Messico, tre da Israele e 4 dall'Ucraina. Tutti lavoravano per conto della Agriprocessors Inc., la più grande industria di imballaggio di carne kosher.
Il raid dell'arresto è avvenuto di mattina,  messo in atto dagli agenti federali dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), un corpo speciale federale che si occupa oltre che del controllo delle frontiere anche del perseguimento dei reati legati alla clandestinità.
Per il numero di persone arrestate, stando a quanto affermato all'epoca da Tim Counts un portavoce dell'ICE [fonte:Henry C.Jackson, The Associated Press], si trattò dell'operazione "più grande di questo genere mai effettuata negli Stati Uniti".
Questi arresti seguirono altre numerose analoghe operazioni, tutte compiute nei mesi precedenti, contro centinaia di immigrati.
Un raid simile fu compiuto anche l'anno prima, quando gli arrestati furono 361, molti dei quali furono successivamente "espulsi e separati dalle loro famiglie" [fonte:'The Des Moines Register', 13 maggio 2008].
I responsabili dell'ICE precisarono che gli arresti erano di tipo "amministrativo": come se l'essere imprigionati per quei lavoratori potesse assumere un significato diverso, meno grave e "meno importante".
Quel lunedì mattina, dall'esterno della fabbrica, qualcuno provò col megafono ad avvisare i lavoratori che stavano entrando che gli agenti dell'ICE erano lì ad aspettarli. "Molti nella fabbrica hanno provato a nascondersi. Alcuni hanno provato a scappare" ma il raid era ormai iniziato. I lavoratori provarono a cercare rifugio nella vicina chiesa cattolica di Postville, a St.Bridget nella quale dopo gli arresti alcune famiglie si rifugeranno con i rispettivi bambini. Nella fabbrica, gli agenti dell'ICE, armi in mano, urlavano di uscire fuori dai nascondigli. Mentre perquisivano, ordinavano di togliersi di dosso qualsiasi indumento pesante, e infine ammenettavano gli operai. [fonte: 'The Des Moines Register, 13 maggio 2008].
L'Agriprocessors venne informata dall'Amministrazione sulla Sicurezza Sociale di discrepanze amministrative per ogni tassa annuale dal 2000 al 2005 riguardanti la posizione contributiva dei suoi dipendenti.
Giudici e avvocati affermavano che la Agriprocessors non poteva non sapere che alle sue dipendenze c'erano immigrati clandestini.
Un'indagine del Dipartimento dei trasporti arrivò a scoprire che un supervisore dell'Agriprocessors costringeva i lavoratori a comprare macchine da lui registrando successivamente le macchine sotto falsa identità.
Il Dipartimento del lavoro individuò seri problemi legati alla sicurezza sul posto di lavoro in fabbrica. 
Le multe inflitte all' Agriprocessors si aggirarono intorno ai 182.000 $, ridotte poi a 42.750 $ dopo che la compagnia concordò di voler correggere parte delle violazioni (che riguardavano depositi dei materiali inadatti, trattamento a mano di composti chimici nocivi, inadeguato addestramento nell'uso delle mascherine respiratorie).
A tutto ciò  si aggiunsero le notifiche dell''Amministrazione della sicurezza professionale' che mostrò documentazioni di incidenti avvenuti in fabbrica tra i quali 5 amputazioni, una dozzina di casi di fratture ossee, ferite agli occhi e perdita di udito tra il 2001 e il 2006. L'aspetto sorpredente fu quello che a far luce su questo sistema di sfruttamento furono organizzazioni e apparati istituzionali: come se anche per la legge dei padroni quanto avveniva a Postville andava troppo oltre lo sfruttamento "consentito".
Degli arrestati, 297 si dichiararono "colpevoli" e vennero condannati. La colpevolezza riguardava l'aver fatto uso di documenti falsificati. Circa 60 lavoratori vennero rilasciati per ragioni umanitarie, mentre altri 20 furono espulsi.[fonte cbs5.com]
I lavoratori immigrati che lavoravano in Iowa hanno molto in comune con gli immigrati che sbarcano sulle coste italiane. Mentre i padroni della Agriprocessors hanno dal canto loro molto in comune con il padronato europeo che come il suo omologo a stelle e strisce, sfrutta la manodopera immigrata cercando di metterla in contrapposizione con quella locale. E'una storia che si ripete: la ricerca di un posto di lavoro, il desiderio di riuscire a dare ai propri figli un futuro più sicuro, la fuga dalla povertà sono tra i motivi che spingono decine di migliaia di persone ad oltrepassare un confine infame.
Una volta giunti a destinazione, le condizioni di lavoro sono le peggiori: sottopagati rispetto ai lavoratori residenti, meno tutele sanitarie, discriminazioni continue, più precarietà, più sfruttamento.
Medesimo è il comportamento dello Stato che adotta l'ipocrita atteggiamento di creare leggi sull'immigrazione che relegano l'immigrato in una posizione che è essa stessa precondizione del suo sfruttamento.
C'è un altro aspetto che accomuna, la repressione e le condizioni dei lavoratori immigrati: come in Italia, anche in America la questione immigrazione è un potente bacino di voti nella campagna elettorale anche se negli Usa questo "ruolo" è attivo perchè le minoranze etniche costituiscono un effettivo bacino di voti, mentre in Italia il "ruolo" è passivo perchè i partiti strumentalizzano il fenomeno immigratorio in funzione del loro tornaconto politico.
Tornando a Postville, quell'anno a seguito degli arresti, ci furono molte manifestazioni di solidarietà in tutto il Paese, rafforzando i movimenti contro la repressione dei lavoratori clandestini. La repressione delle famiglie operaie di Postville è stata una repressione contro tutta la nostra classe. Ce la ricorderemo, nella battaglia finale contro il mostro-capitale. No nation, one class, one struggle.

Combat Genova


23.4.13

Recensioni: Potassa. Storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi

 
Autore: Alberto Prunetti
Editore: Stampa Alternativa, II edizione 2004
Pagine: 104 Prezzo: 7 €

 
Quando incontravamo i compagni della prima ora, quelli “dal ‘21”, ci venivano raccontati episodi, trasmesse esperienze ed emozioni che non è facile descrivere; ci convincevamo di essere dei privilegiati, per avere avuto la fortuna di poterli conoscere ed ascoltare. La memoria correva a ritroso, sino ad arrivare al 1921, anno di fondazione del Partito. Lì, inevitabilmente, irrompeva un nome come un macigno: “Roccastrada”.
In effetti, i fatti di Roccastrada, per le dimensioni e la gravità che assunsero, rappresentarono un episodio chiave dello scontro frontale tra comunisti e fascisti; dei fatti di Roccastrada si occuparono tutti i giornali del Partito, se ne discusse anche all’I.C.
Gli episodi descritti nel libro di Prunetti si svolgono in un arco temporale che parte da 11 giorni prima dei fatti di Roccastrada, proseguendo sino agli anni ‘30, e sono ambientati in località che da Roccastrada distano meno di trenta chilometri. La narrazione oscilla tra la cronaca dei fatti reali e un romanzo di fantasia.
“Il termine potassa è un lemma del dizionario ristretto della chimica e indica in origine il carbonato di potassio. Notoriamente il carbonato di potassio si ottiene dalle ceneri del legno e di altre piante, oppure facendo reagire idrossido di potassio con biossido di carbonio. Tra i vari componenti di potassio non si può non citare il clorato di potassio, detto clorato di potassa, un composto cristallino bianco, preparato con l’elettrolisi delle soluzioni di cloruro di potassio. E’ un forte agente ossidante ed è utilizzato nella fabbricazione di fiammiferi, di fuochi artificiali, e di esplosivi. Ma Potassa per me è sempre stato il nome di quelle quattro case affacciate sull’Aurelia vecchia, verso Grosseto…”
A Potassa, il 13 luglio 1921, il facchino comunista Marchettini insegue un camion di camice nere che gli hanno appena ferito il cognato, un barocciaio anch’egli comunista, che aveva tentato di sbarrare il passo ai neri.
Da qui si innesca una serie di fatti incredibilmente concatenati fra loro.
Quasi un anno dopo, il 21 maggio 1922 a Tatti, la protesta per la presenza nel borgo di fascisti di passaggio scatena una rissa in cui rimane ucciso il padre di Robusto Biancani, segretario della locale sezione comunista. Il giorno successivo vengono uccisi per vendetta un notabile del posto di simpatie fasciste e suo nipote. Del gruppo dei quattro uccisori fa parte il Marchettini, da tempo latitante. La sera 400 fascisti invadono il paese mettendolo a ferro e fuoco, incendiando la Cooperativa e le case dei sovversivi. I quattro lasciano la zona, tre di essi raggiungeranno la Francia, Biancani si stabilirà in Unione Sovietica.
Biancani, sfuggito alla caccia dei fascisti, cadrà vittima delle purghe staliniane: gli sarà fatale, nello scontro tra Trotzky e Stalin, l’essersi schierato col primo. Marchettini invece rimarrà in Francia, pare certo il suo avvicinamento a gruppi antistalinisti dell’emigrazione.
Dal racconto avvincente emerge una fotografia del sovversivismo maremmano fatto di uomini rudi, forse poco colti e poco avvezzi a giornali o pubblicazioni (come si legge anche dalle carte di polizia), ma che manifestano con forza la loro voglia di riscatto aderendo istintivamente ad ideali, comunisti o anarchici, per i quali sono disposti a battersi fino in fondo. Storie di sofferenze, di emigrazione (la vicenda dell’anarchico Lanciotti in Inghilterra e Argentina), di rifiuto dell’esistente, di voglia di vivere senza compromessi, come quella dell’anarchico Mori che, dopo aver disertato, si da alla macchia per 12 anni vagando per i boschi della Maremma...
L’autore dà una spiegazione del suo intercalare la realtà con la fantasia:
“Potassa è un garbuglio da cui si dipanano tanti fili neri intessuti di sudore e rabbia [...] per comprendere la rivolta del Marchettini non bisogna studiarsi il suo fascicolo… basta camminare e guardarsi intorno, oggi, nel presente… se mi è mancato un nome me lo sono inventato… così ho fatto per le testimonianze orali, per le interviste… non si può cercare la verità solo negli archivi, in questi postriboli della delazione… vera è l’ansia di farla finita con l’addomesticamento dei cuori…”
Nella premessa Prunetti dice di aver scelto i suoi personaggi, “non eroi romantici ma figli di cani maremmani, ribelli ma anche violenti, duri”.
Istintivamente ci siamo trovati in sintonia con questi “figli di cani”, sentendo al tempo stesso l’esigenza di andare oltre, al fine di inquadrare quelle vicende nel contesto in cui si svolsero.
In uno scritto pubblicato venticinque anni dopo su «Prometeo» 1 Amadeo Bordiga, rimarcando lo scontro frontale del ‘21 tra avanguardie proletarie e camice nere, individuava tre fattori che avevano portato alla vittoria fascista: l’organizzazione mussoliniana con le sue impressionanti manifestazioni esteriori, l’intervento della “forza organizzata dell’impalcatura statale borghese” (polizia, magistratura, regio esercito) a fianco dei neri, il gioco politico “infame e disfattista dell’opportunismo social-democratico”, che invece di appoggiare la violenza rivoluzionaria contro la violenza fascista si lanciò in una “imbelle campagna del vittimismo pecorile”.
Quel tragico capitolo di storia ci ha tramandato profondi e validi insegnamenti sulla necessità dell’autodifesa proletaria, sull’opera traditrice dei riformisti così come sul ruolo antioperaio di chiesa e massoneria.
A Potassa, a Tatti, a Roccastrada, il potenziale rivoluzionario si è espresso in episodi che sono un capitolo integrante della prima, grande ed estesa opposizione proletaria al fascismo.
Sarà la controrivoluzione staliniana a distruggere uno straordinario patrimonio umano e di classe.

Note:
1. Alfa, La classe dominante italiana e il suo Stato nazionale, «Prometeo», agosto 1946 
A.P.
da "Pagine marxiste" n°9, agosto '05

28.3.13

Melissa Alfaro

Melissa, giovane studente della scuola di giornalismo Jaime Bausate e Meza a soli 23 anni era già redattore capo del settimanale d'informazione "Cambio". Fino al giorno del 10 ottobre 1991, quando aprì una busta contenente esplosivo militare che la uccise sul colpo. Divenne il simbolo delle vittime del terrorismo di stato perpetrato da Fujimori e dai "montesinos" che tantò sanguè costò alla popolazione peruviana.
La decisione di eliminare la sua voce scomoda fu presa dai boia di stato quando "Cambio" iniziò ad indagare su diversi casi di assassinii politici, come gli omicidi dello studente Ernesto Castillo Páez e il giornalista Luis Morales Ortega.
Ci sono voluti 20 anni per iniziare a fare luce sugli autori di questi omicidi. Ancora oggi in Perù sono poche le associazioni e organizzazioni a ricordare il periodo nero della dittatura, e a tenere in vita la memoria di coloro che provarono ad opporvisi. L'eredità della dittatura pesa ancora come un macigno sulla coscienza collettiva dei peruviani.
"Melissa era un giovane 'giornalista-Calichina' come la chiamavano i suoi colleghi. Era una cronista curiosa e appassionata del suo lavoro. I problemi non le tolsero mai il sorriso, né la paura riuscì a fermare la sua decisione di affrontare il regime corrotto e violatore dei diritti umani di Alberto Fujimori."
"Mori' compiendo il suo dovere, come lei avrebbe voluto: di fronte alla sua scrivania"
Norma Méndez, madre di Melissa

22.3.13

Horacio Zebellos, un insegnante del popolo

Sabato 20 marzo 1943, nel distretto di Carumas , provincia di Mariscal Nieto nel dipartimento di Moquegua nasce Nicéforo Horacio Zeballos Gámez, terzo di otto figli.
Suo padre, don Celerino Zeballos Medina, agricoltore e commerciante, ha avuto molti incarichi pubblici, come governatore, sindaco, giudice di pace, ecc. Muore in un tragico incidente quando era di ritorno da una visita a Horacio in prigione, a seguito della repressione contro lo sciopero prolungato dei maestri nel 1979.
Sua madre, Sabina Gámez Melgarejo, era una donna generosa e dal carattere forte,  impegnata anch'essa nelle lotte degli insegnanti e del popolo. Così è ricordata nella canzone di San Fernando  a lei dedicata: "Sono venuta a prendere il posto della lotta che apparteneva a mio figlio Horacio, perché lui è vostro, del popolo, e ora non mi appartiene". Accompagnò sempre il suo Horacio, fino a quando il suo cuore smise di battere il 28 dicembre 1979.  Non era neanche passato un mese dalla morte di don Celerino, suo compagno.

Nel 1955 all'età di 12 anni, Horacio entra nell'istituto nazionale "La Libertad", che in seguito divenne la "Grande Unità Scolastica Simón Bolívar". Finiti gli studi secondari si stabilisce ad Arequipa ed entra nella "Scuola Normale di Varones de la Salle"dove insegna. Ha sempre voluto lavorare fuori città, e una volta disse:"Un buon insegnante va nei villaggi remoti, dove i governi dimenticano che ci sono dei bambini".
Si unisce all'ANEA (Associazione Nazionale Scrittori ed Artisti) di Arequipa, fa amicizia con poeti, studiosi, politici e artisti come Guillermo Mercado, Pastore Pedro Luis Gonzales, Eduardo Gomez Becerra, Jose Villalobos Ampuero, Rebaza Teodoro Nunez, Carlos de la Riva, ecc.
Viene nominato direttore-docente presso la scola elementare N°9678 nel villaggio di Pitay, nel distretto di Santa Isabel de Siguas, a 110 km dalla provincia di Arequipa; qui per insegnare trova solo un locale fatto di canne e fango mentre nel villaggio non aveva nè un alloggio dove dormire nè un posto dove mangiare. Durante la sua "gestione" costruisce i locali della scuola, a cui si aggiunge presto un campo sportivo, acquista dei vecchi strumenti di una banda musicale e assieme alla comunità del villaggio costruisce un punto medico che prende il posto di quello che distava a  5 km dalla strada che portava al villaggio di Pitay.
Dopo due anni, si trasferisce nella scuola elementare del distretto Sabandía, poi a Calle San Pedro, dove viene dichiarato "personale eccedente" a causa della sua attività sindacale e viene trasferito nella "Scuola della Repubblica Argentina".
Horacio comincia la sua attività sindacale nel Sindacato dei maestri elementari di Arequipa formando con altri otto maestri il "Movimento Indipendente di Unificazione Scolastica" facendo vincere le elezioni alla corrente sindacale nel periodo 1969-1971; in questi anni guida la "Quinta Assemblea Provinciale dei Maestri elementari di Arequipa" dove viene eletto presidente; viene creata la prima "Università Magistrale per il Popolo".
La lotta per l'unificazione del sindacato degli insegnanti avviene  nei giorni 1,2 e 3 del luglio 1971 nel "Congresso di Unificazione" oltrepassando le differenze corporative dei diversi livelli di insegnamento per arrivare a formare il "Sindacato Unico dei Professori di Arequipa" SUPRA; Horacio ne viene eletto Segretario Generale e come tale partecipa al Congresso di unificazione dell'insegnamento nazionale che si tiene a Cuzco.
Nel luglio del 1972, dopo una grande mobilitazione nazionale, gli insegnanti si riuniscono a Cuzco nel "Grande Congresso di Unificazione" fondando il Sindacato Unico dei Lavoratori dell'Educazione del Perù (SUTEP), Horacio viene eletto Primo Segretario.
Come dirigente sindacale, sconta la repressione e l'incarceramento, nel mese di ottobre del '73 assieme ad altri dirigenti arrestati, viene confinato nella colonia penale del SEPA nella giungla peruviana per circa otto mesi, e liberato il 13 giugno 1974 dopo numerose giornate di lotta degli insegnanti e del popolo peruviano. In quest'occasione dice:"La libertà che oggi mi è concessa è la libertà di continuare a lottare."
Nel Congresso di Puno del 1978, il SUTEP lo elegge nuovamente suo segreatrio generale, viene organizzato uno sciopero  per l'8 di maggio che durerà 81 giorni resistendo alla dittatura militare, e che si conclude con il riconoscimento del sindacato e con aumenti salariali per tutto il corpo insegnanti.
Il 4 giugno del 1970 riprende lo sciopero sospeso l'anno prima, per il rifiuto della dittatura a riconoscere quanto essa stessa aveva promesso durante la lotta degli 81 giorni. La dittatura tenta di decapitare il sindacato arrestando e imprigionando i suoi dirigenti, compreso Horacio che a causa della sua cattiva salute  viene portato al carcere dell'ospedale della polizia. Lo sciopero dura 120 giorni e sarà un fattore determinante nella lotta per la democrazia in Perù che si conclude nel 1980.
Horacio muore a Lima nel 1984.
Ogni anno il 7 di marzo in tutto il Perù la figura di Horacio viene omaggiata per una vita dedicata all'insegnamento, ai lavoratori e al popolo, divenendo il simbolo delle lotte degli insegnanti.

CG

19.3.13

Recensioni: Graziano Giusti "La rivoluzione dal basso"

Ha ragione Graziano Giusti, autore del libro La rivoluzione dal basso. Dagli IWW ai Comunisti dei Consigli (1905-1923). Gli Industrial Workers of the World (IWW) ed i Consiliaristi sono stati tra i più importanti movimenti rivoluzionari che si siano espressi nei punti alti dello sviluppo capitalistico. “Liquidarli perché sconfitti, o abbandonarli all’oblio, è ingiusto e colpevole”. Invero, queste esperienze, pur collocate in un tempo non vicinissimo, possono ancora suscitare riflessioni utili. Tuttavia, continuano ad essere poco conosciute in Italia. E ciò non si deve solo all’ovvio oscuramento attuato dai filoni culturali maggioritari della sinistra nostrana. Queste esperienze sono state largamente trascurate anche da quei settori che si sono posti in alternativa al movimento operaio ufficiale, egemonizzato dall’impostazione togliattiana.

Ancora oggi, presso molti “eretici” continua a prevalere l’interesse per la stagione conflittuale snodatasi tra la fine degli anni ’60 e quella dei ’70, quel “lungo ‘68” italiano che, in effetti, non ha riscontri altrove.
Indagare su quella fase è senz’altro proficuo, soprattutto laddove si privilegi la ricognizione della sovversione diffusa, lo studio di tutti quei comportamenti di massa che ponevano in modo chiaro l’istanza dell’autonomia di classe. Ma quest’interesse non può essere esclusivo, né andare a discapito dell’approfondimento di fasi storiche più lontane, ma decisive. La ridefinizione di un’identità e di una progettualità rivoluzionarie, adeguate ad un momento tumultuoso come l’attuale, segnato dalla più grave crisi che il capitalismo abbia mai conosciuto, necessita anche di altri riferimenti.
Tra questi, non possono mancare gli IWW ed i Comunisti dei Consigli. Si pensi ai primi: nascono nel 1905 in quegli Stati Uniti che, proprio a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, in virtù di uno sviluppo economico impetuoso, pongono le basi del proprio primato mondiale. In questo contesto, gli IWW danno vita ad una originale e audace esperienza sindacale, contraddistinta dal rifiuto del verticismo e, soprattutto, dalla centralità dell’azione diretta. Quest’ultimo carattere, prima ancora che a un’ideologia sembra rispondere alle peculiarità di un quadro sociale diverso da quello dei grandi paesi europei, perché segnato da un conflitto di classe che si esprime nei modi più duri, senza essere mitigato da veri e propri luoghi di mediazione. Svolgendo un lavoro capillare – e rivelando da subito una notevole presa sugli strati inferiori della classe proletaria – gli IWW hanno saputo convogliare verso un unico percorso di emancipazione masse dalle provenienze più disparate, ponendosi come punto di riferimento fondamentale per i lavoratori immigrati di prima e seconda generazione, soprattutto negli Stati dell’est.
Si può dunque affermare che, in una società fortemente segregante come quella statunitense, che induceva le diverse comunità a chiudersi in sé stesse, gli IWW abbiano compiuto un “miracolo” politico-organizzativo. Il fatto che siano stati sconfitti, a causa di carenze progettuali e della spietata azione repressiva del potente apparato statale americano, non toglie nulla, quindi, al valore di esempio della loro esperienza.
Anche i Consiliaristi hanno agito in una situazione estrema: nella Germania del primo dopoguerra si sono scontrati con l’organizzazione responsabile della morte di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Ossia, l'SPD, partito capace – come pochi altri, a livello continentale - di “disciplinare” le masse operaie e di indirizzarne gli sforzi verso conquiste graduali. Di fronte ad un movimento operaio così “istituzionalizzato”, i Consiliaristi hanno sviluppato una teoria ed una prassi inedite. Rifiutando la concezione, dovuta a Kautsky, del partito portatore dall’esterno della coscienza ad un proletariato del tutto passivo, essi sono giunti a relativizzare il ruolo dell’organizzazione politica classica, per concentrarsi sui consigli operai. Cioè su organismi profondamente differenti dal parlamento borghese, perché non basati “sull’individuo preso nella sua qualità di cittadino…”, ma sull’”uomo veramente concreto”che è “un lavoratore” (Anton Pannekoek, citato da Giusti).
I Consigli, in sostanza, sono i luoghi dell’espressione delle spinte reali della classe proletaria, basati su meccanismi (come la revocabilità dei rappresentanti) tali da impedirne l’irrigidimento burocratico. Nello stesso tempo, sono gli organismi cardine di un processo rivoluzionario che non si pone l’obiettivo di sostituire la borghesia alla guida della macchina statale, puntando invece ad avviare quell'opera di trasformazione sociale che culminerà nell’estinzione dello Stato stesso.
Alla base di questa impostazione, che ha suscitato diverse critiche, vi è una grande fiducia nelle capacità di autoemancipazione del proletariato. Non a caso, dopo la fine della fase rivoluzionaria in Germania, alcuni teorici consiliaristi radicalizzarono il loro discorso, definendo una vera e propria teoria dell’autorganizzazione: di certo la più organica che si sia mai avuta, nonostante alcuni punti irrisolti (legati al modo sbrigativo con cui fu liquidato il problema del partito).
Oggi, rievocare le vicende degli IWW e dei Consiliaristi – sulla base di un testo, quello di Graziano Giusti, che coniuga rigore scientifico e passione militante – può aprire orizzonti di discussione inaspettati.
Mai come in questi anni, in Italia, siamo stati posti dinanzi ad una delle questioni affrontate dagli IWW: la necessità di unificare un proletariato multietnico. Un’opera davvero urgente, tanto più in un fase in cui proprio gli immigrati sono protagonisti di alcuni tra i più notevoli momenti di conflitto di classe che si verificano nel paese: episodi che, pur nella dimensione locale (i braccianti in Puglia, i lavoratori delle cooperative della logistica in Lombardia), hanno evidenti implicazioni generali, così da porre con vigore la necessità di costruire un’autentica istanza di coordinamento delle lotte su scala nazionale.
Nello stesso tempo, la bancarotta ormai totale delle organizzazioni della sinistra alternativa, disegna uno scenario nuovo, caratterizzato da un vuoto. Che non può essere colmato né con i mantra sul partito qui è subito, né con l’ennesimo (e grottesco) tentativo di “rifondare” quanto è rovinosamente fallito. Per non dire dell’improduttività di quei generici discorsi delle aree antagoniste che hanno in parte svilito lo stesso concetto di autorganizzazione.
Occorre ripensare tutte quelle esperienze in cui s’è effettivamente data l’organizzazione dal basso dei proletari, al di fuori di quel rapporto fra capi e masse gregarie che ha spesso imperversato nella storia del movimento operaio.
Dunque, è notevole la portata degli stimoli e dei suggerimenti che possiamo ricavare dalla rilettura di vicende in apparenza lontane. E il confronto con l’opera di Graziano Giusti può essere un primo passo in quel lungo e necessario percorso che va compiuto per ridefinire la progettualità comunista. 
 

12.3.13

Assemblea in Louisiana

 
Nel corso del viaggio [1912], attraversai il Tennessee, il Kentucky, le regioni meridionali dell'Ohio e dell'Indiana, fino a Chicago. A Chicago, presi accordi per dirigermi a Sud, nella Louisiana, nell'Arkansas e nel Texas, e incontrarmi con i boscaioli di quegli stati; in quei giorni la Timber Worker's Union stava tenendo un'assemblea ad Alexandria, in Louisiana. Sapevo che i taglialegna e gli operai di fabbrica di quella regione erano sia Bianchi che Neri, e quando arrivai alla sala delle riunioni di Alexandria, fui sorpreso nel non vedere alcun Nero tra i convenuti. Quando chiesi la ragione, mi spiegarono che in Louisiana c'era una legge che proibiva riunioni comuni di Bianchi e Neri, e così i lavoratori di colore si erano riuniti in un'altra sala. Dissi all'uditorio: << Lavorate insieme nelle stesse fabbriche. A volte, un Nero ed un Bianco abbattono insieme lo stesso albero. Vi riunite ora in un'assemblea per discutere delle condizioni in cui lavorare. Ma come ci si può riunire in modo serio, votando mozioni qui e poi facendole avere all'altra sala, perchè i Neri ne prendano visione e agiscano di conseguenza?! Perché non ci rendiamo conto di ciò? Perché non chiamare i lavoratori neri qui, in questa assemblea? Se è contro la legge, bene, questa è una delle occasioni in cui la legge va infranta >>. Senza il benché minimo mormorio di disapprovazione da parte di nessuno, i lavoratori neri furono chiamati a partecipare ai lavori. L'assemblea mista andò avanti in modo ordinato, e quando si trattò di eleggere i delegati alla succcessiva assemblea degli IWW, furono scelti sia Bianchi che Neri.

                                                           Big Bill Haywood (autobiografia, ed. Iskra 1977)

11.3.13

Spartaco Lavagnini e la rivolta del proletariato toscano

Il settimanale 'L’Azione Comunista' del 1921-22

Tra le varie pubblicazioni del Partito Comunista d’Italia che abbiamo riportato alla luce non poteva mancare il settimanale fiorentino L’Azione Comunista. La collezione che abbiamo ricostruito può dirsi completa dal febbraio 1921 al giugno 1922: solo mancano i primi due numeri e alcuni altri sono rovinati e parzialmente leggibili.

Subito dopo il congresso di Livorno Spartaco Lavagnini fondava, a Firenze, il settimanale “L’Azione Comunista”. Giornale di battaglia e di dottrina: accanto agli articoli di lucidissima impostazione teorica e programmatica troviamo le cronache delle lotte del proletariato toscano presentate con quell’entusiasmo e quella fede che caratterizza solo i partiti rivoluzionari.

Non il minimo lamento per i colpi subiti dal proletariato, ma la preparazione alla difesa ed all’offesa, senza mai nascondere le difficoltà. «Prospettiamo tutte le difficoltà che ci separano dalla realizzazione del comunismo e diciamo anche francamente che nel periodo di guerra civile che segnerà l’ascesa del proletariato al governo della cosa pubblica, trascorreremo giorni di lutti, di dolore e di miseria, accidentalità queste ultime gravi, ma inevitabili al raggiungimento del nostro massimo fine».

Presentando qui la riproduzione in Dvd [per chi fosse interessato scrivere a: Ed. Il Partito Comunista - Casella postale 1157 - 50121 Firenze CCP 30944508 - icparty@international-communist-party.org] de L’Azione Comunista non possiamo esimerci dal ricordare l’assassinio vigliacco del nostro Spartaco, ma soprattutto vogliamo richiamare alla memoria la virile risposta di Firenze e della Toscana proletaria. Quella borghesia che aveva temuto Spartaco vivo dovette tremare di fronte a Spartaco morto.

«Il partito comunista non ha fatto rosee promesse, né socchiuso gli occhi dei lavoratori alla visione di sogni dorati: esso ha parlato della necessità della lotta. L’azione rivoluzionaria, necessariamente violenta, necessariamente sanguinosa è azione che può rendere sublime il sacrificio, ma che il sacrificio esige, vuole, impone». Queste parole, scritte da Spartaco Lavagnini il giorno prima del suo assassinio, rappresentano il testamento politico di questa grande figura di comunista.

Sembrava cosciente della sua imminente fine. Infatti, se immenso era l’affetto che il proletariato toscano e fiorentino riversava verso di lui, altrettanto era l’odio forsennato della borghesia. Si era in piena offensiva fascista, ma nella Toscana rossa le bande mussoliniane, sia nelle città sia nelle campagne trovavano valida resistenza che, in molte occasioni, si volgeva in offensiva. Le forze del neonato Partito Comunista erano sempre le animatrici di questa guerra di classe, ed ovunque si scorgeva la capacità organizzativa di Spartaco. Per questo la borghesia decretò il suo assassinio.

La sera di domenica 27 febbraio 1921, una trentina di squadristi, che probabilmente si erano accorti della presenza del solo Spartaco all’interno del Sindacato Ferrovieri, vi fecero irruzione trivellandolo di colpi e devastando la sede sindacale. Erano circa le 6 del pomeriggio quando il proletariato toscano perdeva il suo massimo animatore, ucciso a tradimento mentre era intento al lavoro sindacale e di partito. Il Partito Comunista d’Italia era sorto da appena un mese e già riceveva il suo battesimo di sangue.

La notizia dell’assassinio corse in maniera fulminea in tutta Firenze, enorme fu la commozione, il proletariato insorse, e Spartaco ancora una volta fece tremare la borghesia. Immediatamente ferrovieri, tranvieri, elettricisti interruppero spontaneamente il lavoro. Nella stessa sera i dirigenti del Partito Comunista assunsero la direzione dello sciopero estendendolo a tutte le categorie.

Durante la notte furono tagliati i fili delle linee telefoniche e telegrafiche e lunedì Firenze proletaria era in rivolta. Gli operai «scesero in piazza e nelle vie e non inermi. Fu una lotta impari, ma combattuta con quello spirito di eroico sacrificio che solo anima le folle oppresse e provocate» (L’Azione Comunista, 5 marzo). Dall’azione di protesta si passò alla lotta armata. Ovunque sorgevano barricate, il proletariato respingeva gli attacchi nemici e contrattaccava.

I fascisti che, guidati da «Giovanni Berta, figlio di pescecani», così dice la canzone, avevano tentato una incursione dentro il quartiere proletario di San Frediano, vennero immediatamente messi in fuga. Entrarono allora in azione le forze dell’ordine facendo uso di autoblindo. Nel corso della battaglia si distinsero le donne proletarie impegnando il nemico con lancio dai tetti di tegole e d’acqua bollente. Con un lavandino di marmo lanciato da una finestra misero fuori uso una autoblindo che tentava di forzare una barricata.

Il 1° marzo lo sciopero continuava compatto, sia in città sia nella provincia, gli sconti armati si susseguivano e dai quartieri cittadini si allargavano alle periferie ed ai comuni limitrofi.

Quando le autoblindo non furono più sufficienti lo Stato, allora democratico, fece ricorso al cannone ed alla mitragliatrice. «Per alcuni giorni la battaglia fu indecisa, l’artiglieria fu messa in funzione e quando la forza poté conquistare le prime posizioni innumerevoli furono gli atti di coraggio [...] Firenze era caduta. La provincia resisteva ed a Siena, Scandicci, Empoli furono nuovi atti di coraggio e di sacrificio, ma la borghesia ebbe il sopravvento perché la Toscana restò isolata ed il giovane Partito Comunista non poteva determinare l’azione generale del proletariato italiano. Il proletariato toscano abbassò momentaneamente le armi senza cederle» (Prometeo, n.14, 15 marzo 1929).

Come al solito, anche a Firenze e nella Toscana in rivolta, i fascisti, ricevute le prime legnate, si ritirarono fino a che lo Stato non fosse riuscito ad imporre l’ordine; solo allora irruppero nelle sedi proletarie, precedentemente espugnate con il cannone e svuotate, per decorare l’opera con la loro estetica di saccheggio e di fuoco.

fonte: Il Partito Comunista nr. 337 sett.-ott.2009 - Casella postale 1157 - 50121 Firenze

fonte: Reds in the streets

25.2.13

Recensioni: Giorgio Sacchetti – Lavoro,democrazia,autogestione. Correnti libertarie nel sindacalismo italiano (1944-1969)

Un quarto di secolo di sindacalismo libertario

Per lo storico Giorgio Sacchetti, autore di numerosi articoli e pubblicazioni sulla storia del movimento anarchico, quest’ultimo lavoro rappresenta una sfida impegnativa, sia per l’argomento specifico che per il periodo analizzato: un quarto di secolo di intervento militante dei libertari nel movimento sindacale. Argomento ostico e complesso, su cui pesa come un macigno il fatto di affrontare un periodo in cui l’influenza anarchica nel proletariato è in netta fase calante rispetto ai decenni che precedono il secondo conflitto mondiale. Una sfida raccolta (e vinta) dall’autore, che d’altronde aveva già dimostrato di conoscere in profondità il movimento libertario. Movimento che, con la fine della Resistenza, si presenta nell’arena della lotta di classe non più come protagonista, bensì ridotto a poco più di testimonianza residuale.
Sacchetti affronta tanto le cause esterne quanto quelle interne di questo declino. Se tra quelle esterne la principale è l’inedita composizione di classe che ha stravolto memoria ed identità delle vecchie organizzazioni ed il tramonto dell’operaio di mestiere soppiantato dal “fordismo” (“modo di produzione che genera – insieme a nuovi sistemi di relazioni industriali – la figura dell’operaio irrigimentato, dequalificato e spersonalizzato delle catene di montaggio, più docile per le organizzazioni autoritarie”), quelle interne sono fortemente riconducibili ad un fattore generazionale.
Basti dire che alla fine della guerra sono ancora i “vecchi” ad essere protagonisti dell’«anarcosindacalismo», o meglio, di ciò che rimane di questa corrente: i Gervasio, i Sassi, i Marzocchi, i Sacconi, i Castrucci, militanti di ferro ma tutt’altro che giovani, con alle spalle anni di galere, confino, clandestinità. Costoro, oltre a dover affrontare sul fronte interno (del movimento anarchico) gli attacchi di personaggi e correnti facenti capo agli “antiorganizzatori”, si trovano ben presto di fronte ad un bivio, ovvero se operare all’interno della rinata Cgil tricolore – che nel frattempo al sud ha già schiacciato la Cgl rossa – oppure rifondare la gloriosa Usi soppressa nel 1926. Pressoché tutti sceglieranno la prima strada, e prenderanno atto dell’errore solo dopo decenni passati all’ombra dei direttivi egemonizzati dagli scaltri stalinisti, quando ormai sarà troppo tardi. L’Usi – ultraminoritaria – verrà rifondata comunque da altri, ma non andrà oltre la piccola ombra di sé stessa.
Anarchici e libertari operano nella Cgil organizzati in corrente (“difesa sindacale”), ottenendo posti di responsabilità, dirigendo categorie come quella dei minatori, organizzando lotte significative ed esemplari come quella del Valdarno. Gli unici nuovi, giovani quadri rappresentano l’eccezione, ovvero l’espressione di singole realtà come quella di Genova; molti di questi quadri si separeranno di lì a poco definitivamente dal movimento anarchico, iniziando un percorso maturato sul campo che li porterà ad approdare al marxismo (Lorenzo Parodi), oppure al riformismo socialdemocratico pur di sottrarsi all’egemonia stalino-togliattiana.
Anche nell’ambito sindacale si verifica dunque la stessa situazione delle ribellioni partigiane: quei libertari che nel dopoguerra affronteranno a muso duro il Pci e lo stalinismo lo faranno solo a condizione di allontanarsi progressivamente dal campo anarchico. Per chi, al contrario, rimarrà in quel campo, il destino è quello di una sudditanza al Pci ed ai suoi quadri nel sindacato, a tratti persino umiliante ed offensiva. E su tutto ciò, a tutt’oggi il movimento anarchico, pur avendo accumulato un notevole patrimonio bibliografico – ben superiore a quello del comunismo eretico – non ha ancora riflettuto, né tantomeno fatto autocritica. Anzi, episodi recentissimi, come ad esempio la presentazione del libro su Gervasio fatta alla sede cigiellina della Camera del Lavoro di Milano dicono tutto, ma proprio tutto su una sudditanza che continua…
Decisamente raccomandiamo la lettura di questo libro, che presenta, se proprio la vogliamo trovare, un’unica lacuna: non vengono mai citati gli internazionalisti, che pure operano, fino ad essere espulsi, nel sindacato e nei luoghi di lavoro, rifiutando cariche elettive, denunciando il Pci e portando nelle lotte parole d’ordine rivoluzionarie: gli anarchici evitarono in varie occasioni di portare le differenziazioni alle estreme conseguenze per non essere accusati di essere “disgregatori”, termine che invece gli internazionalisti rivendicarono per sé. Fu pressoché totale la mancanza di azioni comuni tra anarchici ed internazionalisti all’interno della Cgil: un mancato contatto che favorì l’isolamento e la persecuzione degli internazionalisti da un lato, la sudditanza degli anarchici nei confronti del Pci dall’altro; sudditanza che portò i libertari ad accettare acriticamente meccanismi di spartizione, e “contentini” di poter votare qualche volta contro gli odg approvati a larga maggioranza.
Lorenzo Parodi ne «L’Impulso» del 25 novembre 1956 riportava un intervento di Attilio Sassi “Bestione” che ben inquadrava il generoso intervento di questi compagni – autodidatti – in un sindacato totalmente interclassista e subalterno: ”sin da quando si cominciò a creare in Italia l’organizzazione sindacale andò maturando una concezione particolare sul proletariato, sulle organizzazioni dei lavoratori, sulla lotta di classe. La maggior parte degli uomini più o meno colti, che si infiltrano nei partiti più o meno «sovversivi» o di avanguardia, risentirono di siffatta mentalità che li porta ancor oggi ad avere lo stesso dubbio di ieri: quello di credere che il proletariato da solo non sia capace di incamminarsi verso le mete finali della propria emancipazione”.

Il libro successivamente si addentra nelle delle trasformazioni nelle fabbriche nel corso degli anni ’50, nello scontro con il modello contrattuale perseguito dalla Cisl, nel comunitarismo padronale di marca olivettiana – esperienza cui partecipò più di un anarchico – nella nuova stagione dell’operaismo, nel movimento del ’68, nell’esplosione di creatività in cui le nuove leve di libertari, più o meno eterodossi, trovarono nuova energia. Argomenti e capitoli di stagioni più vicine ai giorni nostri, trattati anch’essi con cura e rigore.
Notiamo con piacere che tra i documenti in appendice viene riportato un nostro scritto, apparso sulla rivista «Collegamenti Wobbly» nel 2008, sull’estromissione dei macchinisti anarchici dalla direzione dello storico giornale nazionale di categoria, considerato eretico e poco controllabile dagli apparati del Pci; scritto in cui, tra l’altro, abbiamo rilevato il nodo dello scontro generazionale tra i lavoratori nell’immediato dopoguerra.

A.P.

LAVORO
DEMOCRAZIA
AUTOGESTIONE
CORRENTI LIBERTARIE NELSINDACALISMO ITALIANO
(1944-1969)

ARACNE 2012
376 pagine, 21 euro

fonte: Combat-coc.org

23.2.13

165 e non sentirli

Il 21 febbraio 1848 in Germania escono le prime copie della prima edizione del "Manifest der Kommunistischen Partei" (Manifesto del Partito Comunista). Da quella data fino ad oggi, si sono susseguite migliaia e migliaia di nuove edizioni, così come il numero delle traduzioni in quasi tutte le lingue esistenti al mondo.
In questi 165 anni molte sono state le trasformazioni e i cambiamenti avvenuti nel mondo, ma povertà, emarginazione, insicurezza, alienazione e altri mali del capitalismo non solo non sono migliorati, sono peggiorati.
Quello spirito di emancipazione, la ricerca di dignità, l'aspirazione verso una completa emancipazione dell'uomo tanto materiale quanto spirituale contenuti nel Manifesto, mantengono oggi tutta loro forza: non è cambiata la natura di questa società divisa in classi come non è cambiata la necessità di lottare.