5.3.13

Sulla strada di Port Said...l'Egitto si infiamma!

3/03/2013 - Sono sempre di più i lavoratori in sciopero nell'Egitto in transizione, e sempre di più le proteste e gli scontri che si registrano nel paese. Esperienze che non sempre riescono a divenire lotte unitarie contro il sistema, ma che mostrano una ritrovata capacità di lotta e di direzione da parte dei lavoratori.

Nella città di Port Said, mentre continua l'esperienza di autogestione, ieri è stata ancora giornata di lotta e di scontro. Mentre il raìs Morsi cerca di sedare la rivolta con concessioni, tra le quali la promessa di rendere nuovamente la città un porto franco, ieri in centinaia hanno marciato nelle strade della città. Una stazione di polizia è stata data alle fiamme in risposta ai molti arresti e alle violenze perpetuate dalle forze dell'ordine nelle scorse giornate; gli scontri sono andati avanti fino a questa mattina provocando più di 300 feriti. Durante la manifestazione centinaia di residenti hanno chiesto a gran voce ai pochi lavoratori ancora non in sciopero di unirsi alla protesta.

Intanto, anche in altre città sono in molti ad appellarsi alla disobbedienza civile e molte sono le realtà in cui lavoratori e movimento anti-Morsi stanno cercando di realizzare un'esperienza come quella di Port Said. Nel frattempo, in questi giorni, in tante altre città è esplosa la rabbia di chi non accetta di veder sottratti presente e futuro da Morsi e dai Fratelli Musulmani.

Non solo al Cairo, anche in altri luoghi emerge in queste giornate la stessa rabbia mostrata nelle innumerevoli manifestazioni contro il vecchio regime, ma con una componente in più: un forte ruolo della classe operaia.

Uno di questi luoghi è Mahalla, città industriale che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé per la forza del movimento operaio, gli innumerevoli scioperi dei lavoratori; fucina di quelle lotte che hanno fortemente contribuito non solo alla rivolta del 25 gennaio, ma anche alla nascita di quella coscienza di classe che sta prendendo forza in queste giornate. A Mahalla ieri in centinaia sono scesi per le strade per appellarsi allo sciopero generale e alla disobbedienza civile.

Ma è a Mansoura che in queste giornate si sono verificate le maggiori mobilitazioni. In questa città, da circa una settimana, ogni notte si susseguono scontri che si sono intensificati dopo che i manifestanti hanno dato fuoco, lo scorso mercoledì, al quartier generale del governatorato. Scontri culminati ieri con il ferimento di oltre 40 manifestanti e l'uccisione di uno di loro.

Mentre in tutto il paese si sono svolte manifestazioni di solidarietà, a Mansoura i funerali del giovane manifestante ucciso si sono trasformati in protesta di massa in cui migliaia hanno marciato contro il sistema di potere dei Fratelli Musulmani. Anche qui ci sono stati forti scontri che sono andati avanti fino alle due della notte scorsa.

Dunque sono tanti gli spazi che si aprono nella battaglia egiziana e molte sono le potenzialità di una ritrovata classe operaia. Mahalla, Mansoura, ma anche le molte fabbriche in sciopero al Cairo, a Suez, ad Alessandria a Sokhna: esperienze in cui si cerca di riprodurre l'esempio di Port Said.

Ancora in queste città il conflitto non è generalizzato: i lavoratori non scioperano - come avviene a Port Said - per la caduta del sistema, ma per aumenti salariali e giustizia sociale, per adesso limitata alla fabbrica.

Ma, come Port Said sta dimostrando, come le 18 giornate di rivolta di Piazza Tahrir hanno mostrato, non può esserci giustizia sociale senza caduta del regime. E non può esserci lotta operaia o studentesca che possa vincere, se non generalizzata e mirata all'abbattimento del sistema.

Di questo il regime è consapevole: se ancora non ha attaccato Port Said è perché lì la lotta è forte ed unitaria; ad essere represse sono state, invece, le realtà in cui la lotta non si è generalizzata. Tra queste una fabbrica occupata di Alessandria, la Portland che produce cemento; qui, la scorsa settimana, le forze di polizia sono entrate arrestando molti lavoratori e perpetrando atroci violenze su di loro con l'utilizzo di cani-poliziotto.

Vedremo se tutte queste città che si stanno infiammando riusciranno a percorrere la strada di Port Said, per adesso quello che cogliamo in queste dinamiche è sicuramente la forza della classe operaia e una possibilità tangibile di rifiuto generalizzato e dal basso del sistema.

La corrispondente di Infoaut dall'area mediorientale


fonte: Infoaut.org

Omaggio a Lumumba

«E venne il giorno in cui comparve il bianco
Fu più astuto e cattivo di ogni morte,
barattò il tuo oro
con uno specchietto, una collana, ninnoli,
e corruppe con l'alcool i figli dei fratelli tuoi
e cacciò in prigione i tuoi bimbi.
Allora tuonò il tam-tam per i villaggi
e gli uomini seppero che salpava
una nave straniera per lidi lontani
là dove il cotone è un dio, e il dollaro è imperatore».
                                                          Patrice Lumumba

Con l'assassinio di Lumumba e di alcuni dirigenti del MNC un altro atto si aggiunge alla sanguinosa tragedia colonialista. I "civilizzatori" hanno dimostrato ancora una volta al mondo quanto sia violenta la loro "democrazia".
L'analisi della situazione congolese che, su queste colonne, svolgemmo nell'ottobre scorso è ancora valida a inquadrarne i motivi, ma il dramma di Patrice Lumumba, la sua premeditata soppressione, il suo sacrificio ci ispirano più che un sincero omaggio. Lumumba è un combattente della rivoluzione coloniale sulla cui tomba il proletariato, un giorno, deporrà il fiore rosso.
Noi che, marxisticamente, abbiamo criticato e critichiamo il suo confuso operato politico, lo difendiamo dagli insulti di chi ha imparato a scrivere solo per avere una penna - in mancanza d'altro- da prostituire e dai lamenti ipocriti di chi ha imparato a piangere solo per vendersi le lacrime.
Lumumba ha saputo morire combattendo per rendere indipendente il suo paese.
Noi internazionalisti difendiamo il suo nazionalismo contro chi fa del nazionalismo (bianco!) una professione. Questa gente che si riempe tutto il giorno la bocca di "patria" per poter internazionalmente sfruttare il proletariato, questa gente che banchetta storia ed idee al centenario del Risorgimento borghese, questa gente che, tra uno scandalo squillo e l'altro, sorge indignata a proclamare l'inviolabilità dei "sacri confini", anche una misera patria, anche un misero confine, anche un misero Risorgimento vuol negare al nero Lumumba.
Lumumba ha lottato per un ideale che aveva raccolto nelle sofferenze del suo popolo e nella babele della democrazia borghese eretta dai bianchi. I democratici borghesi, i teologi del moderno capitalismo e dello sfruttamento perfetto, gli imbonitori dell'ordine democratico nazionale, i "persuasori occulti" di una società che tanto è democratica quanto più perfeziona e lubrifica la macchina del profitto e della rapina imperialistica,questa "corte dei miracoli democratici" nemmeno un pò di "ideale democratico" vuol concedere al nero Lumumba. Eppure Lumumba è morto perché ha creduto a loro e al "Tempio di Vetro".
Non era abbastanza "selvaggio" Lumumba per poter rimanere incontaminato dalla "democrazia". Ha creduto alla tavola rotonda, al Parlamento, alla "Tavola Rotonda" di tutte le "Tavole Rotonde": l'ONU.
La "civiltà cattolica" del "cattolicissimo" Belgio aveva creato un abisso tra i feticci dei suoi antenati ed il suo banco di scuola. Il passato era sepolto nel sangue, alle sue spalle. Non gli restava che credere ai nuovi feticci e ai nuovi stregoni. Andò alla "Tavola Rotonda" ed ebbe anche lui finalmente il "battesimo democratico", quella grazia sublime per cui si può eleggere ed essere eletto. Fu eletto, fece una Costituzione, creò un governo, imitò nel miglior modo possibile il rito degli stregoni bianchi. Ma, ingenuo neofita, non ne comprese il segreto. Eppure se avesse letto più a fondo le pagine della storia dei bianchi, se avesse sbucciato il pomo dorato della "democrazia", se fosse veramente andato a scuola dall'Occidente, trovarne il segreto sarebbe stato un gioco da bambini.
Primo: usare decisamente il massimo della violenza organizzata per rompere le vecchie strutture economiche ed i vecchi ordinamenti giuridici, per detenere tutte le forze produttive, per dominare tutto il processo di accumulazione e di concentrazione del capitale.
Secondo: assicurare le reali leve del potere nelle mani della classe dirigente non importa se analfabeta (di quanti prìncipi analfabeti è fatto il regno del Capitale!), instaurare il "libero gioco" democratico a cui debbono credere le masse sfruttate e non certo gli sfruttatori. Questo avrebbe dovuto fare Lumumba se fosse stato un democratico perfetto, cioè un borghese completo. Il male è che della democrazia aveva sssorbito i prodotti levigati, ben confezionati, luccicanti, standardizzati, modernissimi, uso export e non i buoni prodotti antichi, artigianali, grezzi ma solidi. Forse aveva letto gli editoriali di Lippman ma non i discorsi di Robespierre. Forse aveva sentito i messaggi di Kruscev ma non gli appelli di Lenin. E soprattutto aveva dato ascolto agli Nkrumah, ai Séku Touré, ai Nehru.
Pensò come questi, di salvarsi giocando tra i due blocchi e non si accorse che era troppo debole per poter uscire dal loro gioco con un certo vantaggio. Gli americani ad un certo punto lo abbandonarono, i russi ad un dato momento non lo appoggiarono: divenne, in pochi giorni, un semplice "pedone" della scacchiera diplomatica.
E quando il gioco si allargò con l'ONU, persino i neutrali lo abbandonarono alle fluttuanti correnti degli intrallazzi internazionali. E all'ombra della gigantesca ONU, di questo democraticissimo monumento dell'ipocrisia imperialista eletto universalmente a salvaguardia dei "diritti" e della pace dei popoli, Patrice Lumumba poteva essere sputacchaito, martoriato, macellato, da un Ciombe qualsiasi.
In carcere, prima di morire, senz'altro Lumumba ebbe modo di meditare la prima grande lezione di "democrazia" della sua lunga vita, tanto che lasciò un dignitoso ricordo nel rifiutare il compromesso di Kasavubu e Mobutu. Era il primo e più coerente gesto della sua carriera politica e non già perché nella lotta di liberazione nazionale non siano necessari, a volte, determinati compromessi, bensì per la semplice ragione che tali compromessi vanno ancorati ad una costante linea politica e a ben precisi obiettivi.
La lotta coloniale contro l'imperialismo non è il risultato di patteggiamenti, di tavole rotonde e di Costituzioni. Essa deve essere il frutto di una lunga attività di organizzazione, di sacrificio, di volontà. La situazione oggettiva del Congo doveva favorire il trucco della decolonizzazione belga. Il frazionamento, la balcanizzazione, l'immaturità dovevano partorire la incapacità e la debolezza del movimento nazionalista. Lumumba credette di poter saltare questi enormi ostacoli con la diplomazia e rimase stritolato dalla macchina infernale dei sorrisi, dei discorsi, del diritto internazionale e dei colpi alla schiena, inventata e manovrata dai "paesi avanzati".
E' stato una vittima della democrazia, né la prima né l'ultima. Dall'altra parte nessuno lo ha avvisato. Nessuno, lo ha illuminato. Il socialismo ufficiale, socialdemocratico o krusceviano, è "democratico" anch'esso, cioè imperialista.
Anche per questo noi marxisti siamo i soli a rendere omaggio a Lumumba, figlio di un'Africa che da sola, nella confusione e senza l'aiuto del proletariato internazionale deve portare avanti la sua dolorosa battaglia.

A.Cervetto, 'Azione Comunista' n.59 25 marzo 1961


Patrice Lumumba

Figlio di contadini, dopo gli studi poco più che ventenne, trovò lavoro come impiegato delle poste a Stanleyville, dove si era impegnato nel giornale dei lavoratori delle poste, collaborando contemporaneamente con diversi quotidiani.). Contrario alle divisioni tribali e fautore della creazione di uno stato indipendente e unito, nel 1958 fondò il Movimento Nazionale Congolese, l'unica forza del paese aperta alla partecipazione di tutte le etnie. Con la conferenza panafricana di Accra del 1958, dove si conquistò la stima di Kwame Nkumah, diventò uno degli esponenti più in vista della scena politica africana. Nel 1961 prese parte alla "tavola rotonda" di Bruxelles che preparò l'indipendenza della Repubblica del Congo (oggi Repubblica democratica del Congo). Eletto alla guida del governo, Lumumba si scontrò con i forti interessi delle potenze occidentali e con le profonde divisioni etniche, non riuscendo a scongiurare l'esplosione di una violenta lotta per il potere. Pochi giorni dopo il suo insediamento, una rivolta di alcuni reparti militari e la secessione del Katanga gettarono il Congo nel caos, fornendo al Belgio il pretesto per inviare le proprie truppe. Dopo una vana richiesta di aiuto all'ONU, Lumumba si rivolse all'Unione Sovietica, provocando una grave frattura nel governo congolese e inimicandosi definitivamente le potenze occidentali. Destituito in settembre dal presidente Joseph Kasavubu, leader della potente etnia bakongo, a dicembre fu rapito dalle milizie del capo di stato maggiore Joseph-Desiré Mobutu e, consegnato a Moïse Ciombe, fu assassinato, nel gennaio successivo, con la complicità delle truppe belghe.

Comunicato delle assemblee del 3 Marzo

GRANDE PARTECIPAZIONE DEGLI OPERAI DELLA LOGISTICA ALLE ASSEMBLEE DEL 3 MARZO, COLLEGATE IN WEB CONFERENCE. DECISO PER IL 22 MARZO UNA GIORNATA DI SCIOPERO DI 24 ORE DELLA LOGISTICA

Oltre 1000 lavoratori hanno partecipato alle assemblee che si sono tenute domenica 3 marzo, in contemporanea e collegate in WEB CONFERENCE dalle città di Milano, Piacenza, Bologna, Genova, Torino, Roma, Padova, Verona, Treviso. Un evento straordinario che ha reso possibile il contatto diretto tra realtà che si conoscevano solo di riflesso. Tutti i partecipanti hanno potuto toccare con mano la possibilità concreta di rappresentare una grande forza a difesa dei diritti violati sul posto di lavoro e di creare un forte collante per affrontare le vertenze specifiche e la lotta per il rinnovo del CCNL, non più in modo sparso e ognuno per proprio conto, ma, al contrario, come una unica realtà di lotta. Effettuato il collegamento di tutte le situazioni, si è proceduto ad un primo giro di saluti e successivamente, da Verona Khaled ha aperto le assemblee, indicando i punti principali della lotta da intraprendere ed , allo stesso tempo, proponendo alle assemblee di discutere di una data nella quale far confluire tutti con uno sciopero di 24 ore, indicando il 22 marzo. Al termine della presentazione, da tutte le città si sono tenute le assemblee che hanno sviscerato e discusso sui punti della piattaforma. Dopo un’ora abbondante di assemblee, ciascuno per proprio conto, si ripristinava il collegamento per le conclusioni.
Ogni situazione riportava l’esito delle assemblee che, concordemente confermavano la data del 22 marzo come scadenza di sciopero per tutti, proclamando fin da subito lo stato di agitazione in tutti i territori e demandando i passaggi organizzativi al costituendo “Comitato di Sciopero”, composto da rappresentanze significative di ogni territorio, che si riunirà nella giornata di sabato 9 marzo per preparare al meglio la scadenza del 22.
Al termine delle assemblee è stato stilato un comunicato congiunto.

Comunicato degli operai della logistica delle assemblee del 3 Marzo

Oggi, 3 marzo 2013, oltre 1000 operai della logistica si sono riuniti congiuntamente in 8 città collegati via web per discutere delle loro condizioni di lavoro, del loro contratto nazionale scaduto a dicembre 2012 ed in fase di rinnovo e soprattutto per contare di più nei magazzini e nel paese.
Abbiamo dato prova di reale partecipazione e democrazia. Operai che discutono e confrontano le loro esperienze di lotta e decidono cosa vogliono e cosa faranno nei prossimi tempi. Non abbiamo notizie di assemblee sindacali in altri magazzini, oltre quelle che organizzano SI-COBAS e ADL-COBAS, ma sicuramente altri lavoratori sentono la necessità di costruire un fronte di lotta unitario da opporre ai padroni.
CGIL-CISL-UIL stanno trattando un rinnovo del Contratto Nazionale senza dire nulla agli operai e moltissimi non sanno nemmeno che il loro contratto è scaduto. Sono tenuti volutamente all’oscuro per poi essere sottoposti ad ulteriori sacrifici e mortificazioni. Come ladri questi signori si muovono con i padroni per rubarci ancora salari e diritti.
Dobbiamo fermarli!
Ci siamo sottratti alla paura e al ricatto ed ora siamo noi ad avanzare le nostre proposte non delegando ad altri il compito di farlo. La nostra piattaforma per il rinnovo del Contratto Nazionale l’abbiamo messa nero su bianco ed inviata alla controparte. Se non la vorranno discutere, se continueranno ad ignorare la volontà degli operai, noi faremo come sempre: scioperi, picchetti, lotta dura!.
La nostra unità è la nostra forza e la nostra determinazione a cambiare le cose l’abbiamo dimostrata attraverso le numerose lotte che hanno attraversato la logistica negli ultimi tempi.
Oggi, 3 marzo, proclamiamo lo stato di agitazione, che si concretizzerà, a partire già da domani, nella capacità di intrecciare le lotte che già stiamo facendo in ogni singolo magazzino e territorio, con la battaglia più generale, per respingere la piattaforma di rinnovo contrattuale proposta dai padroni e imporre un contratto nazionale migliorativo rispetto a quello attuale. Vogliamo costruire un crescendo di iniziative di lotta, a partire dai territori, che possa sfociare in una scadenza comune per tutti, che faccia capire a chi sta trattando a Roma sulla nostra pelle che non stiamo scherzando.
Cogliendo la diversità di ogni singola situazione rispetto ai tempi della lotta, oggi prendiamo la decisione di indire per il 22 marzo una giornata di sciopero e mobilitazione degli operai della logistica aprendo una campagna di lotta per dire no alle proposte padronali e alla complicità dei sindacati di comodo, per dire che la nostra piattaforma la porteremo avanti comunque in tutti i posti di lavoro.
Le assemblee riunitesi il 3 marzo a Treviso, Padova, Verona, Milano, Genova, Torino, Piacenza, Bologna e Roma, danno mandato al costituendo “Comitato di Sciopero Unitario” che si riunirà nella giornata di sabato 9 marzo per programmare i dettagli dello sciopero del 22 marzo e di altre iniziative che si potranno promuovere per arrivare al 22/3.

Fermiamo padroni e sindacati loro complici che vogliono rubarci salari, diritti e dignità.
Fronte di lotta comune per sconfiggere le politiche dei padroni!

Operai della logistica riuniti nelle assemblee del 3 marzo 2013 a Padova, Treviso, Verona, Bologna, Milano, Piacenza, Roma, Torino, Genova

SI.COBAS – ADL.COBAS

fonte: SI-Cobas.org

Rivoluzionari/e: Clara Zetkin

 Una fervente combattente per la parità delle donne, instancabile nella lotta contro le guerre imperialiste, figura di spicco del movimento operaio internazionale.

Clara Zetkin nasce il 5 luglio 1857 a Wiederau, Germania. Figlia di un maestro della piccola città, nella Sassonia. Tra i 19 e i 21 anni studia a Lipsia per diventare insegnante; in questo periodo entra in contatto con gli studenti e gli emigrati russi, tra i quali Ossip Zetkin, rivoluzionario russo che diventerà il suo compagno. Nel periodo della guerra del 1870-1871, Clara inizia a militare nelle fila del movimento operaio. La Comune di Parigi, la sua caduta, la successiva repressione e persecuzione degli organizzatori della rivolta e del primo autogoverno degli sfruttati, furono elementi decisivi per  il movimento operaio.
Clara si trsferisce per un breve periodo in Austria, a Zurigo. Nell'estate del 1882, in città iniziarono ad arrivare un gran numero di rifugiati russi e socialdemocratici tedeschi. Presto Clara avrebbe collaborato direttamente per l'organizzazione tedesca. Nello stesso anno si trasferisce a Parigi dove sposa Ossip Zetkin. Qui conosce la comunarda Louise Michel e Jenny Marx. Tra il 1889-1890, periodo in cui nascono partiti socialisti in diversi Paesi, Clara, attraverso il suo contributo ai lavori preparatori, partecipa attivamente alla fondazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (la II Internazionale, fondata a Parigi il 1889).

Nel 1898 Clara Zetkin e Rosa Luxemburg si incontrano nel Congresso del Partito Socialdemocratico a Stoccarda, l'anno successivo si trovano di nuovo insieme a lavorare per il partito ad Hannover. Da allora fino allo scoppio della guerra mondiale, partecipa a tutti i congressi della II Internazionale.

Clara si pone come obbiettivo fondamentale l'organizzazione del movimento delle donne socialdemocratiche. Nel 1920 viene eletta presidente del Movimento Internazionale delle Donne Socialiste. In quello stesso anno per la prima volta visita l'Unione Sovietica. Nel 1921 ha un ruolo di primo piano nella direzione della Terza Internazionale. Nel 1924 è il dirigente principale del Soccorso Rosso internazionale. Il 20 giugno 1933, all'età di 76 anni, muore in ospedale di Archangelskoje, nei pressi di Mosca. Il suo corpo fu sepolto all'interno delle mura del Cremlino.

Miseria del fair trade


«Dacci oggi il nostro pane quotidiano»: è una preghiera della silenziosa semplicità, che non converrebbe alla bocca di un popolo che sia cosciente della sua padronanza dei mezzi di sussistenza e che non può assolutamente avere solo il pensiero del pane di un giorno; un tal popolo può invece pregare per la prosperità del tutto, per una natura amica; pregare non è allora chiedere (F. Hegel, Scritti teologici giovanili, II, p. 551, Guida editore)

«Battersi per una povertà dignitosa»: è l’utopia rivoluzionaria di Frans Van der Hoff, il teologo olandese che ha “inventato” il cosiddetto mercato equo e solidale, ossia una delle forme che il Capitale, nella sua infinita saggezza, ha sperimentato per espandere in ogni luogo del pianeta i suoi meravigliosi rapporti sociali. Naturalmente il nostro pio olandese non è d’accordo con la mia tesi, e difatti nel suo Manifesto dei poveri scrive quanto segue: «Il capitalismo non esiste che da duecento anni e noi abbiamo potuto constatare, in modo definitivo, che le contraddizioni che gli sono proprie portano in se stesse i germi del suo superamento: il commercio equo e solidale è uno di questi» (F. V. der Hoff, Manifesto dei poveri – il commercio equo e solidale: per non morire di capitalismo, Il Margine ed.).
Lungi dal superare il Capitalismo, il cosiddetto fair trade e ogni altra forma di iniziativa “economicamente corretta” (tipo Banca Etica, Finanza Etica, Moneta Etica ed eticherie di simile fattura) rappresentano appunto una delle tante strade che menano al suo sviluppo. In linea di principio il Capitale non discrimina sul piano etico, razziale, religioso, sessuale, politico: tutto ciò che non ne mette in discussione la radice sociale, ossia la forma salariale del lavoro e la forma mercantile del prodotto del lavoro sociale (di cui il denaro ne è l’espressione più genuina e mistificata), si presta potenzialmente a diventare un suo strumento di sviluppo. È la potente astuzia del Capitale. «La verità è che in questa società borghese ogni lavoratore, purché sia un tizio intelligente ed astuto, e dotato di istinti borghesi, e favorito da una fortuna eccezionale, ha la possibilità di trasformarsi in sfruttatore del lavoro altri» (K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito).

Non c’è dubbio che Frans Van der Hoff sia dotato di intelligenza e di istinti borghesi. L’astuzia non è decisiva nel singolo: essa è immanente alla dialettica del Capitale, questa vera e propria potenza sociale demoniaca – un linguaggio quanto mai appropriato all’oggetto di cui si tratta. Che il fair trade possa favorire il superamento dell’attuale crisi economica (non del Capitalismo!) è cosa che sta nell’ordine “naturale” delle cose, e ciò può scandalizzare solo chi non comprende l’essenza della Società-Mondo del XXI secolo: da New York a Tehuantepec.

A proposito di «utopia rivoluzionaria»: ovviamente stavo facendo dell’ironia. Lo sviluppo capitalistico è bensì rivoluzionario, perché plasma e riplasma sempre di nuovo la società, ma mai utopistico, per definizione. Chimerico è invece il pensiero di chi crede in un Capitalismo «dal volto umano», come “ai bei tempi” qualcuno sperava in una “umanizzazione” del «socialismo reale», la cui sola realtà era quella di non avere nulla a che fare col socialismo. La stessa Teologia della Liberazione si sviluppò in parte come critica dello stalinismo (vedi Cuba), ma su una base teorica e politica che non ne colpiva la radice, e che per questo si apriva alle più stridenti delle contraddizioni. Ma qui non è il caso di approfondire la cosa.

Sembra che l’operazione altromercatista abbia avuto un certo successo (si stima un fatturato mondiale annuo di oltre 4 miliardi di euro), e il buon teologo olandese non nasconde la sua legittima soddisfazione: «il fatturato è aumentato del 100%. Questo significa che oggi un campesino di Tehuantepec guadagna 4 dollari al giorno, mentre prima ne guadagnava solo 2». Dalla sterile carità alla costruzione di un Capitalismo ben temperato, per dirla con Romano Prodi, o benecomunista, per citare gli odierni cattostatalisti. Il Capitalismo può dunque conseguire simili obiettivi? La mia fede anticapitalistica vacilla, nicchia, tentenna. Ma è un attimo, e Il Capitale ritorna a risplendere nel mio cuore. Signori, il cinismo mi impedisce di apprezzare in tutta la sua gigantesca portata storica la vera e propria conquista umana maturata a Tehuantepec.

«L’idea è quella di accettare le regole dell’economia di mercato, ma interpretandole come interscambio di merci e non di denaro» (intervista rilasciata al Corriere della Sera del 16 ottobre 2006 dal «missionario olandese che usa sandali ai piedi e borsa di lana a tracolla»: com’è francescano tutto ciò!). Non si capisce dove insista la novità rivoluzionaria: la forma merce è la matrice del Capitale, mentre il denaro ne è la sua espressione più generale e, al contempo, più ingannevole, perché cela il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che crea la ricchezza sociale nella sua odierna forma mercantile. Nella merce si trova in forma «cristallizzata» quel plusvalore che presuppone l’esistenza del campesino come lavoratore sfruttato, come salariato, insomma come benefattore del Capitale, più o meno «equo e solidale», che lo sfrutta tutti i santissimi giorni.

Certo, per un tizio che ha come massima aspirazione la «povertà dignitosa», la sopravvivenza fisica del campesino può apparire alla stregua di una meravigliosa «utopia concreta». Miseria dell’«utopia concreta», avrebbe detto il trincatore di Treviri. È comunque quello che penso io. Ad esempio, quando il teologo olandese parla di «plusvalore della solidarietà», la tentazione di esorcizzarlo a furia di citazioni marxiane, e qualche calcio assestato sul pio fondo schiena, è forte. Evidentemente non sono sufficientemente equo, e per nulla solidale con chi proferisce luoghi comuni benecomuniti («L’economia dev’essere al servizio della gente, e non viceversa»: quasi mi commuovo!) come se fossero perle di saggezza, e per soprammercato – è proprio il caso di dirlo – ammantati da un’aureola di pseudo profetismo.

Non esiste alcun «altro mercato»: esiste solo questo mercato, un solo mercato capitalistico che oggi ha la dimensione geoeconomica del pianeta e la dimensione esistenziale dell’individuo – nel senso che siamo fatti a immagine e somiglianza delle plurime esigenze del Capitale. La stringente logica capitalistica del teologo (è olandese, a dimostrazione che la storia non è acqua) è lì a testimoniarlo nel modo più chiaro: «Ma anche in assenza di una nobile spinta, credo che il mercato equo e solidale sia destinato ad espandersi per una ragione molto semplice: i nostri prodotti sono di qualità notevole e spesso costano meno degli altri». Più mercantile di così!

Scrive il Nostro: «Il lavoro umano ha una sua dignità e un suo prezzo». A mio modesto avviso il lavoro che ha un prezzo, non importa se alto o basso (è una questione di sviluppo capitalistico e di condizione del ciclo economico), non può avere né dignità né umanità. Chi si batte per un prezzo “equo e solidale” della capacità lavorativa (altrimenti detta merce-lavoro o “capitale umano”) è un apologeta del Capitalismo, anche se in tutta onestà e buonafede pensa di affermare il più rivoluzionario dei pensieri che oggi la realtà ci consente di predicare e praticare.

C’è dunque un mercato per tutte le tasche e per tutte le etiche: per il rozzo e consumista cittadino, quello che vuole risparmiare persino sulla busta biodegradabile che gli propina il supermercato, come per il «consumatore critico e consapevole del nord», il cui potere d’acquisto, detto di passata, in genere è più alto rispetto alla media, perché anche la «spesa etica» ha un suo costo per così dire immanente: il plusvalore etico… Certo, bere una tazzina di caffè equo e solidale pensando di favorire con questo semplice gesto quotidiano lo sviluppo capitalistico nelle zone depresse del Messico, è cosa che fa perdonare il sovrapprezzo etico. Chi scrive purtroppo può permettersi solo il caffè da 1 euro a confezione, e per sua fortuna non ha alcuna consapevolezza etica: la sua coscienza, infatti, è più nera del cattivo caffè che manda giù! Ma nella notte del Capitalismo globale e mondiale tutte le coscienze non sono nere? Certo, fatta salva la coscienza del consumatore equo e solidale, nonché critico e responsabile.

«Abbiamo superato la protesta fine a sé stessa e la nostra protesta è ora intessuta di proposte specifiche. Socializzare i mezzi di produzione e socializzare il mercato è un’urgenza, ma non disponiamo di un nome per definirla» (intervista rilasciata da Hoff a Famiglia Cristiana.it, 18/05/2012). No, il problema non sta nel nome della cosa ma piuttosto nel suo concetto, e difatti Famiglia Cristiana può ospitare le “rivoluzionarie” idee del teologo olandese senza sentire il bisogno di chiamare l’esorcista, o la polizia. «Socializzare i mezzi di produzione»: e che ci vuole!

4.3.13

Le elezioni servono ai padroni le rivoluzioni agli operai

“Le rivoluzioni servono ai padroni!”, cosi’ recitava e recita la sintesi sloganistica della posizione del movimento rivoluzionario negli ultimi decenni.
E’ una sintesi, cioè l’espressione stringata di un processo di analisi e verifica reiterata nello spazio e nel tempo capitalistico.
Necessita, quindi, di una esplicitazione.

A volte, nel tempo e nello spazio capitalistico, quello che serve ai padroni, “serve”, o può essere convenientemente utilizzato, anche dal proletariato, come nel caso della internazionalizzazione di mercato e della conseguente, attuale, crisi.
Questo utilizzo non vale per la partecipazione elettorale, nemmeno come “tribuna” di denuncia rivoluzionaria potenzialmente piu’ ascoltabile dalle masse degli attuali nostri minimi strumenti di comunicazione.
Questo è stato vero e proficuo in altre epoche storiche, dove l’utilizzo parlamentare è durato il tempo strettamente necessario alla rivoluzione, ed al suo tentativo di riproduzione allargata.
Oggi, a fronte dell’internazionalizzazione capitalista, dei processi di formazione, diffusione e consolidamento del blocco economico continentale come “nuova” forma della competizione pluripolare che “rosicchia” progressivamente le antiche autonomie degli stati nazionali, non si pone il tema della “convenienza” ad una nostra tattica di partecipazione elettorale.

Una posizione chiara ed univoca di astensione attiva, cioè legata al lavoro alternativo di radicamento sociale dell’organizzazione di classe, risponde anche alla necessità di produrre una visione complessiva altra della nostra politica di classe.
Una politica di classe che oggi non contempla alcuna “partecipazione democratica”, e che domani vuole cancellarla come forma di comunanza dei soggetti sociali associati.
Noi siamo per una società senza classi, cioè per una società in cui non ci sia spazio né bisogno di rappresentare diversi interessi coaugulati in lobby e partiti, e della loro espressione parlamentaristica, peraltro, oggi, ridotta a mera esecutrice di decreti legge o di imposizioni e vincoli europei.
La novità odierna relativa a questo nostro punto di vista maturato da decenni è che, oggi, intercetta non piu’ nicchie iperpoliticiste, ma milioni di donne e uomini che, seppur spesso qualunquisticamente, hanno rotto con fiducie e deleghe mal riposte.
Ovviamente, l’intervento in questo 25% di astensionismo non è l’unico nostro terreno di lotta e selezione, e nemmeno il piu’ importante, ma è pur sempre un terreno d’intervento cui dedicare attenzione per incidere in quella frazione astensionista che si pone domande e riflessioni nella prospettiva.
Essere chiari sul fatto che la nostra possibile organizzazione non trova nel parlamento possibilità utili alla trasformazione sociale è un modo per schierarsi nettamente dalla parte della rivoluzione e della società senza classi.
Essere chiari sul nostro astensionismo attivo è un modo per schierare da subito quanti si avvicinano a noi su posizioni di classe, antagoniste e separate da tutte le altre.
L’intreccio tra l’intervento nelle lotte di resistenza alla crisi e nell’astensionismo operaio può produrre un passo in avanti nella costruzione dell’organizzazione autonoma di classe. 
 
Combat Roma
 

2.3.13

Il governo messicano ammette pubblicamente l'esistenza di 26000 desaparecidos

Il governo di Enrique Peña Nieto ha pubblicato il primo elenco ufficiale di persone "non localizzabili" durante i sei anni dell'amministrazione di Felipe Calderón (1 ° dicembre 2006 al 30 novembre 2012) , una lista che riguarda 26.121 persone, e si è impegnato a rendere pubblici in forma periodica le notizie sui desapericidos.
Al di là delle cifre sbandierate dal nuovo governo, per le famiglie delle vittime non è ancora chiaro come e quando il governo risponderà alle due richieste principali: la ricerca dei propri cari vivi o morti e ottenere giustizia.
Per ora, la presentazione della lista ha generato molti interrogativi. Non ci sono dati esatti su quante di queste persone sono realmente desaparecidos o quante siano solo scomparse accidentali. Non si sa quante sparizioni potranno essere "classificate" come sparizioni forzate, vale a dire con la partecipazione di qualche autorità, o quante siano opera della criminalità organizzata (nel periodo del governo Calderón si è intenficata la guerra tra i potentissimi cartelli della droga che hanno causato in Messico una sorta di guerra civile, con 50.000 morti dal 2006).

c.a.