22.2.13

[1 Marzo La Spezia] Mobilitazione sociale studentesca

Studenti, precari, disoccupati, lavoratori... uniti fuori dai partiti! 
nessuno ci rappresenta.
Mobilitazione generale: rilanciare, le esperienze dell'autogestione o occupazione e confronto, coinvolgendo più soggetti sociali possibili, al fine di creare un fronte comune unitario contro la crisi del sistema capitalista e contro tutti i governi (diretta emanazione e servitù del capitalismo internazionale)degli ultimi anni, per ribadire l'indipendenza politica, e l'autonomia d'azione contro il sistema mafioso della "partitocrazia" cercando di ottimizzare ogni risorsa in campo contrastando tramite solidarietà e resistenza attiva le politiche della giunta comunale (che invece di dare garanzie agli studenti ed ai lavoratori investa milioni di euro per deturpare la città a beneficio di pochi e sopratutto dei cosidetti poteri forti "extracittadini"), in sintesi, la borghesia corrotta legata al partito democratico riceve le sue briciole mentre il territorio diverebbe il "bancomat" degli sfruttatori, e di tutti coloro che da decenni campano sulla pelle di chi non riesce ad arrivare a fine mese. E questa non è demagogia, ma la realtà che si palesa empre più dura agli occhi di tutti. Ciò si inserisce pienamente nel contesto delle politiche nazionali che vengono perpetrate da tutti i governi, come in Val di Susa dove le lobby criminali come Impregilo vengono protette dalle istituzioni, con cui non è possibile assolutamente, nessun tipo di dialogosopratutto se la risposta è sempre il manganello e l'umiliazione di tutte quelle persone che con forza, rabbia e tenacia si oppongono; a chi invece di rilanciare la scuola pubblica come luogo di formazione culturale e di libera aggregazione sociale devasta un'intera valle, così come all'usura di equitalia costringendo decine di persone a vivere drammi come il suicidio e l'indigenza più opprimente. Pertanto si rilancia una dura opposizione nelle strade e nelle piazze della città per far capire a chiare lettere che non siamo in vendita, e che respingiamo con forza le loro menzogne ed i loro crimini, senza se e senza ma!

Venerdì 1 marzo 2013
ore 9:00 Piazza Brin!
Si parte si torna insieme!

21.2.13

Non votare (3) - Abbandona l'illusione/Costruiamo la nostra organizzazione politica!

Ancora una volta l'ennesimo show elettorale è stato allestito seguendo i soliti, monotoni copioni. Sui cartelloni della città imperversano primi piani dei candidati dei vari partiti, con slogan vecchi o tirati a lucido, studiati ed ideati da professionisti del settore. Sui giornali, nei talk-show televisivi, radio, social network l'argomento principale che terrà testa saranno le elezioni.
Data la particolare situazione economica e sociale del Paese, il timore che il nuovo governo di turno peggiori le condizioni economiche di milioni di famiglie, a lavoro, a scuola, tra amici e conoscenti si parla delle elezioni come l'ultimo dei salvagenti rimasti.

La vita che stiamo vivendo è fatta di precariato, disoccupazione e angoscia per il futuro.
La nostra generazione quando esce fuori da scuole e dalle università si ritrova tagliata fuori da un mondo del lavoro precluso a chi non possiede già esperienze lavorative; per quasi tutti i titoli di studio e attestati di formazione professionale non esiste uno sbocco che non sia quello di entrare in quel circolo vizioso dove vince chi sfrutta di più (lavoro nero, contratti fasulli, tirocini,stage non pagati...).

La precarietà continua e l'insicurezza sociale che il capitalismo ci riserva ci mette nelle condizioni di dover essere continuamente preparati, in qualsiasi momento, a dover cambiare radicalmente la nostra vita piegata alle esigenze produttive.

Non ci sentiamo rappresentati da nessun partito perchè crediamo che nessuno possa rappresentare i nostri interessi come lavoratori, precari, disoccupati.
Per questo non siamo disposti a dargli la nostra fiducia e il nostro voto.

L'alternativa che proponiamo, è quella dell'impegno per costruire la nostra organizzazione di classe, autonoma da ogni interesse che non sia quello dei lavoratori. 

Sostenere le lotte che si sviluppano nel territorio, salvaguardare i nostri interessi di lavoratori, precari, disoccupati iniziando a recuperare la dignità di chi ha sempre pagato sulla propria pelle le scelte economiche di governi di ogni colore.

Abbandoniamo l'illusione del voto! Costruiamo la nostra organizzazione politica!

Solo uniti e organizzati saremo in grado di dare la pedata definitiva a questo sistema!

Sabato 23 febbraio banchetto astensionista - non votare/asteniamoci/organizziamoci 

Combat Genova

Affari, guerre, spartizioni, elezioni: il volto del capitale

Quello appena trascorso è stato un anno sicuramente importante per l’imperialismo continentale. Ha retto agli scossoni dei mercati finanziari, ma il “tasso di federalismo” rimane confinato al magro 1% del PIL del Bilancio UE (contro il 20% di quello federale USA), mentre la crisi del Sud Europa risucchia anche la locomotiva tedesca, cosicché l’apparato produttivo europeo perde colpi non solo nei confronti dei paesi emergenti, ma anche degli Stati Uniti.
In estate e poi in autunno si è provato a mettere a punto il meccanismo del “Fondo Salva Stati”, gestito direttamente dalla BCE, oltre al progetto eurobond.
Lo imponeva una situazione a dir poco esplosiva sul terreno finanziario, in cui la questione dei “Debiti Sovrani” la fa da padrone, convogliando certamente energie verso una risposta “unitaria” della borghesia europea aggrappata all’euro; ma scatenando in contemporanea forze centrifughe non riconducibili neppure ai soli PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

Ne esce fuori un quadro decisamente assai “scomposto” dell’imperialismo continentale, ribadito anche nella recente guerra del Mali, dove “vecchie” potenze ex coloniali come Francia e Regno Unito si ri-proiettano nel continente africano, spostando verso il centro di esso quel peso politico-militare ben sperimentato nella guerra di Libia.
Ci sono da difendere certamente interessi economici (potenziati) mai scomparsi.

Ma è estremamente interessante che ciò avvenga “sganciandosi” dalla tutela tedesca e mettendosi in gioco su un altro scenario di competizione imperialista rispetto a quello europeo, aperto ai venti ed alle tempeste di potenze emergenti come la Cina ed al “ritorno” di potenze, in realtà mai scomparse, come la Russia.
Se, come probabile, la guerra africana, le guerre africane, dovessero estendersi e radicalizzarsi, diventando dei replay afghani nel Continente Nero, la contesa imperialista potrebbe fare leva su di esse anche per ridefinire i rapporti di forza in Europa e nel mondo.
Con conseguenze che si possono facilmente intuire, perlomeno nel campo di quelli che non si sono mai lasciati abbindolare dalle chiacchiere sull’ONU e sulla “pacifica convivenza” tra Stati. Tale accelerazione imperialista aumenterebbe esponenzialmente le tensioni economiche, politiche e sociali, creando però dialetticamente anche i presupposti dai quali le classi oppresse africane, che lo sviluppo capitalistico in corso trasforma sempre più in proletariato moderno, potrebbero muovere per superare le attuali, devastanti divisioni religiose, etniche e tribali, zavorra sulla quale fanno leva gli imperialismi.

Il “nostro” imperialismo, quello italiano, permane in una situazione di minorità, che non vuol dire inazione, passività.
Le “cure” del professor Monti hanno certamente tenuto agganciato il carro della borghesia italiana alla locomotiva tedesca ed all’euro. Per questo si è passati coi bulldozer sulle teste di milioni di proletari, pensionati, giovani. Ma ciò non è bastato, non può bastare a far riprendere vigore ad un imperialismo “combattuto” tra la sponda anglo-francese e quella tedesca. Attirato dai vantaggi di una linea diretta con Berlino (1° paese per l’export italiano), ma contemporaneamente stuzzicato dalla possibilità di giocare da protagonista una nuova partita africana. Lo esprime chiaramente il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura («Corriere della Sera», 16 gennaio 2013) quando invita a ripensare il nostro impegno nella guerra del Mali e … dintorni, elogiando la “missione” di Romano Prodi in Africa, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel. “Sarà lui l’uomo chiave – commenta De Mistura – perché dopo i militari subentrerà il momento politico, quando bisognerà ristabilire il dialogo e ricostruire il Paese.”
Ma ai “pruriti” africani si sommano le incognite di una instabilità finanziaria che fa da acceleratore alla crisi del capitalismo, la quale investe appieno il continente europeo. Gli “avventurismi” finanziari legati alla prospettiva della centralizzazione del capitale bancario ed al “gioco d’azzardo” borsistico sull’euforia della moneta unica europea, portano a galla oggi i loro frutti avvelenati. La vicenda del Monte dei Paschi, tanto per stare all’attualità, porta con sé un potenziale di destabilizzazione economica e pure politica di cui riusciamo solo ad intravedere i primi segnali. Il PD è nella bufera, travolto da una lotta “esterna” ed “interna” assai aspra e dagli esiti incerti. Dentro un quadro di crisi del “bipolarismo” della “Seconda Repubblica”, dovuto all’ingresso nella contesa elettorale di Mario Monti e del suo tentativo di aggregazione “centrista”. Berlusconi, che sembrava inizialmente tagliato fuori, sta cercando la rimonta “populista” puntando sull’anti- germanismo, sul fisco, e sull’ampia platea degli evasori fiscali e trasgressori delle norme urbanistiche, coadiuvato dal “macroregionalismo” leghista. Gli fa da pendant il populismo pseudo-eversivo del grillismo, che piazza un impossibile capitalismo “pulito”, senza sfruttamento e corruzione, e la democrazia dal basso mentre pratica il centralismo personale. L’arma delle “mani pulite”, già depotenziata nel comune sentire, sta diventando sempre di più spuntata nelle mani del centrosinistra, non meno invischiato in corruttele e ruberie di quanto lo siano i suoi concorrenti, tutti comunque ricompattati dal parassitismo imperialista. A poco serviranno le raffazzonate aggregazioni schedaiole di “moralità civica” e di “democrazia informatica”, se non ad evidenziare ancora di più lo squilibrio italiano, la latente crisi politica che ci ha portato ad una riedizione dei “governi tecnici”.

Certo, pagano sempre e comunque i lavoratori, lo sappiamo.
Lavoratori che non possono, né mai potranno entrare come componente di una impossibile “sintesi” tra capitale e lavoro.
Questa verità scientifica che il marxismo ha per sempre scolpito nella dinamica storica della lotta tra le classi oggi non ha bisogno di ulteriori verifiche. Parlano da sole le continue manovre che ogni governo ha fatto e farà per puntellare una società caotica e squilibrata, impossibilitata a garantire un bel nulla, sopratutto a quei giovani ai quali si rivolge con ipocrisia. Ma molti miti dovranno ancora essere sfatati, nella teoria come nella pratica. A cominciare da quello che vede contrapporre la “produzione buona” alla “finanza cattiva”, la “ proprietà pubblica buona” contro quella privata “cattiva”, l’illusione che la “crescita” porti con sé lo “sviluppo dell’occupazione”, il tutto dentro i rapporti di produzione capitalistici.
E ciononostante, ora si scopre che “il piccolo non è più bello”, dal momento che le stesse fonti padronali picchiano il tasto della “dimensione d’impresa”: media di 3,5 addetti in Italia contro i 13 della Germania … Se fossimo a quei livelli, si dice, avremmo il 40% di produttività in più. Ed i salari italiani negli ultimi tre anni hanno avuto un aumento lordo del 4,5%, mentre i prezzi sono saliti dell’8% (dati Isrf-Lab, ex Ires-Cgil). Mentre aumenta, stando pur sempre dentro il recinto di quelli che il lavoro ce l’hanno, il divario tra categorie, tra tipologie contrattuali, tra lavoratori della stessa azienda. E questo grazie anche alla collusione tra sindacati (confederali, ma non solo), padroni e governo.

Non a caso nell’autunno scorso è stato firmato uno scellerato, ennesimo, “Patto sulla Produttività”, che cancella di fatto il CCNL e mette al centro della “contrattazione” l’aziendalismo. Cioè la frantumazione operaia, la concorrenza, la “competizione” tra lavoratori. E la Cgil, che per ora non ha firmato (in attesa del governo del capocordata?), non può spacciare ai lavoratori che tutto questo è stato preparato, per non andare troppo indietro, nel giugno del 2011, quando la stessa Camusso era andata a popolare la barca del “manifesto di Confindustria” e delle altre Associazioni “datoriali” per “uscire dalla crisi”, togliendo di mezzo Berlusconi-Tremonti. E questo “manifesto” viene riproposto ed arricchito da Giorgio Squinzi, aggiungendovi un aumento tassativo di 40 ore lavorative all’anno, per … rilanciare il manifatturiero italiano! Una soluzione “trasversale” alle dimensioni d’impresa, un salvare capra e cavoli che punta sul prolungamento dell’orario di lavoro come fattore di competitività.
Unica controtendenza al dilagare delle opzioni borghesi in tutti i gangli della vita sociale rimangono per ora le lotte dei lavoratori migranti nelle logistiche del Nord e del Centro, dirette da un sindacato conseguentemente classista come il SI-Cobas, e qualche tentativo di aggregazione operaia in “comitati di lotta autorganizzati” (il “Comitato” dell’Ilva di Taranto, iniziative a Roma e a Napoli, soprattutto nel settore dei ferrovieri e dei trasporti, e in altre realtà locali). Per il resto si susseguono tentativi di “resistenza” per nulla collegati tra loro, in preda all’isolamento ed alla confusione, pronti ad essere svenduti dopo i soliti “iter” sindacal-istituzionali.
Si impone un’accelerazione verso organizzazioni di classe che alzino lo sguardo da una visione limitata e frustrante dei problemi operai, coordinandosi e collegandosi fattivamente per alzare il livello delle lotte stesse e per far sì che da esse escano dei quadri di lotta, dei comunisti.

In questo periodo di elezioni, un passaggio per noi imprescindibile verso l’aggregazione politica comunista è la scelta astensionista che dobbiamo propagandare ed agitare tra i proletari, di ogni età e condizione.

Astensionismo non di “protesta”, non di “recupero”, non di “disimpegno”, ma di lotta e di organizzazione per raccogliere le forze in grado di abbattere il capitalismo.

Un astensionismo cosciente, che dia indicazioni di impegno per organizzare i proletari occupati e non; per indirizzare la loro lotta contro questo marcio sistema di sfruttamento, corruzione e parassitismo, che fa della “delega” uno spot per riprodurre i suoi meccanismi di miseria e di morte.


Un astensionismo comunista, cosciente che “La classe operaia, liberando sè stessa, libera tutta l’umanità" K. Marx

 [da 'PagineMarxiste' n°32 febbraio '13]

fonte: Combat-coc.org

20.2.13

Recensioni: I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938)

La sinistra comunista radicale ha giudicato che la rivoluzione spagnola del 1936 fosse impossibile. I toni possono essere diversi, ma la sostanza è la medesima. Nel complesso, tutte le tendenze che si richiamano alla sinistra comunista hanno sentenziato che la rivoluzione spagnola fosse fuori dal tempo massimo concesso dall’ondata rivoluzionaria sorta con l’Ottobre russo del 1917. Di cui, nel 1936, i processi di Mosca sancivano la fine, anche sotto il profilo formale.
Questa valutazione nasce – oltre che dal senno di poi, di cui son piene le fosse – da una concezione politicante della storia, che prescinde dalla reale dinamica dei conflitti sociali, riducendo il tutto a giochi dicamarille. D’altro canto, l’accanimento che si scatenò contro i proletari e contro la rivoluzione spagnola dovrebbe far capire che qualche cosa bolliva in pentola, e quello che bolliva non piaceva certo alla borghesia, di destra e di sinistra.
Nei fatti, i proletari spagnoli affrontarono uno scontro di classe che, solo per evidenti fattori contingenti, presentava aspetti diversi da quelli che, storicamente, i proletari avevano già affrontato. E se furono sconfitti, non fu solo per colpa dello stalinismo e del «non» intervento delle Grandi Democrazie. La rivoluzione fallì per cause intrinseche, che non sono neppure da vedere in un eccesso di quell’«anarchica spontaneità», che da alcuni fu condannata e da altri fu osannata. Di fronte a questo capzioso dilemma – e alla luce dei fatti di Spagna –, c’è invece da domandarsi dove finisce la spontaneità e dove inizia l’organizzazione; e poi, dobbiamo anche chiederci: dove finisce l’organizzazione e inizia la burocrazia?
La rivoluzione non è certo una questione di organizzazione. Anche se richiede organizzazione. E gli anarchici spagnoli entrarono nel merito della questione, facendo mille errori ma tracciando un solco netto sulla via dell’organizzazione di classe, da cui una seria ricostruzione storica non può prescindere. Sono questi gli aspetti che il libro di Agustín Guillamón mette in luce, esaminando l’attività dei Comitati di Difesa della Cnt dal luglio 1936 al maggio 1937.
La sconfitta che il popolo di Barcellona inflisse all’esercito fascista il 19 luglio 1936 è uno dei miti più radicati della storia della Rivoluzione sociale spagnola. In realtà, la «spontaneità» della risposta operaia e popolare al golpe militare fu catalizzata e coordinata dai Comitati di Difesa della Cnt, che già da due anni li stava organizzando. I Comitati di Difesa furono i nuclei dell’esercito di miliziani che sostenne il Fronte d’Aragona; essi costituirono inoltre la base dei numerosi comitati rivoluzionari di quartiere, che avrebbero provveduto alla vita quotidiana di Barcellona (cibo, casa, sanità, istruzione…), fino alla restaurazione del potere borghese della Generalitad, imposto grazie alla connivenza dei comitati superiori della Cnt e della Fai. Neppure l’insurrezione «spontanea» del maggio 1937 per fermare la controrivoluzione, fomentata dallo stalinismo, può avere una spiegazione senza la presenza dei Comitati di Difesa nei quartieri di Barcellona.
Il libro di Guillamón analizza ed evidenzia l’esistenza di differenti modi di intendere (e di vivere) la Cnt e l’essenza stessa della Rivoluzione libertaria in seno al movimento anarcosindacalista di quell’epoca. Queste differenze, già presenti nel periodo repubblicano, durante la Guerra Civile produssero numerosi scontri fra i coerenti difensori della rivoluzione nell’ambito dei comitati di base e coloro che, invece, concepivano la Cnt-Fai come un partito in più nel campo dell’antifascismo, ripetendo la solita litania che «il momento era grave ed eccezionale». Una giustificazione che, recitata come un mantra, è divenuta un articolo di fede, facendo dimenticare che MAI l’antifascismo ha vinto il fascismo. Anzi, è SEMPRE avvenuto il contrario. Pur nei drammatici frangenti della guerra e dei contrasti politici che l’inasprirono, Guillamón riesce a mostrare la forma e la sostanza che la società libertaria avrebbe potuto assumere in una Barcellona proletaria, solida e organizzata attraverso i comitati di quartiere, protetti dai Comitati di Difesa.

Dino Erba

Agustín Guillamón I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938) - Dai Quadri di difesa ai Comitati rivoluzionari di quartiere le Pattuglie di Controllo e le Milizie Popolari
Introduzione: Dino Erba, Spagna 36. Una rivoluzione impossibile? O l’impossibilità della rivoluzione?
Appendice: Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni.
All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2013. Pp. 226.
Contributo € 15 (comprese le spese di spedizione).
Richiedere a: dinoerba@libero.it/

fonte: Connessioni per la lotta di classe

I nuovi patrioti

Nelle tradizione comunista si sono contrapposte posizioni astensionistiche a quelle del parlamentarismo rivoluzionario, ma ecco una soluzione “inedita” di due “astensionisti di ferro”, Eugenio Orso e Anatolio Anatoli:

...a chi non può fare a meno di recarsi alle urne e decide di non astenersi, partecipando oggettivamente allo Spettacolo quali che siano le sue motivazioni, il nostro consiglio è di dare il consenso soltanto a Grillo o in alternativa a Berlusconi.”(1) Questo perché “negli ultimi mesi di vita del quarto esecutivo Berlusconi è partito l'attacco finale contro l'Italia, per ridurla a territorio occupato da saccheggiare, per disintegrare il suo sistema produttivo, per trasformare gran parte della popolazione in mano d'opera a basso costo, mettendoci tutti alla completa mercé delle élite finanziarie internazionalizzate.”

Alla crescente pressione del capitale non rispondono chiedendo la mobilitazione della classe operaia, la ripresa delle lotte, l'impegno per la formazione di un partito politico che di queste lotte si faccia interprete e guida, ma lanciano un appello per la difesa della patria, per di più con una manovretta politica in cui di cerca di utilizzare nientemeno che Berlusconi. Non hanno insegnato niente le vicende di Gheddafi, che aveva puntato sul cavaliere?

“Berlusconi, contrariamente a quanto speravamo, non ha premuto troppo l'acceleratore sull'antieuropeismo, sul sentimento popolare antieuro e antitedesco, seminando adeguatamente zizzania nella ue e sollevando in modo chiaro, necessariamente antieuro e antiunionista (senza se e senza ma), il problema della sovranità degli stati e del controllo nazionale della moneta”.

Quando si parla di patria, di nazione, di sovranità degli stati e, nel caso specifico, d'Italia, si presuppone un interesse comune tra borghesia e proletariato, cosa che il marxismo ha dimostrato infondata. Se, nei paesi di capitalismo consolidato è tradimento nei confronti del proletariato schierarsi con la propria borghesia in caso di guerra, lo è altrettanto se la guerra è soltanto economica. Monti è un proconsole del capitale finanziario ed occorre cacciarlo, non c'è dubbio, ma un conto è puntare su una serie di scioperi che blocchino l'offensiva borghese, un altro contare su giochi che coinvolgono un personaggio che ha tradito tutti, oppure su un comico che non fa distinzioni di classe, e che recentemente ha entusiasmato gli industriali del Nord est.(2)

Qui si rivela la vera posizione di questi “sinistri”, che non è certo l'internazionalismo proletario, ma il ricupero della sovranità nazionale, e lo sciovinismo, che si rivela nel sentimento antitedesco.

Almeno La Grassa ha capito che il vero padrone non si trova a Berlino, ma a Washington. E' giunto a posizioni altrettanto patriottiche, ma ha il pregio della chiarezza. Ha abbandonato il riferimento al marxismo. E' più dannoso alla nostra causa chi si finge, e sopratutto chi si crede marxista pur non essendolo, di chi si schiera apertamente su altre posizioni.

La Grassa ripone le sue speranze nel ceto medio:

“ ...una parte della destra ciancia invece a favore del ceto medio. Voi direte; ma che cos’è? Come si distingue in questo confuso ammasso chi ha vera utilità e produttività e chi la “sfanga” in lavori mal definiti? Non importa, è in questo ammasso che dovranno ormai emergere, nel mondo moderno, nuovi strati sociali adatti alla conduzione di settori produttivi più avanzati e magari di carattere strategico...
Difendiamo per carità il lavoro salariato, è giusto che abbia retribuzioni da vivere civile e senza troppi patemi d’animo. Tuttavia, non si può consentire il massacro dei ceti medi per mantenere milioni di elettori di sinistra, pescati appunto tra i lavoratori dei settori meno utili o quanto meno enormemente sovradimensionati rispetto ai bisogni di un normale ed efficiente sistema produttivo nazionale.”(3)


La Grassa indica nella cosiddetta sinistra, e in particolare nella linea Napoletano, i garanti del massimo asservimento agli USA – su questo potremmo essere d'accordo. Si guarda bene dal dare indicazioni di voto, e osserva che “Sono però conscio che, quando vincerà, come credo, la “sinistra” (nel senso che c’è già un pateracchio per governare con Monti e il sedicente “centro”), inizierà la discesa agli Inferi dell’Italia. Desidero sia rapida, di modo che si verifichino tali sconvolgimenti (e impoverimenti) del ceto medio da provocare infine qualche “sana” reazione di rigetto. Non è sicuro, sia chiaro, solo sperabile.”

Abbandonato ogni riferimento al marxismo, è naturale che le sue speranze – che non sembrano molto forti – si basino sul ceto medio. Il suo impoverimento potrà portare grossi disordini, è vero, ma il ceto medio non ha la forza, e nemmeno gli strumenti per colpire in modo serio il capitalismo. Le proteste del ceto medio potranno, nel migliore dei casi, servire da detonatore, ma agiranno a vuoto se non entrerà in azione la massa dei salariati, il che avverrà solo se saranno in grado di togliersi di dosso la mortifera tutela del PD e dei suoi servi politici e sindacali.

Per lunghi periodi storici, il proletariato non è stato – e non è tuttora - in condizione di condurre una lotta radicale contro il capitalismo, e si è posto a rimorchio di posizioni piccolo borghesi o borghesi. Molti hanno cercato un sostituto alla classe dormiente, individuandolo negli studenti, nel sottoproletariato, nei ceti medi produttivi... Tempo sprecato. Nessuno di loro può fermare la grande produzione, i loro sono colpi di spillo al capitale, non minacce mortali. Inutile farsi illusioni: finché il gigante non si sarà risvegliato, le lotte potranno essere solo difensive, e le sconfitte probabili. Che serve, poi, sognare il sorgere di “nuovi strati sociali adatti alla conduzione di settori produttivi più avanzati e magari di carattere strategico.” in una situazione in cui la crisi di sovrapproduzione spinge i capitali verso le avventure finanziarie o verso l'emigrazione in paesi emergenti? Com'è possibile, in questa situazione, un nuovo nord est? L'unica industria che oggi ha la possibilità di un rapido sviluppo e di grandi conquiste tecnologiche è quella militare, con conseguenze che è facile prevedere. L'impegno militare del nostro paese crescerà sempre più. Ci portano in guerra, anche contro l'interesse della produzione italiana, come nel caso libico. Si risponde, non cercando alleanze tra forze sane che salvino il paese, tanto meno con invocazioni pacifiste, ma con una lotta antimilitarista senza riguardi. Una seria sconfitta militare potrebbe spazzare via l'intera classe dirigente italiana. Ma solo se il proletariato avrà sviluppato i suoi strumenti di lotta e di potere, l'occasione non andrà perduta.

Michele Basso

Note

1. Eugenio Orso e Anatolio Natoli "Astensionismo o sabotaggio con il voto ?" 08 -02- 2013 Comedonchisciotte
2. Grillo strega il nord-est, Il SecoloXIX, 9 febbraio 2013
3. Gianfranco La Grassa “Fuori dei denti, Conflitti e strategie, 9 -2- 2013”

fonte: Sotto le bandiere del marxismo

19.2.13

Rapper school - Cuando subo a la tarima


"Nella salute e nell'acqua per tutti, nell'alfabeto vivente dei libri"

Ora dopo ora, tutti noi veniamo a cercarti
tu che vivi nel futuro
soffermati un pò assieme a noi
adesso siamo molti, ma saremo di più,
e cambieremo il Perù a partire dalla lacrima,
e cambieremo il Perù a partire dalla pietra.
Poi indietro nella rugiada della vita
nelle risate marine dei neri
nel campo stando tra gli indios
nel congresso nazionale delle donne
tornerai di nuovo
nella terra per il contadino
nella fabbrica per il lavoratore
nella salute e nell'acqua per tutti
nell'alfabeto vivente dei libri.
Tornerai con tutto il tuo corpo, con il tuo spirito intatto
sopra le spalle gloriose del Partito
e vivrai per sempre in mezzo a noi
padre e compagno
nella musica eterna del Perù.
...ma il Perù resiste con la sua avanguardia operaia
capirai allora, scrittore del popolo,
perché non posso più dire vagamente
“se l’uccello dell’amore moriva d’amore”
quando migliaia di compagni sono morti veramente
con il volto trasformato in un coagulo tangibile.

Elegia (frammenti) a José Carlos Mariátegui, Gustavo Valcárcel (1921-1992)