9.10.14

Contro ogni campanilismo, ogni particolarismo, ogni nazionalismo: Internazionalismo proletario e comunista

 
Il capitalismo, pur sviluppando la propria economia a livello mondiale, e ponendo così le basi per una società senza separazioni e confini e senza classi, sviluppa nello stesso tempo i fattori che impediscono al suo progredire di sfociare in una società senza contrasti, senza contraddizioni. I fattori che determinano l'impossibilità per la società borghese di superare le proprie contraddizioni affondano le proprie radici nel modo di produzione capitalistico che, per svilupparsi, ha dovuto sì distruggere gli ordini e i vincoli dell'economia chiusa della società feudale per allargare al massimo la produzione sociale e il mercato in cui vendere le merci, ma sostituendoli con un sistema sociale in cui predominano la proprietà privata borghese e l'appropriazione privata della produzione sociale. L'antagonismo fra le classi esistente nella società feudale è stato sostituito dall'antagonismo fra le classi nella moderna società borghese: la civiltà capitalistica ha così creato una nuova classe sociale, il proletariato moderno, la classe dei lavoratori salariati, la classe dei senza riserve, degli espropriati di tutto salvo della propria forza lavoro che, per sopravvivere, sono però costretti a vendere ai capitalisti, ai possessori di tutti i mezzi di produzione, di distribuzione e della produzione sociale, nelle condizioni della schiavitù salariale.

L'economia capitalistica non produce solo merci, ma trasforma in merce qualsiasi risorsa naturale e l'uomo stesso; il regno mercantile domina sul regno vegetale e animale, sulla terra, sull'acqua, sull'aria: tutto, per la borghesia, ha un valore solo se è un articolo di commercio, se può essere scambiato contro denaro e se in questo scambio la quantità del capitale iniziale aumenta.

Così i grandi principi della civiltà borghese, sbandierati ai quattro venti come il raggiungimento di vette ideali mai toccate prima, si riducono in realtà ad una misera categoria commerciale.

Libertà?, sì libertà di commercio, libertà di sfruttare le risorse naturali, libertà di sfruttare la forza lavoro salariata, libertà di appropriarsi la produzione sociale, libertà di difendere la proprietà privata borghese con le leggi, la polizia, le carceri, gli eserciti.

Diritto?, sì diritto di opprimere i lavoratori salariati nello sfruttamento della loro forza lavoro, diritto di commerciare in patria e negli altri paesi, diritto di costringere le masse proletarie ad essere irreggimentate negli eserciti borghesi per difendere la proprietà privata delle aziende e dei capitali, diritto di sottomettere le popolazioni economicamente arretrate al dominio dei capitalisti più forti, diritto di intervento militare per salvaguardare gli interessi del capitalismo nazionale, diritto di fare la guerra a tutti coloro che possono mettere in pericolo gli interessi "nazionali".

Progresso?
, sì, progresso dell'industria, della scienza, della tecnica al fine di aumentare e velocizzare la produzione e la circolazione delle merci e dei capitali, al fine di aumentare la produzione di profitto capitalistico e di ridurre i costi di produzione, al fine di aumentare il tasso di sfruttamento della forza lavoro dal quale soltanto i capitalisti traggono il loro profitto.

Sovranità popolare?, sì, nel senso demagogico di rappresentare gli interessi "nazionali" - di "tutto il popolo" - attraverso istituzioni statali e governative che non sono altro che espressione diretta del potere politico della classe dominante borghese.

Democrazia?, sì, come principio ideologico e metodo di governo utili solo a mimetizzare con un falso coinvolgimento del popolo elettore alle decisioni che riguardano la sua vita, la dittatura del capitale.

Patria?, sì, come territorio definito da confini entro i quali la classe dominante borghese esercita il suo dominio diretto sulla popolazione nazionale, e sul proletariato innanzitutto, garantendosi la libertà e il diritto di sfruttare la forza lavoro salariata a suo piacimento e secondo le esigenze della sua economia e dei suoi profitti; la patria borghese è innanzitutto un territorio economico che la borghesia difende contro le borghesie straniere come sua proprietà privata e nel quale territorio gestire la forza lavoro salariata, autoctona o immigrata, con le sue leggi e alle sue condizioni.

Indipendenza nazionale?
, sì, certo, come unità di lingua e di territorio, ma indipendenza rispetto alle altre borghesie nazionali per poter trarre il maggior profitto possibile dallo sfruttamento del proprio proletariato nazionale; cosa che non impedisce alle borghesie economicamente e militarmente più forti di soggiogare popolazioni, nazionalità e territori economici altrui per allargare il proprio bacino di sfruttamento, alla faccia del rispetto delle "indipendenze" e delle "sovranità popolari" di altri paesi.

Legalità?, sì, come principio di difesa dei rapporti di proprietà e di produzione borghesi, dunque a difesa esclusiva del sistema economico e politico borghese con cui si ribadisce, per l'appunto, il dominio borghese sulla società intera.

Pace?, sì, la pace che i rapporti di concorrenza permettono e nella misura in cui i contrasti economici, politici, diplomatici, militari - che sono congeniti alla società capitalistica - non giungano al punto di rottura e si trasformino in contrasti armati.

Per il proletariato che cosa significano, nella società capitalistica, Libertà, Diritto, Progresso, Sovranità popolare, Democrazia, Patria, Legalità, Pace ecc.?

Libertà di vivere nella sola condizione di essere sfruttati dai capitalisti sia quando si viene impiegati come schiavi salariati sia quando si viene espulsi dalla produzione e precipitati nella miseria e nella fame. Libertà di organizzare le proprie forze, e di "lottare" in difesa dei propri interessi, solo alla condizione di sottomettersi alle esigenze dell'economia capitalistica e di osservare le leggi imposte dalla classe dominante borghese.

Diritto di vendere la propria forza lavoro al "miglior offerente" in una società in cui il "datore di lavoro" è sempre e comunque il capitalista - privato o pubblico che sia - alle condizioni di chi ha il potere di dare o meno un lavoro (quindi un salario), dunque il potere di vita e di morte su ogni proletario. Diritto di soddisfare le proprie esigenze di vita, di conoscenza, di ozio, di divertimento e di seguire le proprie attitudini pratiche? Sì, alla condizione di non essere un proletario, ma un borghese in posesso delle risorse economiche necessarie per perseguirle.

Progresso nella conduzione sociale e quotidiana di vita, singola o familiare, alla sola condizione di potersi recare al mercato ed acquistare i prodotti utili non solo alla pura sopravvivenza, ma ad una vita confortevole, sana, libera dai tormenti dei lavori nocivi, stressanti, insicuri, precari, saltuari, clandestini o dai tormenti di lavori non trovati: ai borghesi la vita confortevole, sana, libera dai tormenti del lavoro salariato e della disoccupazione, ai proletari la nocività, l'insicurezza, la precarietà del lavoro e della vita.

Sovranità popolare e democrazia vanno a braccetto: principi che hanno avuto una valenza positiva nella fase rivoluzionaria della storia della classe borghese, quando distrusse il potere feudale e nobiliare, rendendo protagoniste le classi sociali all'epoca sottomesse all'aristocrazia e radunate nel "popolo" (borghesi, artigiani, contadini, proletari), in nome del quale la classe borghese prese il potere e impose le leggi atte a liberare le forze produttive dagli stretti vincoli dell'economia feudale per lanciarle nello sviluppo dell'industria e del mercato. Principi che, sviluppatasi la società borghese, e sviluppatasi la lotta di classe fra le due classi fondamentali della società moderna, borghesia e proletariato,si sono dimostrati sempre più logori e non corrispondenti alla realtà materiale dei rapporti di proprietà e di produzione borghesi dominanti. La sovranità, cioè il potere reale, non è del popolo - massa informe di individui appartenenti ad ogni classe sociale - ma della classe dominante, dunque della borghesia. Democrazia, che, secondo l'origine greca della parola, significa "governo del popolo", non è che un metodo di governo "in nome del popolo" utilizzato dalla classe dominante borghese nelle forme delle rappresentanze elettive riunite nei parlamenti (democrazia repubblicana o monarchia costituzionale, poco importa), metodo attraverso il quale la classe dominante borghese dà l'impressione di coinvolgere tutte le classi e gli strati sociali nel decidere quali leggi, quali misure, quali decisioni prendere o meno nell'interesse "comune". Ideologicamente, col termine popolo, la borghesia intende superare la divisione della società in classi antagoniste, trasformando tutti gli abitanti di una nazione in "cittadini", individui uguali di fronte alla legge e il cui voto ha lo stesso peso aldilà della posizione sociale di ciascuno. Ma la realtà smentisce questi principi ideologici in ogni istante: sovranità popolare, democrazia, uguaglianza, nella società capitalistica sono solo principi ingannevoli perché la divisione della società in classi contrapposte non è il risultato di un atto di volontà o di un voto parlamentare, ma la base materiale dell'organizzazione sociale che ha per nome capitalismo.

Patria, nazione, sono termini anch'essi che, nella fase storica della rivoluzione borghese, hanno avuto una valenza positiva perché rappresentavano la lotta politica per l'unità nazionale contro lo spezzettamento in tanti staterelli ad economia chiusa, lotta nella quale tutte le classi sociali sottoposte al dominio dell'aristocrazia nobiliare - il famoso "popolo" - venivano violentamente coinvolte nella lotta armata per abbattere i vecchi poteri e per aprire la via alla nuova società borghese, allo sviluppo delle forze produttive, al libero commercio, al mercato nazionale, alla violenta proletarizzazione delle masse contadine, insomma al capitalismo. Ma il progresso dell'industria, lo sviluppo del capitalismo in alcuni paesi prima che nel resto del mondo e la creazione del mercato mondiale - dunque lo sviluppo ineguale del capitalismo - ha ingigantito le differenze tra i diversi paesi, trasformando alcuni paesi, a cominciare dall'Inghilterra e la Francia, gli Stati Uniti, la Germania, l'Italia ecc. in paesi imperialisti nel senso leninista del termine, ossia paesi che avevano formato nel tempo, sullo sviluppo industriale e commerciale, una potenza economica in grado di conquistare, e dominare, i mercati esteri trasformando progressivamente il vecchio colonialismo con massiccia presenza militare nel nuovo colonialismo finanziario.

Ma per la borghesia inglese o tedesca, americana, russa o francese, italiana o spagnola, la propria patria imperialista ha lo stesso valore ideologico, morale, di principio di patria come l'India per la borghesia indiana, il Vietnam per la borghesia vietnamita, il Sudafrica per la borghesia sudafricana, la Cina per la borghesia cinese, l'Ucraìna per la borghesia ucraina e così per tutti i paesi del mondo. Ciò che cambia tra i paesi imperialisti, le grandi potenze che dominano il mercato mondiale e tutti gli altri paesi, non è nel concetto ideologico di patria, di nazione, che ad ogni borghesia nazionale serve come catalizzatore per attirare a sé le grandi masse proletarie e contadine, ma nella forza economica che li distingue: forza economica che fa da base alla forza politica e che si esprime nella forza militare.

Che la borghesia di ogni paese abbia cercato e cerchi sempre di attirare a sé il proletariato per poterlo mobilitare in tempo di pace, per combattere la concorrenza, a sostenete con i propri sacrifici lo sforzo economico nella crescita o nella recessione e nella crisi e, in tempo di guerra, a sostenere con i propri sacrifici lo scontro con le forze armate dei paesi nemici, è un fatto incontrovertibile. La classe borghese non riuscirebbe a sacrificare per i propri interessi di classe e di potere le masse proletarie contando soltanto sul ricatto economico; deve influenzarle ideologicamente, deve dare alle masse delle finalità ideali per le quali esse siano disposte a sacrificarsi molto ma molto di più che sotto il semplice e crudo scudiscio che il padrone usa sulla schiena dello schiavo. La borghesia, per raggiungere i propri fini politici deve mettere in movimento tutto il proletariato, come afferma il Manifesto di Marx ed Engels, perciò il proletariato acquisisce non solo forza perché diventa sempre più numeroso e concentrato nelle fabbriche, ma anche perché acquisisce esperienza politica. Dunque, la borghesia deve affinare l'arte dell'influenza ideologica e politica sulle masse proletarie per mantenere la possibilità di mobilitarle per i propri fini politici, dunque anche economici e militari, nelle diverse situazioni di concorrenza che si presentano. E il metodo democratico si è dimostrato, a questo scopo, il più efficace, tanto che a distanza di oltre centocinquant'anni dalle prime rivoluzioni, in cui il proletariato dimostrò di avere sue proprie finalità storiche, funziona ancora.

Nazione e democrazia, formidabile abbinata ideologica e, nello stesso tempo, demagogica, ancora carica, però, di forza, nonostante la successione tremenda di crisi economiche e di guerre che hanno punteggiato, e punteggiano ancora, il progresso del capitalismo. Due guerre mondiali con decine di milioni di morti, guerre locali nelle diverse zone di contrasti interimperialistici con altrettanti milioni di morti, crisi economiche micidiali con centinaia di migliaia di morti e profughi dalla miseria, dalla carestia, dalla fame: il capitalismo, dal folgorante sviluppo dell'Ottocento è passato ad immiserire in modo devastante miliardi di esseri umani dal Novecento in poi. Quale futuro aveva propugnato la classe borghese quando alzò le bandiere della Libertà, dell'Eguaglianza, della Fraternità? Quali Diritti, quale Progresso? In quale Patria le masse proletarie dovrebbero trovare pace, libertà, eguaglianza?

La borghesia, dalla rivoluzione francese in poi, ha al suo attivo 225 anni di sviluppo capitalistico. Il progresso industriale in molti paesi c'è stato e le masse proletarie soffrono per troppo capitalismo; in moltissimi altri paesi le masse proletarie e contadine soffrono, invece, per mancanza di sviluppo capitalistico perché le economie precedenti distrutte dal dominio capitalistico nel mondo non sono state sostituite con un adeguato sviluppo industriale. La divisione internazionale del lavoro creata dal capitalismo produce sempre più diseguaglianze e sviluppo ineguale che, a causa delle crisi economiche capitalistiche, si acuiscono perchè il capitalismo supera le sue crisi solo alla condizione di creare ulteriori fattori di crisi ancor più acuti e devastanti dei precedenti, fino alle crisi di guerra.

Dunque, nella società borghese, più progresso industriale, più sviluppo, più mercato, insomma più capitalismo significa più contrasti interborghesi, più contraddizioni sociali, rapporti più antagonisti tra le classi.

In questa curva di sviluppo delle contraddizioni, curva che tende ad innalzarsi verso apici sempre più insostenibili, aumenta inevitabilmente la contraddizione fra la produzione per aziende - tipica del capitalismo anche il più sviluppato - e il necessario passaggio nel mercato per poter valorizzare i capitali investiti: si urtano in modo sempre più acuto la perfetta organizzazione della produzione nelle singole aziende e lo sbocco della produzione nel mercato dove vige la concorrenza più selvaggia. Tra i due fattori economici, è l'anarchia del mercato che la vince, decretando in pratica l'impossibilità da parte borghese di dominare un modo di produzione che in realtà sfugge completamente al suo controllo. E sfugge al suo controllo a tal punto che, in corrispondenza del massimo sviluppo industriale e nonostante le innovazioni tecniche applicate ad ogni sorta di produzione, sono le stesse crisi di mercato che spingono frazioni della stessa borghesia "nazionale" a scontrarsi fra di loro rivendicando il "diritto" a difendere localmente, settorialmente, in territori circoscritti, i propri interessi parziali contro gli interessi generali e "nazionali". I particolarismi, i campanilismi, cari all'epoca pre-capitalistica, che si davano per sconfitti per sempre una volta raggiunta la sistemazione nazionale, rinascono e si ripropongono pur nelle moderne forme borghesi. Il nazionalismo classico, unitario, indipendentista e repubblicano, che la borghesia rivoluzionaria contrapponeva ai regimi autocratici e monarchici, non solo si è trasformato nello sciovinismo, infettando in modo sensibile anche le grandi masse proletarie, ma ha fatto da base ideologica anche ai più meschini particolarismi. Per l'Italia basti pensare alla vecchia rivendicazione della popolazione dell'Alto Adige che si considera Sud Tirolo, perciò più austriaco che italiano, o alla più recente rivendicazione indipendentista del Veneto, se non quella più confusa e vuota della Padania.

Ogni rivendicazione di questo tipo si richiama alla democrazia, ad una "sovranità popolare", alla libertà di "decidere autonomamente" quale sistemazione accettare o cambiare; si richiama, quindi, allo stesso "diritto" al quale si richiamano coloro che rivendicano invece l'unità nazionale, la lingua nazionale, le stesse origini, la stessa razza, la stessa moneta, la comunanza di valori, la comunità di cittadini, il sangue versato nelle guerre per l'indipendenza nazionale ecc. ecc. In definitiva, i valori che la classe borghese propaganda come valori comuni,. valori, generali, valori che starebbero al di sopra di ogni differenza di classe e sociale, sono concezioni e idealità finalizzate esclusivamente a nobilitare la cruda e cinica realtà capitalistica fatta di antagonismi sociali, di miseria accumulatasi nella stragrande maggioranza della popolazione, e in particolare nel proletariato e di ricchezza posseduta, e difesa strenuamente, dalla minoranza borghese della popolazione.

Il proletariato, i senza riserve, i senza patria, i senza futuro nella società attaule se non quello di una perenne schiavitù sociale, nel suo movimento storico di lotta per emanciparsi da questa schiavitù, rappresenta già nella società borghese l'unica alternativa alla soluzione di tutte le sue contraddizioni e i suoi contrasti. E' proprio per la sua condizione materiale di senza riserve, di senza patria e di senza futuro nella società borghese, e di unico fattore della produzione che, grazie allo sfruttamento capitalistico della sua forza lavoro, valorizza il capitale investito producendo il profitto capitalistico che i borghesi intascano per il solo fatto di essere i proprietari dei mezzi di produzione, dei capitali investiti e della produzione sociale; è proprio per questa sua condizione materiale che il proletariato, immerso in rapporti sociali e di produzione che scavalcano sistematicamente i confini delle aziende e delle nazioni, è oggettivamente classe internazionale.

Il proletariatio è, perciò, l'unica classe che può assumersi il compito di indirizzare lo sviluppo delle forze produttive in una direzione completamente opposta a quella borghese, la direzione della soddisfazione dei bisogni di vita e di sviluppo della specie umana contro la direzione del capitalismo teso a soddisfare i bisogni del mercato e della valorizzazione del capitale!

La classe borghese dominante vive e sviluppa la sua forza e il suo potere negli antagonismi sociali: non cessa mai di lottare contro la borghesia concorrente o contro la classe contrapposta. Essa diventa più forte nei confronti delle borghesie straniere nella misura in cui riesce a farsi sostenere dalla classe del proletariato. Perciò investe risorse ed energie sociali nelle forze che possono influenzare il proletariato a proprio favore. L'opportunismo, infatti, gode dell'influenza sul proletariato non perché abbia trovato il modo di aprire le coscienze proletarie ai valori borghesi della libertà, della democrazia, della pace, della patria, ma perché, in genere, ottiene determinati risultati economici a favore del proletariato o di sue frazioni costituendo su di essi la base materiale della sua influenza. Gli ammortizzatori sociali, ossia quel sistema di protezioni e di "garanzie" - come la pensione, la cassa integrazione, la maternità, la previdenza sugli infortuni e sulle malattie, le ferie ecc. - su cui i proletari dei paesi industrializzati possono ancora contare, costituiscono certamente una base materiale che in qualche modo li lega all'andamento economico delle aziende e dell'economia nazionale; difendendo il buon andamento dell'economia aziendale e dell'economia nazionale, l'opportunismo fa credere ai proletari che essi difendono la propria vita solo col salario e il sistema di ammortizzatori sociali che intervengono nelle situazioni critiche. L'opportunismo opera quindi per la conservazione del sistema salariale, quindi del capitalismo a tutto beneficio degli interessi borghesi e dell'economia nazionale. In pratica, questa "lotta" viene opposta alla lotta operaia che deve invece difendere gli interessi proletari immediati, con metodi che non tengano in alcun conto gli interessi delle aziende semplicemente perché sono gli interessi dei capitalisti, perciò con metodi che non dipendono dalla conciliazione delle esigenze padronali e proletarie.

Con la stessa impostazione della conciliazione degli interessi padronali e proletari, l'opportunismo raccoglie le indicazioni borghesi a difesa dei valori più generali come appunto la patria, l'indipendenza nazionale, la legalità, la democrazia ecc., mantenendo o riportando il proletariato sotto la tutela dello Stato e della classe dominante borghese, attuando in questo modo la sua opera di asservimento del proletariato alle forze della conservazione capitalistica.

Il proletariato, in realtà, seguendo la spinta materiale che riceve dalle sue stesse condizioni di esistenza, dalle sue condizioni di schiavitù salariale, ha trovato nel passato la forza non solo di lottare per difendersi dagli attacchi sistematici della classe borghese, ma anche la forza di portarsi sul terreno dello scontro di classe a livello politico, e perciò sul terreno della lotta per l'emancipazione dal giogo capitalistico.

La forza del proletariato è nell'essere una classe sociale internazionale, perché sotto ogni cielo è nelle stesse condizioni di senza riserve, senza patria, senza futuro nella società borghese. La storia stessa delle sue lotte dimostra che, giunta la situazione ad un certo livello di tensione e di crisi sociale, il proletariato rompe il "patto di solidarietà" con la borghesia che le forze opportuniste e collaborazioniste hanno sottoscritto in suo nome, costringendolo con il ricatto economico e sociale a rispettarlo, e agisce come classe indipendente dalla borghesia e dalle forze di conservazione, come classe per sé che lotta per la propria emancipazione dal capitalismo contro tutte le altre classi e gli altri strati sociali che invece hanno interesse al mantenimento del regime borghese e del lavoro salariato perché vivono esclusivamente sullo sfruttamento del lavoro salariato.

Allora, gli antagonismi nazionali su cui giocano sistematicamente le borghesie di ogni paese, sia quelle che colonizzano sia quelle che vengono colonizzate, possono trovare una soluzione alla quale solo il proletariato può portare: l'unione dei proletari di ogni nazione, di ogni nazionalità, di ogni razza, nell'unica lotta che ha per obiettivo il superamento di ogni antagonismo sociale, la lotta di classe che apre la via alla rivoluzione proletaria, all'abbattimento del potere politico borghese con il quale il capitalismo si mantiene in vita, e alla dittatura del proletariato che serve sia per combattere e vincere i tentativi della borghesia di riprendersi il potere sia per iniziare a distruggere i rapporti di proprietà e di produzione borghesi pur continuando la lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

La rottura della "solidarietà nazionale", tanto cara ai borghesi e agli opportunisti, è un passo decisivo nella direzione dell'indipendenza di classe proletaria. Il proletariato giungerà a questa rottura attraverso una lunga serie di esperienze negative e di sconfitte parziali; dovrà superare ostacoli notevoli di ordine sociale e politico perché deve scardinare l'opera pluridecennale delle forze opportuniste e le abitudini a genuflettersi sistematicamente alle esigenze dei capitalisti prima di avanzare anche una semplice ed elementare rivendicazione per sé. Dovrà lottare anche nelle proprie file, contro gli strati arretrati ma anche contro gli strati più privilegiati dell'aristocrazia operaia che sono i più legati alla borghesia e i più interessati al mantenimento della "solidarietà nazionale" da cui essi traggono, a spese del resto del proletariato, i loro piccoli privilegi.

La lotta di classe, per il proletariato, si svolgerà contro molti nemici, dichiarati e ben mimetizzati, ma chiarirà inevitabilmente il ruolo di tutti gli strati sociali e delle classi che sono le vere protagoniste: la classe borghese, la classe dei capitalisti e dei proprietari fondiari e la classe del proletariato. Classe contro classe, non nazione contro nazione, non guerra tra Stati.

Nella lotta di classe, il proletariato di un paese riconosce qualsiasi proletariato di ogni altro paese come proprio alleato, come proprio fratello di classe, perché ciascuno di loro combatte la stessa classe nemica, la classe borghese, partendo dalle stesse condizioni materiali di vita. Il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels afferma che la lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. Lotta nazionale non per l'indipendenza nazionale, non per portare al potere la borghesia o per conservarle il potere; lotta, in un primo tempo, nei confini nazionali, lotta contro la propria borghesia nazionale, contro gli sfruttatori diretti, che hanno immediato potere di vita e di morte sui lavoratori salariati che sfruttano, che mettono uno contro l'altro, che puniscono e sanzionano se vanno contro gli interessi padronali, che licenziano, che reprimono nelle aziende in cui li sfruttano o che li fanno reprimere dalle forze del loro ordine quando lottano e manifestano con vigore a propria difesa, che mettono in carcere se non rispettano le leggi borghesi, che irreggimentano negli eserciti mandandoli a morire nelle guerre di rapina che le borghesie si fanno per la supremazia nel mercato mondiale. E' naturale, continua il Manifesto, che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia.

Infatti la lotta di classe del proletariato ha le sue basi nella lotta in difesa delle sue condizioni di esistenza immediate, partendo quindi dalla lotta nella singola azienda o nel singolo settore per poi ampliarla, dalla lotta per il salario, per la diminuzione della giornata lavorativa, contro gli infortuni, contro la nocività, contro i licenziamenti ecc., fino alla lotta insieme ai proletari di tutte le categorie, occupati e disoccupati, autoctoni e immigrati; dunque in un crescendo, lottando contro la reazione dei padroni e contro la repressione poliziesca; la lotta proletaria, basata su organizzazioni classiste e portata avanti con metodi e mezzi classisti per obiettivi proletari di classe, si scontra inevitabilmente con lo Stato borghese, diventa lotta politica. La lotta di classe è lotta politica, e trova la sua rotta nell'indirizzo programmatico dato dal partito politico di classe del proletariato, il partito comunista, quel partito per il quale Marx ed Engels hanno scritto il Manifesto nel 1848.

Il proletariato, come classe per il capitale, difende con la lotta le sue condizioni di lavoratore salariato per migliorarle all'interno della società borghese. Ma è proprio questa lotta, se condotta con mezzi e metodi di classe, quindi a difesa esclusiva dei suoi interessi immediati di classe, che incontra la resistenza e la reazione violenta della classe borghese che non intende perdere il controllo, l'influenza e il dominio sul proletariato, alzando il livello dello scontro e accettandolo come scontro tra classi contrapposte, portandolo inesorabilmente sul terreno politico.

Il proletariato impara dalla sua lotta, si educa alla lotta lottando, sbagliando, subendo sconfitte, riorganizzandosi per lottare con più efficacia e con più forza. La sua lotta per la sopravvivenza diventa più dura nella misura in cui le condizioni di sopravvivenza si fanno più dure e pesanti; non è automatico che la durezza della lotta faccia fare dei passi avanti al proletariato, ma lo mette nelle condizioni di cercare una guida,un indirizzo politico più generale, in grado di chiarirgli la strada da imboccare per utilizzare al meglio la sua forza sociale. Il partito comunista rivoluzionario è la guida che il proletariato cerca per dare alla sua lotta di emancipazione un obiettivo visibile, una certezza politica sui passaggi da attraversare, una risposta anticipata ai problemi che incontrerà nella guerra di classe scatenata contro la borghesia.

Il proletariato, lottando per la propria esistenza contro la borghesia si accorge facilmente che le sue condizioni di schiavo salariato sono le stesse in ogni paese, in America come in Russia, in Germania come in Sudafrica, in Brasile come in Francia o in Gran Bretagna, in Algeria come in Spagna, in Iran come in Cina o in India, in Giappone come nelle Filippine o in Argentina e così in ogni paese. Ma, in ogni paese, oltre a subire lo stesso tipo di violenza economica e di dispotismo sociale, subisce l'opera opportunista di partiti e sindacati che lo legano alle caratteristiche e agli interessi nazionali della propria borghesia, e di questo legame si fanno forti per costringerlo a sacrificarsi a favore dell'economia e dello Stato nazionale. E' proprio lo sviluppo dell'industria e, quindi, del capitalismo che annulla del tutto ogni carattere nazionale al lavoro salariato; l'unica differenza tra paese e paese che ci può essere è nel prezzo della forza lavoro, non nel rapporto di produzione tra capitale e lavoro salariato. Perciò il proletariato, spogliato del carattere nazionale grazie al rapporto tra capitale e lavoro salariato, è di fatto classe internazionale. Per la prima volta nelle società divise in classi si è creata una classe la cui caratteristica principale è di essere internazionale, opposta alla classe borghese che, pur avendo diffuso il modo di produzione capitalistico dall'Europa in tutto il mondo, resta però una classe nazionale, i cui rapporti di proprietà e di produzione la legano soprattutto al territorio nazionale e allo Stato nazionale che ne difende gli interessi con le leggi e con le armi, sia contro le borghesia straniere, sia contro le frazioni borghesi nazionali più deboli e contro gli strati della piccola e media borghesia, sia contro il proletariato.

L'ideologia borghese è fondamentalmente un'ideologia nazionale e si serve del concetto di patria, di difesa della patria, sia in periodi di pace sia in periodi di guerra al fine di influenzare e mobilitare le masse proletarie a sostenere le lotta di concorrenza della borghesia nazionale contro le borghesie straniere, lotta di concorrenza che sfociano, ad un certo punto di tensione e quando i mezzi politici, diplomatici ed economici non sono sufficienti a difendere gli interessi borghesi nazionali, inevitabil mente in guerre guerreggiate. L'epoca moderna, superato il periodo storico delle guerre borghesi contro le forze feudali e volte a dare il massimo sviluppo alle forze produttive, e delle guerre di sistemazione nazionale dei paesi più importanti, è l'epoca delle guerre imperialiste, l'epoca delle guerre di rapina, delle guerre, come affermava Lenin, di padroni di schiavi per il mantenimento della schiavitù, della schiavitù salariale.

Con la guerra franco-prussiana del 1870, nella quale la borghesia francese, per salvare il proprio privilegio di classe, manovrava di noscosto con il nemico prussiano per schiacciare "la canaglia rivoluzionaria di Parigi", e l'insurrezione del proletariato parigino con la Comune di Parigi, dirà Marx: il predominio di classe non è più in condizione di nascondersi sotto un'uniforme nazionale. I governi nazionali sotto tutti confederati contro il proletariato. Con la guerra mondiale del 1914-18, ogni guerra imperialista, sia essa regionale o mondiale, non è che una guerra di rapina, una guerra con la quale le borghesie cercano di risolvere le crisi del loro sistema sociale a spese del proletariato e dei popoli oppressi.

Il mondo, nell'epoca dell'imperialismo borghese, è un mondo in cui la lotta di concorrenza, e i contrasti per la conquista e il mantenimento dei mercati di sbocco delle merci e dei capitali nazionali, invece di diminuire e appianarsi sono aumentati a tal punto che, dalla fine della seconda guerra mondiale, è diventato normale che in qualche parte del pianeta scoppiasse una guerra, tanto da non far passare mai un anno intero di pace generale in tutto il mondo. Vi sono state guerre di "liberazione nazionale" volte a liberarsi dei vecchi colonialismi e per l'agognata indipendenza nazionale, dall'Egitto all'Algeria, dal Congo al Vietnam; guerre che hanno aperto economie naturali, di tipo asiatico e precapitalistiche all'incedere del capitalismo moderno il quale, pur nel suo sviluppo parziale e frenato, ha comunque trasformato enormi masse di contadini e di artigiani in enormi masse di proletari.

Il cammino inesorabile del capitalismo non può non produrre i moderni schiavi, i lavoratori salariati, i senza riserve, i senza patria, i senza futuro nella società borghese. Se il proletariato era classe internazionale già a metà dell'Ottocento, lo è ancor più oggi che lo sviluppo industriale, del commercio, dei trasporti, delle comunicazioni e del capitale finanziario ha ridotto moltissimo le distanze fra i paesi e le loro popolazioni. E queste distanze vengono ancor più ridotte a causa delle crisi economiche che il capitalismo non può risolvere e che, anzi, acutizza e allarga sempre più; se nella borsa di Chicago le azioni dei grandi trust dei cereali perdono alcuni punti, ne risente il mondo intero e soprattutto i paesi produttori di cereali, così come se nella borsa di New York le azioni dei grandi trust industriali o delle grandi banche cedono anche solo di mezzo punto ne risente l'economia mondiale. Che vuol dire questo se non che la classe borghese di ogni nazione, anche delle nazioni più potenti, è succube delle leggi del mercato, di quel mercato nazionale e, soprattutto, mondiale, al quale affida la sorte della sua economia?

La borghesia, da un lato, è costretta dal movimento storico delle forze produttive a svilupparle sempre più, dall'altro, a causa dei suoi rapporti di proprietà e di produzione, per mantenere il potere politico e sociale sulla società intera, e in particolare sulla classe proletaria, è costretta a frenare, chiudere, inaridire questo sviluppo. Ma ogni tentativo che la borghesia mette in opera per rimediare alle contraddizioni del suo sistema economico e sociale, se tampona nell'immediato la situazione di crisi non riesce però ad evitare che si costituiscano fattori di crisi più potenti che la faranno scoppiare successivamente.

Il proletariato non ha coscienza di questa situazione, non è nemmeno consapevole della forza sociale che possiede intossicato com'è di democrazia, solidarietà nazionale, collaborazione di classe. Ma è una forza che esiste e che, nonostante l'opera sistematica di frammentazione e divisione condotta dalle classi borghesi e dalle forze di conservazione tra cui primeggiano le forze opportuniste, tende ad unirsi per difendersi più efficacemente dalla pressione e dalla repressione delle forze borghesi.

La coscienza del movimento storico delle classi, della loro lotta e dello sbocco storico della lotta fra le classi, non ce l'ha il proletariato in quanto classe per il capitale, e non ce l'ha nemmeno la borghesia in quanto classe dominante; ce l'ha soltanto il partito politico del proletariato, il partito comunista che basa la sua azione e la sua esistenza sulla teoria marxista, sulla teoria della rivoluzione e della dittatura proletarie portate fino in fondo, fino alla completa distruzione del capitalismo come modo di produzione e delle forme di potere della borghesia a partire dallo Stato centrale.

Se la classe proletaria ha perso il suo carattere nazionale diventando materialmente classe internazionale, il suo partito politico di classe non può rispondere ad una identità nazionale, non è caratterizzato da un programma nazionale. Come il proletariato, il partito si organizza e lotta, in un primo momento e solo formalmente, nell'ambito nazionale in cui si è formato, ma è il programma politico che lo definisce e la teoria del comunismo rivoluzionario da cui questo programma discende che lo pone sul piano internazionale.

Non a caso il Manifesto del partito comunista è stato scritto per la Prima Internazionale degli operai, non a caso il Manifesto si chiude con l'appello Proletari di tutti paesi, unitevi!, in realtà più un grido di guerra, della guerra di classe contro le classi borghesi di tutto il mondo, che un appello organizzativo. I governi nazionali, gli Stati nazionali, le classi borghesi nazionali hanno dimostrato con i fatti - come insegna la Comune di Parigi - che il nazionalismo di cui impregnano la loro propaganda e l'opera di influenza delle masse proletarie, è un inganno usato al solo scopo di soggiogare il proletariato ai propri interessi e di deviarlo dalla linea politica comunista, e internazionalista, che risponde invece agli interessi storici della classe del proletariato perché dal rovesciamento violento dell'attuale ordinamento sociale, dunque della società borghese, esso ha da perdervi solo le sue catene e ha un mondo da guadagnare.


La borghesia sa che le crisi economiche capitalistiche la porteranno inevitabilmente alla guerra, e alla guerra ogni borghesia nazionale ha interesse ad arrivarci preparata per uscirne vincente o, comunque, per poterne trarre il maggior profitto possibile. Perciò essa, debilitandolo politicamente e sindacalmente, cerca di ottenere dal proletariato l'accettazione più o meno convinta, più o meno forzata, della difesa della patria che oggi la si attua difendendo le aziende e l'economia nazionale, domani sui campi di battaglia continuando a sacrificare la propria vita dopo averla sacrificata nelle fabbriche e nei campi.

Contro il nazionalismo, il particolarismo, il campanilismo, i proletari non hanno bisogno di una ideologia diversa: devono semplicemente riconoscere le proprie condizioni di schiavi salariati, condizioni uguali per ogni proletario di qualsiasi paese, e lottare contro i borghesi, a partire dal paese in cui vengono sfruttati, per strappare loro il potere con cui li schiacciano opprimendoli. Organizzarsi per questa lotta significa organizzarsi con mezzi e metodi di classe, dandosi obiettivi di classe e, quindi, mettersi nelle condizioni di incontrare il partito politico di classe.

L'internazionalismo proletario affonda le sue radici nella lotta di classe che il proletariato conduce contro la borghesia, fin dalla fabbrica in cui viene sfruttato, ma nella prospettiva dell'emancipazione dal capitalismo.

Partito comunista internazionale

fonte: pcint.org
 

Continua il supersfruttamento dei lavoratori nel gruppo Jabil fornitore di Apple

Inchiesta di China Labor Watch sulle fabbriche cinesi del gruppo americano Jabil a Wuxi, in Cina, che producono i coperchi di iPhone 6. L’inchiesta è stata condotta tramite investigatori che sono entrati come operai nella fabbrica Jabil Green Point.

Orario di lavoro settimanale che arriva fino a 77 ore, straordinari accumulati fino a 158 ore (quattro volte le 36 ore previste dalla legge cinese) con un salario ancora inferiore alla media locale; insicurezza delle condizioni di lavoro.
Diverse le violazioni rilevate, discriminazione nelle assunzioni contro donne incinta, minoranze etniche, bustarelle per le assunzioni, mancanza di preparazione per la sicurezza con falsificazione della certificazione a riguardo, ambiente di lavoro insalubre, e mancanza di sicurezza sul lavoro, obbligo di straordinari eccessivi, pause abbreviate, condizioni di vita miserevoli, e dipendenza da un alto numero di straordinari per guadagnare un salario vitale.
Le condizioni risultanti dall’inchiesta del 2014 non sono diverse, anzi forse peggiori, di quelle rilevate nel 2013: gli straordinari obbligatori richiesti arrivano fino a 158 ore. Da una parte Apple continua a migliorare i propri prodotti, le condizioni di lavoro di chi li produce non migliorano.
Il gruppo
Jabil Green Point dello Wuxi è stato fondato nel 2005, e si trova nella Zona di Nuova Tecnologia Nazionale e di Sviluppo Industriale di Wuxi, nella provincia di Jingsu. È una filiale di proprietà del gruppo americano Jabil, che produce prodotti di servizi elettronici commissionati da grandi gruppi dell’elettronica. Il gruppo comprende 3 distretti di produzione, Green Point, Green Xin e Green Mei.
Gli investimenti complessivi sono finora pari a $407 mn.; quando i siti di produzione saranno terminati occuperanno circa 30 000 salariati.
Reclutamento e assunzioni
L’agenzia per l’impiego locale che fornisce lavoratori a Jabil, riceve una commissione più alta di quella fornita da altre società, pari a circa $244, che oscilla dai $130 ai $407, a seconda del della domanda di lavoro nel corso dell’anno. I lavoratori assunti pensano che la commissione richiesta all’azienda rifletta buone condizioni di lavoro nella fabbrica, in realtà è una quota dell’alta quota di plusvalore che verrà da loro estratto.
Per essere assunti i lavoratori devono sottoporsi ad un colloquio di lavoro e a una visita fisica, pagare all’agenzia una parcella seguire un corso di orientamento di una giornata, rispondere ad un questionario; al secondo giorno di lavoro ricevono il contratto di lavoro.
L’agenzia non fa assumere donne incinta o operai di minoranze etniche, come uiguri o tibetani.
Ambiente di lavoro e sicurezza
Aria impregnata di vapori di benzina usata per la produzione dei coperchi in metallo dei cellulari. La benzina impegna anche vestiti,e capelli e pelle dei lavoratori; benzina che ricopre il pavimento e che gocciola anche da sopra le teste; forti rumori dei macchinari.
Data la forte domanda, viene utilizzato per la produzione anche un edificio ancora in costruzione, con impalcature e gru e vari macchinari edili e rifiuti ancora sul posto, che rendono insicuro l’ambiente; osservati anche crolli di parti del soffitto.
Igiene, condizioni di lavoro
Mancanza di igiene nel self service; scorie di metallo, acqua sporca sul pavimento dei vialetti, sdrucciolosi.
Sono pochi i lavoratori a lungo termine perché la maggior parte dei lavoratori non riesce a sopportare a lungo l’intensità del lavoro e la pressione dei capi, che vietano loro di parlare con i compagni. Se viene rilevato un prodotto difettoso i lavoratori vengono multati; ai lavoratori vengono assegnate quote di produzione; se queste quote sono alte le linee di produzione sono strapiene di pezzi, che impediscono la fluidità del lavoro.
Se la produzione lo richiede non vengono rispettate le pause  di 10 minuti ogni due ore di lavoro prescritte dal contratto.
Sono previsti due pasti al self service durante un turno di 12 ore, costo $1,2 ognuno; il cibo non consumato può essere asportato; se un lavoratore ne vuole meno la parte mancante viene compensata su una tessera aziendale, che può essere usata per comperare altro nella fabbrica, ad es. latte o frutta. A fine mese però la tessera viene azzerata, e il lavoratore perde il valore azzerato.
La fabbrica fornisce gli alloggi ai lavoratori di alcuni siti, si tratta di dormitori che ospitano 8 persone e hanno un servizio igienico comune, l’acqua calda non è sufficiente; non è fornita acqua potabile, che i lavoratori devono comperarsi. Non sempre gli occupanti dell’alloggio hanno lo stesso turno di lavoro …
Salari e integrazioni
Dalla tabella salariale di un lavoratore di Jabil: con 90 ore di straordinario nel mese di agosto (dovevano essere di più ma è andato in ferie) il salario lordo è stato di $570, dedotte previdenza sociale, affitto e servizi, il salario netto è di circa $488. Metà o più del salario proviene dagli straordinari.
Il salario medio mensile di Wuxi nel 2013 era di $773, per avere un salario inferiore del 15-25% alla media locale, i lavoratori di Jabil devono fare turni di 12 ore per sei o sette giorni la settimana.
I salari mensili di Jabil consistono in una paga base ($277), un bonus di produttività (variabile…), un bonus riferito alle quote di produzione (variabile tra i $12 e i $16); un bonus di piena presenza ($16); gli straordinari (retribuiti in base alla legge), ci sono maggiorazioni per il turno notturno ($1,62 per notte), per l’anzianità di servizio ($19,5 dopo 4 anni).
I salariati di Jabil non ricevono probabilmente la previdenza sociale come previsto dalla legge (10,5% viene versato dal salario lordo, e 31,5% del salario lordo deve essere pagato dal padrone), il che significa salario non pagato che potrebbe equivalere a centinaia di migliaia di $ al mese.
Orario e permessi
Gli accordi contrattuali della fabbrica prevedono 6 giorni di lavoro e uno di riposto; ogni turno dura 12 ore: 2 ore per pause pranzo, e due ore sono straordinari obbligatori, 8 ore di lavoro ordinario.
In realtà i salariati di Jabil sono costretti a accumulare 100-158 ore di straordinari al mese, equivalenti a 2-4 volte il limite per legge di 36 ore. Dopo l’estate la direzione aziendale ha comunicato la possibilità di lavorare anche nei giorni di riposo, domenica compresa, e molti lavoratori l’hanno fatto.
Il carico di lavoro è aumentato e le pause di 1 ora per i pasti sono state tagliate a ½ ora. Risultato: ora i lavoratori lavorano per 11 ore al giorno, sei sette giorni la settimana, per rispondere alla forte domanda di iPhones.
Se un lavoratore chiede un permesso per riposare, quando, e non sempre, il permesso viene concesso, viene dedotta una quota del salario.
Per un permesso per motivi di salute il lavoratore deve presentarsi in una struttura ospedaliera e riempire un modulo; se le formalità non sono espletate in modo corretto l’assenza non è giustificata e viene dedotta dal salario.
Premi e punizioni
Sono previste 8 situazioni che meritano un premio, ma di fatto i lavoratori non ne ricevono mai.
Sono previste punizioni in caso di violazione delle regole o di revoca del contratto; i capo reparti valutano il comportamento dei lavoratori. I lavoratori possono presentare reclamo o a voce o per telefono, e i reclami vengono pubblicati nella bacheca del self service; nessuno dei lavoratori intervistati l’ha però mai fatto.
Dimissioni
Un lavoratore non ha il diritto di dimettersi se le dimissioni non vengono accettate dal capo-reparto, cosa che succede quasi sempre. Il che significa che, se se ne va ugualmente, non gli vengono riconosciute le spettanze.

Le origini storiche dell’indipendentismo curdo

 
 I curdi, che ritengono di discendere dagli antichi Medi, vivono in Medio Oriente almeno dal II millennio a.C. La parola kurd significa nomade ed era il nome dato loro dai popoli vicini. In realtà non tutti i kurdi erano nomadi, ma solo gli allevatori delle aree montane, perché esistevano anche curdi dediti all’agricoltura e sedentari. Per un lungo periodo conservarono una struttura sociale legata al clan gentilizio, tenuto insieme da legami tribali e dominato da principi guerrieri e razziatori (il furto era tenuto in alto pregio, come presso i greci antichi la pirateria).
Parlano una lingua indoeuropea, del gruppo iranico, simile all’armeno; esiste una tradizione poetica antichissima (tramandata oralmente e distinta tribù per tribù).
Solo intorno al 1500 d.C. si cominciò a scrivere il curdo e vennero utilizzati gli alfabeti esistenti dove le singole tribù vivevano: alfabeto latino, alfabeto arabo in Iraq e Siria, alfabeto persiano in Iran; oggi alfabeto cirillico nelle aree ex sovietiche. È la lingua oltre che le tradizioni a identificare il popolo curdo.
Nel settimo secolo d.C. si convertirono all’Islam, ma restarono comunità cristiane. Inoltre l’Islam curdo è stato spesso considerato eretico per le influenze dello zoroastrismo.
Fino alla prima guerra mondiale vissero parte in Persia, nell’area dei monti Zagros e parte a cavallo fra l’Anatolia e il Caucaso. Dopo il 1000 esistette una nazione curda indipendente (che espresse a quanto pare anche il famoso Saladino) e che fu poi assorbita dall’impero ottomano intorno al 1500. In quest’epoca escono dall’anonimato storico e vengono identificati come popolo a sé in un libro del 1596, scritto in lingua persiana, intitolato “Fasti della nazione curda” in cui i curdi vengono definiti in contrapposizione ai turchi e ai persiani. Pur conservando una certa autonomia i curdi erano tenuti a fornire all’impero ottomano contingenti militari. La struttura sociale tribale nel tempo si “feudalizzò”, aumentando il potere dei principi curdi che erano contemporaneamente autorità politica e religiosa (sceicchi) e che accumularono estese proprietà terriere.
Nel corso dell’800, con la decadenza economica dell’Impero, il governo centrale fu costretto a imporre anche ai curdi tasse pesanti, che i principi non volevano pagare perché ledevano la loro autorità. Non fu per loro difficile organizzare la rivolta dei contadini, doppiamente irritati per il servizio militare obbligatorio per tutti e più lungo (fu abolito il corpo militare dei giannizzeri) e le nuove tasse. A metà dell’800 il sultano abolì i principati curdi, nel tentativo di centralizzare il potere; per ritorsione nel 1853 gli sceicchi curdi boicottarono la partecipazione alla guerra di Crimea; sia nel 1853 che durante la guerra russo turca del 1877 si ribellarono.
Nel 1880 la Gran Bretagna e in misura minore la Russia, fomentarono le rivolte curde sia dentro l’Impero ottomano che in Persia prospettando l’indipendenza del popolo turco; allettato da questa prospettiva lo sceicco Obeydullah attaccò la Persia e arrivò a conquistare Tabriz in Azerbaijan, sicuro della protezione russa, ma fu abbandonato al suo destino e catturato dagli ottomani.
Ai primi del ’900 il governo di Istanbul ritenne più utile cercare di assorbire gli strati dirigenti curdi nell’amministrazione assicurando loro carriere remunerative e privilegi in cambio di collaborazione nell’esercito e negli alti gradi della polizia. Sul modello dei Cosacchi, fu istituito il corpo degli “Hamidiyye“, forze irregolari curde, formate sulla base dell’organizzazione tribale. Queste truppe giuravano fedeltà al sultano e si “distinsero” nella repressione del movimento armeno (1896-1898), durante la quale furono massacrate decine di migliaia di persone. Erano soprattutto i proprietari terrieri a fare questa scelta anche perché il tema della obbedienza in nome della Umma islamica garantiva il potere del sultano ma anche il loro potere rispetto ai contadini.
Nelle città invece, negli ambienti del commercio e dell’artigianato si forma in Kurdistan una intellighenzia moderna, che ha studiato per la maggior parte in Europa o a Istanbul, fautrice delle idee “progressiste” e patriottica. Altri intellettuali curdi ripongono le loro speranze nel movimento dei “Giovani Turchi”, che nel 1908 rovescia il sultano. Il clima di riforma degli anni successivi incentiva la formazione di circoli culturali e politici curdi che fanno propaganda per l’indipendenza. Ma la cosa resta limitata alle élites urbane e soprattutto non si traduce in organizzazione.
Ben presto il nazionalismo turco prende il sopravvento e tutte le iniziative curde represse.
Ma all’inizio della I guerra mondiale molti turchi rispondono al richiamo del sultano e si arruolano, tranne le tribù meridionali (area di Dersim). Nel 1912 il petrolio era stato scoperto dalla Turkish Petroleum Company a Kirkuk e Mosul, un’area che nel corso del conflitto fu occupata e rioccupata da turchi, russi e inglesi.
Il governo turco, d’altro canto, deportò per “ragioni di sicurezza” 700 mila curdi.
Le potenze dell’Intesa firmano segretamente nel 1916 l’accordo Sykes Picot che prevedeva una suddivisione del Kurdistan in tre zone d’influenza: 1) il Kurdistan occidentale assegnato alla Francia; 2) il Kurdistan settentrionale alla Russia; 3) il Kurdistan meridionale all’Inghilterra. Anche i capotribù curdi si riunirono nel luglio 1917 in Persia con emissari inglesi russi e francesi e molti garantirono di abbandonare al suo destino il governo turco morente in cambio della promessa dell’indipendenza. Scoppiata la Rivoluzione d’Ottobre furono gli inglesi a gestire i rapporti coi capotribù. I quali si spaccarono fra gli indipendentisti (guidati dalla famiglia Bedir Khan) e coloro che rimasero fedeli alle sorti della Turchia trasferendo la loro fedeltà dal sultano a Kemal Ataturk, pur aspirando all’autonomia dentro la Turchia (leader Saudi Kadir).
Si delinea un elemento fisso della protesta curda: i movimenti di protesta sono sempre saldamente dominati da sceicchi, che spesso e volentieri si contrappongono fra loro e in ogni caso si appoggiano o alla Turchia o a una potenza occidentale,
Dopo la prima guerra mondiale nel trattato di Sèvres del 1920, agli art.62-64 si riconosceva uno stato curdo autonomo i cui confini sarebbero stati poi definiti dalla Società delle Nazioni; non se ne fece nulla perché la guerra di indipendenza turca guidata da Kemal Ataturk costringe le potenze europee a un nuovo Trattato firmato a Losanna nel 1923, in cui i curdi vengono riassorbiti in quattro stati: Turchia, Iraq, Iran e Siria; minoranze restano in Afghanistan, Armenia e Azerbaijan… In Turchia i curdi vengono “cancellati”: proibita la lingua, cancellata ogni autonomia amministrativa dei villaggi, sottoposti a legge marziale. Buona parte della borghesia e dell’intellighenzia curda espatria in Europa. Il centro dove si concentrano gli attivisti del movimento separatista è Parigi.
Si calcola che fra il 1923 e il 1927 i due terzi del bilancio statale turco fu utilizzato per pagare i soldati che reprimevano i curdi.
Un Comitato d’indipendenza curda, che aveva assunto il nome Azadi (Libertà), promosse un incontro a Diyarbakir con le autorità turche per ottenere un margine di autonomia, ma Ataturk rifiutò qualsiasi mediazione perché riteneva che la soluzione definitiva per la questione curda fosse la turchizzazione forzata. Azadi fu ben presto controllato dagli “Hamidiyye”, che si distinguevano per il pesante sfruttamento dei contadini curdi e degli aleviti con cui i curdi convivevano.
 Nel 1925 scoppiò, forse su istigazione di infiltrati turchi, una rivolta a Piran guidata dallo sceicco Said, che sognava di far rivivere il Califfato e aveva il sostegno dell’intera tribù Zaza, ma non riuscì a coinvolgere le altre minoranze oppresse. I turchi impiegarono l’arma dei bombardamenti aerei contro i ribelli, che furono sconfitti e Said impiccato. Il governo turco ritenne Said responsabile di averlo indebolito nel momento in cui trattava per annettersi i pozzi petroliferi di Mosul e Kirkuk, che furono invece assegnati alla Mesopotamia britannica.
La rivolta non era stata preparata e non ebbe una grande eco nemmeno fra i curdi. Fu invece la legge marziale proclamata dal governo turco a risuscitare lo spirito di rivolta in tutta l’area curda diventando un elemento di coesione. Si tenne un congresso nella città libanese di Bihamdun per creare un’unica organizzazione curda. Il governo turco allarmato pose fine alle deportazioni e scarcerò parte dei detenuti politici; poi a sorpresa inviò 60 mila uomini contro quella che fu definita la “rivolta dell’Ararat”, che nel momento di massima estensione coinvolse almeno 20 mila combattenti curdi. L’esercito turco fu sconfitto e accettò di trattare: nel 1927 amnistiò 2 mila deportati e allentò la stretta militare sui villaggi curdi.
Nel 1929 i curdi persiani si uniscono alla rivolta. Questo porta i due governi di Persia e Turchia a stringere un accordo di collaborazione; in più la Turchia ottiene nel 1930 armi e copertura aerea dalla Russia sovietica, irritata per una rivolta curda in Azerbaijan. Il fronte di attacco turco nell’estate del 1930 è lungo 130 km. La politica del governo è di distruzione sistematica dei villaggi col massacro dell’intera popolazione. Il governo persiano consentì all’esercito turco di sconfinare nel suo territorio e colpire i curdi alle spalle. Nell’agosto 1930 la rivolta si estese ai curdi iracheni subito repressa dagli inglesi, che dal 1925 avevano ottenuto di aggregare all’Iraq Mosul e i suoi pozzi di petrolio. I turchi riuscirono a sconfiggere i curdi solo a fine ottobre.
Si trattò del punto più alto di unità fra tribù curde di diverse aree e stati, ma anche un raro esempio di ampio appoggio popolare, cui, in contrasto col tradizionale conservatorismo curdo, parteciparono come combattenti anche molte donne. Le nuove frontiere volute dagli imperialismi occidentali ostacolavano gli spostamenti dei pastori in cerca di pascoli, ma anche i commerci. Molti piccoli contadini indebitati dopo lunghi anni di servizio militare, perdono la terra e si riducono a sottoproletariato urbano. D’altro canto la capacità del governo turco di presentarsi in Europa come un movimento progressista e moderno e l’interesse dei paesi occidentali, in particolare Francia e Gran Bretagna, a conservare lo status quo (i mandati) lasciarono nel totale isolamento il movimento curdo, che comunque scontava la mancanza di un comando militare centralizzato e con obiettivi chiari; la leadership era frammentata fra i clan, ognuno dei quali difendeva il proprio territorio. Nel 1932 la Società delle Nazioni rifiuta di riconoscere l’etnia curda.
Alla rivolta del 1927-30 seguì una repressione di violenza inaudita. Una legge del 1932 stabiliva che i curdi fossero dispersi e controbilanciati dall’insediamento di nuclei turchi.
Da quel momento ad ogni primavera scoppiarono piccole rivolte subito sedate (se ne contano 15 in tutto); ma la politica delle deportazioni esasperò a tal punto i curdi che nel 1937 una nuova rivolta scoppiò a Dersim, quando contro i curdi vennero usate armi chimiche, artiglieria pesante e bombardamenti aerei, molti villaggi vennero distrutti e fu dichiarato lo stato d’assedio fino al 1950.
Nel Kurdistan iracheno, appena gli inglesi concessero la libertà formale al regno, i curdi subirono analoghe restrizioni. Questo fu alla base della rivolta del 1931 e 1932, guidata dai due fratelli Barzani (il maggiore era lo sceicco Ahmad, ma più famoso diventerà Mustafa, vengono da una famiglia di proprietari terrieri) e terminata per l’intervento della Raf inglese che bombarda i villaggi. Deportati nel Kurdistan persiano, i due tornarono all’attacco nel 1942 con una rivolta presto sconfitta. A questo punto Mustafa Barzani e mille uomini si rifugiarono in Persia per sostenere la Repubblica curda di Mahabad, proclamata nel dicembre 1945, sotto la protezione dei sovietici. Ma nel maggio 1946 i sovietici si ritirarono sulla base degli accordi di Yalta; i curdi vennero massacrati dopo essersi arresi all’esercito dello shah. Barzani, alla guida di 500 curdi iraniani, iracheni e turchi con un viaggio rocambolesco riparò in Azerbaijan. Catturato dai sovietici torna in libertà solo nel 1958.
Nel secondo dopoguerra le organizzazioni curde operano dentro i confini del paese che li ospita, ma sono spesso finanziate dai governi dei paesi vicini. I finanziamenti contrapposti li condizionano, tanto che si arriva a scontri fratricidi. Costretti a cambiare spesso sponsor conducono quindi una guerriglia ondivaga, durante la quale in certi periodi la dirigenza curda svolge il ruolo di mercenario al servizio delle mire egemoniche delle singole potenze regionali mediorientali. Sono costretti a credere a promesse di indipendenza, sempre disattese. Mentre i governi di Turchia, Iraq, Iran e Siria sviluppano la loro economia, la struttura tribale dei curdi viene lentamente erosa. In Turchia la volontà del governo di sradicarli dalle loro aree e di disperderli nel territorio li trasforma nella manodopera di riserva della manifattura e dei servizi, spesso ridotti a sottoproletariato urbano.
IRAQ – IRAN
Nel 1958 Barzani è invitato a tornare in patria dal generale Kassem che ha appena abbattuto la monarchia hascemita, ma i due non raggiungono un accordo e nel 1961 riprende la repressione contro i villaggi curdi. Barzani, finanziato da Usa e Persia, riprende la guerriglia e infligge forti perdite all’esercito iracheno e soprattutto blocca il passaggio del greggio e del gas verso i porti del Golfo Persico, facendo saltare le condotte presso la città di Erbil e minacciando l’incendio dei pozzi. Gli iracheni usano per la prima volta il napalm contro i villaggi curdi nel 1963; in certi casi i villaggi curdi sono isolati con la posa di mine. Nel 1964 il suo ex braccio destro, Jalal Talabani, fonda un gruppo indipendente. Nel ’68 Saddam Hussein e Barzani firmano una tregua e in Iraq viene riconosciuta l’uso della lingua curda nelle scuole e nei giornali.
La famiglia Barzani viene foraggiata dal governo iracheno perché guidi i curdi in Iran in una guerriglia contro lo shah. Dalle memorie di Kissinger sappiamo che nel ’73 emissari Usa ricontattano Barzani e lo rifinanziano (16 ml di $ in armi). Gli Usa erano interessati ai pozzi di petrolio che si trovavano nel territorio del Kurdistan iracheno. Questo incontro è probabilmente all’origine dello scoppio della rivolta per l’indipendenza in Iraq nel 1974. Durante la rivolta del 1974-75 i due tronconi curdi si riuniscono per fare fronte comune contro Saddam Hussein. Ma nel’75 i governi di Iran e Iraq firmano ad Algeri un patto che consente la divisione pacifica fra i due paesi dello Shatt-el-Arab (fiume formato dalla confluenza fra il Tigri e l’Eufrate); l’Iran interrompe quindi il sostegno finanziario e militare ai curdi, che vengono sconfitti. Barzani fugge negli Usa, dove muore nel ’79. La sconfitta mette in crisi il movimento curdo. Talabani fonda l’Unione Patriottica del Kurdistan e nel 1976 riprende l’azione armata in Iraq.
Allo scoppio della guerra Iraq-Iran (nel 1979 Khomeini ha sostituito lo shah di Persia e Saddam Hussein attacca l’Iran pensando di piegarlo facilmente) i curdi di Barzani fanno azioni di disturbo in Iraq e ottengono finanziamenti dall’Iran; Talabani invece tiene un atteggiamento lealista verso l’Iraq. Il risultato è che sono considerati entrambi infidi e i civili vengono repressi nell’uno e nell’altro paese (in Iraq gira un proverbio: “ci sono tre calamità al mondo: le locuste, i topi e i curdi”). Temendo che i curdi funzionino da “quinta colonna”, Saddam ammassa la popolazione seminomade delle montagne in veri lager (mezzo milione di deportati, 3 mila villaggi rasi al suolo). I deportati erano in maggioranza donne, vecchi e bambini. I maschi venivano arrestati e imprigionati senza alcuna accusa: 8.000 curdi “sparirono” nel 1983 da Erbil e tutt’oggi di loro non si sa più nulla; nel 1985 altri 3.000 ragazzi curdi furono stati arrestati e torturati dalle forze di sicurezza irachene per obbligare i loro parenti “a consegnarsi alle autorità”. Nel 1988 furono uccisi 5.000 civili curdi in soli due giorni a seguito di un attacco chimico nella città di Halabja; dieci giorni dopo nel Qaradash venne lanciato un altro attacco chimico e i 400 sopravvissuti vennnero arrestati e poi giustiziati mentre cercavano di raggiungere un luogo di cura. Nel 1988 le autorità turche confermarono di aver dato rifugio a 57.000 curdi iracheni; quelli che vennero convinti a rientrare in Iraq con la promessa di amnistia furono uccisi sommariamente.
Il governo di Teheran da parte sua trattò i curdi con estrema durezza: esecuzioni sommarie, torture e processi iniqui (l’episodio più famoso avviene nel settembre 1981 quando 18 operai curdi furono uccisi in una fabbrica di mattoni nel villaggio di Sarougliamish).
Una statistica del WSJ del 1985 calcolava che i curdi fossero 20 milioni (9 in Turchia, 3 in Iraq, 6 in Iran, 1 in Siria, il resto nei in vari paesi del Caucaso).
TURCHIA
Mentre infuria la guerra Iraq-Iran, Iraq e Turchia nel 1983 firmano un trattato, tuttora in vigore, di reciproco sfondamento delle frontiere per dare la caccia ai curdi, i quali si mantengono taglieggiando imprenditori e ponendo sovrattasse sui convogli di benzina.
I curdi di Turchia, che fino agli anni ’80 sono rimasti relativamente sottomessi, cominciano ad agitarsi. Nel 1979 in Turchia è stato fondato il PKK (Partito del Lavoro del Kurdistan), guidato da Abdullah Ocalan (“Apo”). Il PKK è ospitato dal regime siriano e si esercita nella valle della Bekaa, in Libano, con la consulenza dell’esercito siriano che occupa parte del Libano, ma ha santuari anche nel nord dell’Iraq. Ottiene armi e soldi anche dall’Urss. Per tutti gli anni ’80 i turchi sconfinano più volte in Iraq e massacrano gli aderenti del PKK anche con raid aerei.
Nel 1991 l’atteggiamento siriano verso il PKK cambia: Hafez Assad spera di ottenere dagli Usa una mediazione per recuperare le alture del Golan, quindi appoggia gli Usa contro Saddam Hussein e abbandona il PKK al suo destino. Il PKK cerca di reagire (1991-92) usando l’arma degli attentati (in particolare contro i luoghi di turismo a Istanbul) e tenta di suscitare una rivolta armata. Il governo turco prende a pretesto gli attentati per una repressione a largo raggio nell’Anatolia sud-orientale. In gioco in realtà c’è “la guerra delle dighe”, il famoso progetto GAP, che prevede di sfruttare l’acqua dell’Eufrate per produrre energia elettrica; il piano, varato nel 1985 prevede la costruzione di d ventuno dighe, diciassette centrali elettriche e centinaia di chilometri di canali e condotte. Il piano sottrarrà acqua a Siria e Iraq, ma è ben visto dai paesi europei e dagli Usa, coinvolti negli appalti e nello sfruttamento della manodopera. I curdi, che difendono i loro campo e il loro ambiente di vita, sono un oggettivo ostacolo sulla strada del “trionfante sviluppo” turco. La regione curda viene militarizzata, vi vengono ammassate truppe e mezzi pesanti, interi villaggi vengono svuotati. Il risultato sarà una urbanizzazione forzata a Istanbul e Izmir, con effetti permanenti sulla geografia sociale e di classe del paese.
IRAQ
Talabani si accorda col figlio di Mustafa Barzani, Massud, e con gli Usa per appoggiare la coalizione militare che attacca l’Iraq nel 1991. Nel dopoguerra Talabani chiede agli Usa di appoggiare le richieste di indipendenza curde. WSJ ed Economist conducono una campagna contro, sostenendo che un Kurdistan libero verrebbe immediatamente assorbito dalla Turchia. Nel marzo ’91 comunque i curdi di Talabani occupano Kirkuk, sconfiggendo 5 divisioni di Saddam, e minacciano di far saltare le dighe di Dokan e Darbandikhan con conseguente inondazione in Iraq. Le truppe di Saddam rispondono con piogge al napalm, acido solforico e fosforo sulle popolazioni e cinicamente gli Usa lasciano loro via libera, almeno fino alla sanguinosa riconquista di Kirkuk nell’aprile ’91. Iniziano massacri indiscriminati di civili, circa 800 mila curdi si rifugiano in Iran, 160 mila in Turchia e altri 700 mila fuggono sulle montagne (le scene sono identiche a quelle che oggi riguardano i cristiani e gli yazidi; al posto di Saddam c’è l’ISIS).
La spinta emotiva davanti alle scene raccapriccianti mostrate dai media autorizza il governo Usa a imporre prima una no-fly zone. Saddam negozia con Massud Barzani (PDK) la concessione di un territorio autonomo (e in cambio ottiene che Barzani permetta il passaggio di armi e finanziamenti ai curdi in Turchia). Subito la Turchia, sotto la presidenza Ozal, propone a Jalal Talabani la protezione turca per lo stato autonomo curdo (e ovviamente sui pozzi petroliferi), purché non accolga i peshmerga nel proprio territorio e adotti la lira turca come moneta. Saddam dichiara subito fuori corso la moneta del Kurdistan, azzerando i depositi dei curdi nelle proprie banche.
Dal ’02 inizia un braccio di ferro per la supremazia fra i Barzani e i Talabani; i due gruppi si spartiscono le entrate da contrabbando (benzina, ma anche cereali e manufatti).
I peshmerga si procurano i galloni di petrolio a 5 cent a Sud e lo rivendono a 2 $ in Kurdistan, dove la vita dei civili è molto difficile. Nello scontro fra le due correnti Saddam protegge Barzani, che viene amnistiato coi suoi in Iraq. Barzani si arricchisce coi balzelli imposti ai camion turchi che trasportano petrolio di contrabbando fra Iran e Turchia (un introito calcolato dal NYT in 50 mila $ al giorno).
In questo processo la struttura sociale curda si evolve. In precedenza accanto a una massa di curdi che vivevano solo di una modesta agricoltura di sussistenza, esistevano i grandi proprietari che esportavano prodotti agricoli. Nel Kurdistan degli anni ’90 si sviluppano strati che vivono di traffici, oltre che di mazzette e tangenti; i legami tribali si allentano o sono sostituiti dalle complicità tipiche delle società capitalistiche. E nelle periferie di Erbil, Mosul e Kirkuk si sviluppa un proletariato moderno che lavora nella piccola manifattura, nelle officine e nel settore petrolifero. Le grandi famiglie come i Barzani e i Talebani mandano i figli a studiare all’estero e occasionalmente si vendono come mercenari di lusso a prezzi non proprio di liquidazione.
Un altro aspetto degli anni ’90 è che fra i “pupari” è scomparsa l’Urss e la Russia non è ancora in grado di esprimere ambizioni imperiali. Ogni media potenza medio-orientale vede nei curdi propri una minoranza da reprimere, ma anche un’arma da usare verso il vicino scomodo. L’Europa è troppo interessata agli affari con la Turchia per entusiasmarsi per i curdi come nazione oppressa. C’è però l’imbarazzante arrivo dei profughi: i turchi sostengono che questo “mercato degli schiavi” è organizzato dal PKK, l’Italia, primo partner commerciale di Ankara, cerca di dirottarli verso la Germania e i paesi del Nord.
La guerra del 2003 per rovesciare Saddam e far entrare stabilmente l’Iraq nella sfera di influenza americana, rovesciando il dominio sunnita, diventa un’occasione imperdibile per le aspirazioni di indipendenza dei curdi. Uno stato centralizzato era indispensabile ai sunniti per appropriarsi della rendita petrolifera (i pozzi sono collocati a Nord, area curda, e a Sud, area sciita). Se i curdi si garantissero il controllo di Kirkuk avrebbero risolto il problema della autosufficienza economica. Nel 2005 la scelta come premier di Al Maliki porta a una situazione di scontro con i curdi per la spartizione della rendita petrolifera.
Di fronte comunque all’ondata di scontri settari e di massacri che caratterizzano il resto dell’Iraq, il Kurdistan si presenta come un’oasi di pace e di prosperità, ma vi dominano la corruzione dei funzionari e l’economia sommersa. In particolare la famiglia Barzani tratta lo stato curdo come un suo feudo (la ricchezza personale del premier è valutata 2 miliardi di $). Il figlio del premier, Masur Barzani, dirige i servizi segreti, che nel 2001 si sono resi responsabili di eccidi verso l’opposizione politica. I Barzani hanno collegato propri uomini in tutte le cariche importanti. Sono i Barzani ad avere il monopolio delle concessioni edilizie e il Kurdistan iracheno si sta riempiendo di ricchi centri commerciali, edifici pubblici, e abitazioni di lusso recintate per le élite. Non mancano le mostruosità architettoniche tipo la costruzione di un “villaggio inglese”, un “villaggio italiano”, un villaggio americano” ecc., fuori da ogni legame col contesto.
Il divario fra ricchi e poveri sta diventando sempre più ampio e con questo è erosa la solidarietà tribale, che si trasforma in legame mafioso per l’élite al potere.
Privo di raffinerie, nel 2012 il Kurdistan esporta oltre 150mila b/g di petrolio, ma importa contemporaneamente oltre l’80% del combustibile da Iraq, Iran e Turchia.
Anche il clan Talabani partecipa al banchetto che implica la spartizione del controllo ad es. della telefonia mobile e dei centri commerciali (Asia Times 17 giu. 2013)
La nuova costituzione irachena del 2005 stabilisce che il Kurdistan iracheno è un’entità federale riconosciuta dall’Iraq, e riconosce ai curdi una propria lingua un Parlamento nazionale con 111 parlamentari. Diventa Presidente Massoud Barzani, figlio di Mustafa, che sarà rieletto nel 2009. Le tre provincie di Dohuk, Erbil e Sulaymaniah si estendono su di un territorio di circa 40.000 km quadrati con circa 5 milioni di abitanti.
Il governo di Erbil, capoluogo della regione, rivendica il diritto ad estrarre il petrolio dei suoi giacimenti tenendo per sé i proventi della vendita; Baghdad, invece, ha sempre sostenuto che il ricavato di quel petrolio debba andare al governo centrale, che poi ne devolverebbe una quota al Kurdistan. Il governo curdo nel 2006 aggiudica tre concessioni petrolifere a tre compagnie petrolifere minori, rispettivamente canadese, norvegese e turca, sfidando il governo centrale. Ė l’interpretazione curda della nuova Costituzione, prima ancora che entri ufficialmente in vigore. Ognuno è padrone del petrolio che controlla. Lo scontro centralismo/federalismo è innanzitutto scontro sul controllo della rendita petrolifera. I sabotaggi agli oleodotti hanno praticamente chiuso l’oleodotto del Nord verso Ceyhan (Turchia), limitano la capacità di esportazione al Sud, favoriscono quindi il fiorente contrabbando, fonte di finanziamento per le milizie curde.
Nel 2008 il governo curdo propone un referendum per decidere il destino di Kirkuk, l’ONU lo convince a rimandare temendo una reazione militare della Turchia. Kirkuk, rivendicata dai curdi come la loro Gerusalemme, ha forti minoranze arabe e turcomanne.
La Turchia si è posta come “difensore ufficiale dei turcomanni”; inoltre sostiene che le percentuali relative alle varie popolazioni fornita da Barzani è falsa e quindi pretende un censimento e accusa i curdi di un tentativo di pulizia etnica.
Tuttavia a un certo punto Erdogan si rende conto che il Kurdistan è ormai un’entità consolidata e ritiene più vantaggioso trarre profitto dal petrolio curdo che attardarsi a cercare di impedire ai curdi di sfruttarlo. Un numero crescente di multinazionali del petrolio hanno deciso di investire in Kurdistan (considerato più sicuro del Sud dell’Iraq e della regione occidentale irachena, pericolosamente vicina alla Siria). Tra il 2012 e il 2013 viene costruito un nuovo oleodotto «strategico» che ha reso Erbil indipendente da Baghdad: l’oleodotto (che si dipana solo su territorio curdo) unisce la città di Kurmala al confine turco. Qui si connette a un preesistente oleodotto turco che arriva fino alla città di Ceyhan, sulle sponde del Mediterraneo. In questo modo Erbil, contro il parere di Baghdad ma pericolosamente sostenuta dal governo turco, ha iniziato ad esportare il suo petrolio. Nei primi mesi, il greggio curdo veniva pompato fino al porto di Ceyhan dove veniva stipato senza essere messo in vendita. Il 22 maggio 2014, però, il Kurdistan ha rotto gli indugi mettendosi apertamente contro Baghdad: l’oleodotto ha iniziato a lavorare a pieno regime e la prima petroliera, la United Leadership, è salpata verso un porto mediterraneo non meglio identificato, colma di «oro nero». Le autorità di Baghdad hanno reagito chiedendo ai Paesi occidentali, possibili acquirenti, di non comprare quello che considerano «petrolio illegale». Il 10 giugno, anche una seconda petroliera, la United Emblem, viene caricata di greggio curdo e prende il largo. Fra l’altro l’unica società petrolifera che risponde positivamente all’appello di Al Maliki è l’Eni. Manco a dirlo però subito dopo Al Maliki viene defenestrato perché l’ISIS minaccia Baghdad…
In un primo momento, dopo l’occupazione Americana dell’Iraq, i curdi chiedono l’integrazione delle proprie milizie, valutate in 160 mila uomini, nell’esercito iracheno; la proposta è lasciata cadere dal governo centrale, ma i curdi non disarmano le milizie che diventano un vero e proprio esercito nazionale, la vera garanzia di una indipendenza di fatto che dura dall’imposizione delle no-fly zone dopo la guerra del 1991. A sorvegliare il confine settentrionale con l’Iran non è l’esercito “iracheno” ma quello curdo.
L’avanzata dell’ISIS verso Baghdad e la conquista di Mosul, che non trova resistenza alcuna da parte dell’esercito iracheno, nel giugno 2014 offre ai Peshmerga curdi della regione autonoma dell’Iraq del nord (KRG) la piena giustificazione per occupare preventivamente Kirkuk (viceversa i pozzi di petrolio cadrebbero in mano all’ISIS). Massud Barzani chiarisce che i curdi non restituiranno il controllo della città ad al-Maliki, dal momento che il suo esercito ha abbandonato le popolazioni civili al loro destino e che a protezione dei civili restano solo la forza di polizia curda e turkmena. I Peshmerga si sono dislocati anche a nord-est di Mosul e nella provincia di Diyala a nord-est di Baghdad. Nel vertice Nato di Newport si decide di armare i curdi perché ostacolino sul terreno l’avanzata dell’ISIS.
SIRIA
Dal 2012 le tre province del Nord in Siria sono sotto il consolidato controllo dei curdi del Partito dell’Unione Democratica curda (PYD con la loro milizia YPG); Assad ha abbandonato questa area che non poteva difendere al confine di Turchia e Iraq. Ormai completamente autonomi, ben organizzati sotto il profilo militare, ma anche sul piano amministrativo, i leader curdi, a fronte del disfacimento dello stato siriano, parlano apertamente di diritto all’autodeterminazione dei popoli e della creazione di un Kurdistan siriano che instauri rapporti di buon vicinato col Kurdistan iracheno. È noto che i curdi siriani hanno forti legami con il PKK dei curdi di Turchia.
L’ipotesi di un Kurdistan allargato che varchi le antiche frontiere allarma la Turchia, ma trova un sostegno consistente nei circa 100 mila curdi che vivono in Israele (immigrati negli anni ’40 e ’50). Le autorità israeliane sanno e approvano. Anche politici americani, soprattutto repubblicani, cominciano a puntare su questa ipotesi, vedendo nei curdi un interlocutore valido per gli interessi statunitensi in alternativa al caos “arabo”. Israele ha iniziato ad avere già negli anni ’90 intensi rapporti d’affari con l’autonoma nazione curda irachena (KRG). Dal 2011 intensifica i rapporti con i curdi siriani, con fornitura di armi e assistenza di intelligence perché i gruppi come al Nusra e in genere l’opposizione islamica siriana è considerata pericolosa dagli israeliani, che preferiscono di gran lunga il regime di Assad. Gli aiuti israeliani al KRG sono sempre stati forniti in assoluta discrezione, perché Israele non voleva urtare i turchi con cui vigeva un accordo diplomatico molto stretto. Oggi i rapporti fra Israele e Turchia si sono raffreddati, gli stessi turchi intessono rapporti diplomatici e di affari con il KRG, ma sono i curdi, che vogliono mantenere rapporti di affari con le comunità arabe locali e con i paesi del Golfo Persico, a non voler rendere troppo evidente il rapporto con Israele. Ancora più coperti sono gli aiuti israeliani ai curdi iraniani, che sono i più deboli in termini di opposizione al proprio governo.

4.10.14

Giovani in piazza ad Hong Kong: “primavera asiatica”, un’altra TienAnMen o cos’altro?


Per spiegare quanto sta avvenendo a Hong Kong i giornalisti tendono a usare questi due termini di paragone, le primavere arabe e la più grande rivolta studentesca mai vista in Cina. Ma la storia raramente si ripete uguale nello stesso paese o nello stesso tempo in luoghi diversi.
I giovani liceali e universitari che si sono mobilitati a Hong Kong in comune coi proletari e i giovani arabi del 2011 hanno poco, salvo l’età. Non sono l’avanguardia di una enorme massa di giovani disoccupati che rappresentano quasi la metà della popolazione come nei paesi del Nord Africa. La fascia 15-25 anni a Hong Kong raccoglie il 6,3% della popolazione, per quanto l’immagine di piazze gremite ci faccia pensare il contrario, ( in Italia la stessa fascia è il 9,9% della popolazione…). La disoccupazione a Hong Kong è del 3,3% , per ora i giovani trovano con una certa facilità lavoro e sono altamente qualificati. Inoltre il PIL pro capite a Hong Kong è di 50.900 $. Sappiamo che si tratta della media del pollo, comunque il 20% della popolazione vive sotto il livello di povertà, sono per lo più immigrati illegali dalla Cina, dal Vietnam ecc. ma non mandano i figli all’Università. Dietro il movimento per la democrazia ci sono giuristi e accademici, i giovani che si sono mobilitati temono di non poter, come i loro padri, acquistare una casa, avere una confortevole carriera o dar vita a nuovi affari . Sono i rampolli di un ampio strato di piccola e media borghesia minacciati nei loro livelli di vita dall’abbraccio soffocante della Cina.
Può stupire un italiano, abituato all’infanzia prolungata di molti giovani, che il leader abbia solo 17 anni e che a 15 abbia organizzato una manifestazione di 120 mila giovani contro la riforma scolastica improntata al modello cinese.
Ma appunto Tien An Men o la Rivoluzione Culturale Cinese ci spiegano che sempre dietro queste masse di giovani che protestano ci sono gruppi politici o economici che stanno ingaggiando una lotta contro il gruppo dirigente, per cambiarne la direzione.
I giovani di chiedevano un cambiamento sociale, più libertà ma anche più giustizia sociale, al loro fianco si schierarono decine di migliaia di operai.
Nel caso di Hong Kong la protesta sta maturando da anni ed è espressione di un forte desiderio di autonomia se non di indipendenza .
Per capire cosa sta succedendo il leader cinese Xi Jinping ha convocato il 22 settembre a Pechino 70 fra i più ricchi ed influenti tycoon di Hong Kong, fra cui Li Ka-shing, considerato l’uomo più ricco in Asia, l’armatore Tung Chee-hwa e altri rappresentanti degli interessi immobiliari, bancari, proprietari di giornali e televisioni, o di casinò dove si “lavano” migliaia di banconote “sporche” e i proventi del traffico di droga e prostituzione. Va da sé che i Tycoons si sono espressi contro l’occupazione simbolica ma anche concreta, del cuore del mondo degli affari; si sono dichiarati “patrioti” come è giusto dal momento che la loro patria è dove si fanno profitti ed è la China di Xi Jimping che garantisce i loro affari. Tanto più che uno degli obiettivi polemici della protesta è il gap, il solco che sta dividendo i pochi miliardari da strati borghesi che rischiano l’impoverimento. La parola democrazia evoca per questi tycoon come per Xi Jinping il rischio di dover adeguarsi allo welfare state di tipo europeo, di dover garantire agli operai servizi salute e pensioni.
Hong Kong, colonia inglese per 150 anni, è tornata alla Cina nel 1997 e ha ottenuto lo status di Regione Speciale (SAR), con amministrazione propria, possibilità di intrattenere relazioni economiche (commercio, investimenti) e intergovernative proprie, as esempio Hong Kong ha consolati indipendenti firma accordi bilaterali con governi, una propria politica di immigrazione, tanto che fra Hong Kong e Cina si viaggia con passaporto, ma non una politica estera e una difesa proprie. Parlando di Hong Kong e della necessità di preservarne il tessuto capitalistico di successo, Deng aveva affermato “Cos’è un patriota? E’ uno che rispetta la nazione cinese, appoggia sinceramente la riassunzione di sovranità su Hong Kong e ha cura di non impedire la stabilità e la prosperità di Hong Kong, Non importa se il patriota crede nel capitalismo, nel feudalesimo o nella schiavitù. Non gli chiedo di credere nel sistema socialista della Cina, ma di amare allo stesso grado la Cina e Hong Kong”.
Questa situazione di “Un paese, due sistemi”, definita dalla Dichiarazione Congiunta anglo-cinese del 1997 prevedeva che Hong Kong conservasse il suo sistema economico e le sue istituzioni sociali fino al 2047. Questo è stato scritto anche nella Costituzione di Hong Kong (la cosiddetta Nasic Law). Ma l’interferenza di Pechino è cominciata da subito; tutti i premier sono stati scelti da un Comitato formato da 1200 cittadini scelti nella elite politica e degli affari, preferibilmente yes-men nei confronti di Pechino: così è stato per C. H. Tung (1997-2005). Donald Tsang (2005-12) fino all’ultimo, C.Y.Leung, che ha raggiunto impressionanti vertici di impopolarità, soprattutto dopo che ha tentato di introdurre nelle scuole curricula e piani di lavoro, testi di studio simili a quelli cinesi. Il premier ha anche tentato di costruire intorno alle università un cordone sanitario di polizia che impedisca i contatti con giornalisti e uomini politici di altri paesi. Molti professori considerati non in linea sono stati allontanati. Ancora più dure le misure prese contro giornali e giornalisti troppo indipendenti (ad esempio il South China Morning Post è stato messo sotto tutela con la complicità del proprietario malaysiano Robert Kuok; allontanati dei veterani delle inchieste come Paul Mooney e Kevin Lau del Ming Pao Daiky; Lau è poi sfuggito a un attentato come Jimmi Lai del Apple Daily, Chen Ping del Sun Affaires e Tony Tsoi del House News. I giornali stavano denunciano come i servizi segreti cinesi stiano collaborando attivamente con la malavita locale.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la comunicazione che nelle elezioni del 2017 il premier di Hong Kong sarebbe sì stato eletto a suffragio universale dai cittadini, ma dentro una rosa di 2-3 nomi pre-selezionati da Pechino.
L’ostilità verso la Cina è diffusa in tutti gli strati sociali per ragioni spesso molto concrete.
I cinesi della terraferma, ovviamente appartenenti agli strati alti, acquistano il 30% delle merci di lusso, sono i principali clienti dei gran hotel; la loro corsa all’acquisto di case ha fatto crescere in maniera esorbitante i prezzi delle abitazioni, tanto che nemmeno i giovani della classe media può più aspirare a un appartamento in proprietà. Centinaia di migliaia di migranti dal continente cercano di piazzare i figli nelle scuole di Hong Kong che sono considerate migliori, impedendone l’accesso ai nativi. Addirittura fanno incetta di latte per i neonati, (dopo lo scandalo del latte avariato nel 2008 i genitori cinesi hanno la psicosi di vedere i loro piccoli avvelenati) e le madri dei quartieri poveri di Hong Kong ne restano prive. Un numero spropositato di donne incinte cerca di partorire a Hong Kong per dare ai figli la doppia cittadinanza, tanto che le madri locali non trovano più posto nelle cliniche e devono partorire in casa (l’ultimo dato disponibile è del 2010 e parla di un 37% di bambini nati a Hong Kong da genitori del continente). Il gruppo Facebook che ha convocato i dimostranti delle ultime settimane ha definito i cinesi del continente “locuste”. Un docente universitario di Pechino ha contraccambiato chiamando gli abitanti di Hong Kong “cani bastardi aggiogati al carro dell’imperialismo inglese” .
Gli studenti a Hong Kong diventati bersaglio di gas urticanti e pallottole di gomma, con a difesa solo gli ombrellini di seta, non possono non suscitare simpatia, ma è inevitabile chiedersi se vanno incontro al massacro come a Pechino nel 1989?
Ci sono molte ragioni che potrebbero spingere Xi Jinping a una sanguinosa repressione e altre che la sconsigliano Hong Kong è tuttora la porta principale della Cina, un hub finanziario di importanza senza pari piazzato al centro del Delta del Fiume delle Perle a ridosso del Guangdong. Né Shanghai né Shenzhen possono raggiungere in pochi anni un tale grado di internazionalizzazione, infrastrutture, competenza e organizzazione per gli affari.
Hong Kong ha venti volte i visitatori di Singapore.
Il 77% degli investimenti diretti esteri cinesi nel 2011 hanno preso la via di Hong Kong. Il resto è distribuito fra Taiwan, Giappone, Singapore, Usa, Corea e Germania. Viceversa provengono da Hong Kong il 47,7% di tutti gli investimenti esteri diretti in Cina.
A Hong Kong hanno sedi 71 fra le 100 più importanti banche internazionali e 290 fondi di investimento Di lì passa il 53% di tutta la massa degli yuan che circolano all’estero e l’80% del commercio estero in yuan. Si vocifera che Hong Kong abbia riserve in yuan pari a 160 miliardi di $ (e cioè mille miliardi di yuan).
Hong Kong fornisce servizi e informazioni di ogni tipo allo straniero che vuole investire in Cina e comunque è il secondo partner commerciale con la terra ferma (finisce in Cina il 45,6 % dell’export di Hong Kong e finisce a Hong Kong il 17,4% dell’export cinese).
La città ha alti standard di qualità della vita e di ambiente ben curato, ha i migliori professionisti asiatici in tutti i campi (dagli albergatori ai broker), formati in 60 università che offrono più di 1000 diversi corsi per rispondere a qualsiasi esigenza professionale; garantisce la massima tutela legale e trasparenza nelle transazioni d’affari.
Infine Hong Kong è il principale centro logistico dell’Asia, la logistica produce il 24,1% del PIL e garantisce il 24% dei posti di lavoro, grazie alla qualità e all’ampiezza del porto, terzo nel mondo per il traffico di container (ne passano 60 milioni in un anno), mentre l’aeroporto è il primo per i cargo. Nel 2010 per l’aeroporto sono passati 50 milioni di persone (pari a un giro d’affari che copre l’9% del PIL); vi iniziano o terminano 880 voli al giorno. Soprattutto Hong Kong è nota per i livelli di sicurezza garantiti agli uomini di affari che vi si recano.
Una repressione violenta nel centro degli affari rischia di uccidere la gallina dalle uova d’oro, Hong Kong potrebbe essere disertata dai businessmen stranieri.
Molti degli alti papaveri dell’attuale Comitato Centrale non vedono l’ora di mandare un segnale duro alla enclave che dal 1997 è diventata il rifugio di dissidenti politici e religiosi, di capi sindacali e attivisti per i diritti umani, per giornalisti non allineati.
Ma è significativo che tutte le notizie sul movimento a Hong Kong siano state accuratamente censurate sulla terraferma. Instagram è stato bloccato.
Al di là di uno stretto lembo di mare ci sono il Guangdong, con le città di Guangzhou (=Canton) e Shenzhen con le loro centinaia di fabbriche e fabbrichette, con una classe operaia che, nonostante repressione e censura, da vita continuamente a scioperi e proteste.
Lo scontento è in costante crescita anche sulla terra ferma. Hong Kong può essere un esempio pericolo. D’altro canto raggiungere Hong Kong dalla Cina è sempre più facile. E trasmettere da Hong Kong in Cina non del tutto impossibile.
Secondo Pechino i manifestanti sono poche migliaia, i manifestanti con raro rispetto per la verità hanno parlato di 80 mila (da noi si sarebbero… dati i numeri , a centinaia di migliaia), ma potrebbe essere la punta di un iceberg. E soprattutto a togliere il sono ai boss di Pechino non sono solo gli educati, english style studenti di Hong Kong, ma le masse proletarie della grande Cina.

3.10.14

Libertà

"Libertà del volere non significa altro perciò che la capacità di poter decidere con cognizione di causa. Quindi quanto più libero è il giudizio dell'uomo per quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sarà la necessità con cui sarà determinato il contenuto di questo giudizio; mentre l'incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilità di decidere, diverse e contraddittorie, sceglie in modo apparentemente arbitrario, proprio perciò mostra la sua mancanza di libertà, il suo essere determinato da quell'oggetto che precisamente essa doveva dominare. La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondato sulla conoscenza delle necessità naturali: essa è perciò necessariamente un prodotto dello sviluppo storico..."

                                                                               Friedrich Engels,  "Antidühring"

1.10.14

Egitto: la ripresa progressiva delle lotte operaie e loro significato

 
 Pubblichiamo qui un articolo di Solidarité Ouvrière del 23 settembre 2014 pubblicato dal Jacques Chastaing per il sito “A l’Encontre”:

Da agosto, dopo il mese del ramadan, in Egitto c’è stata la ripresa incontestabile, seppure lenta, degli scioperi. Occorre senz’altro sottolineare che da oltre tre anni le lotte dei salariati e sfruttati egiziani sono state pressoché continue, hanno a volte raggiunto livelli di mobilitazione raramente visti nella storia e hanno avuto un ruolo politico centrale nella vita politica del paese … È inoltre importante dire, riconoscendone l’importanza, che esse sono state tenute nascoste.

Da agosto ci sono proteste sociali in lento ma indubitabile aumento
Malgrado il caldo estivo, per agosto una Ong ha rilevato 253 movimenti, scioperi o manifestazioni, al di fuori di quelle organizzate dai Fratelli Musulmani.
Su 121 scioperi rilevati, 35 riguardavano i salariati del privato, 26 i dipendenti statali, 9 il settore sociale, 9 i trasporti, 8 i venditori ambulanti, 7 gli insegnanti e 7 i giornalisti. 3 di questi scioperi vertevano sul salario, 10 sull’occupazione, 8 la flessibilità, 8 le condizioni di lavoro, 6 la richiesta di assunzione di precari, 4 l’orario di lavoro, e 4 i licenziamenti.
Riguardo alle manifestazioni 34 sono state proteste contro la mancanza di elettricità, 10 l’aumento dei prezzi, 5 la carenza di abitazioni, 3 l’accesso all’acqua potabile e 3 per gli impianti di depurazione/smaltimento rifiuti.
Tra gli scioperi per il salario sono da evidenziare a fine agosto quelle dei lavoratori dell’impresa Samanoud di Gharbiya, di Ceramica nella città di Sei Ottobre, della società dei metalli di Helwan, della holding delle industrie metallurgiche di Nasr, delle sei fabbriche di Misr-Iran Textile, della società Nahr al-Khaled Garments a Port Said. A questi scioperi bisogna aggiungere un manifestazione dei lavoratori della Tanta Flexand Oil per la riapertura della fabbrica, una manifestazione dei piccoli commercianti di Port Said contro le imposte; le manifestazioni dei piccoli ambulanti (sono 5 milioni) contro la loro espulsione dai centri delle città e quelle dei tifosi ultra, in particolare dei Cavalieri Bianchi di Zamalek, contro la minaccia della loro dissoluzione.
Occorre soprattutto evidenziare il successo dei lavoratori di 250 fabbriche di mattoni della regione di Afteeh, che riguardano 40 000 salariati i quali hanno cominciato con la protesta contro l’aumento dell’orario di lavoro da 13 o 14 ore a 15 ore giornaliere, e dopo tre settimane di scioperi hanno ottenuto diversi miglioramenti delle condizioni di lavoro e soprattutto l’aumento salariale da 7,5 a 10 lire egiziane ogni mille mattoni.
Come segnalato dalla militante sindacalista Fatma Ramadan, questo risultato è molto importante, da una parte perché nella regione lavorano oltre 500 000 operai nelle fabbriche di mattoni e sono 1 milione in tutto l’Egitto; in secondo luogo questo successo seppure parziale potrebbe incoraggiare a intraprendere una lotta molti altri lavoratori dello stesso settore, ma anche di altri.
A settembre, a 100 giorni della presidenza di Sissi, gli scioperi e le manifestazioni sembrano essere ancora aumentati.
Tra quelli che hanno attirato l’attenzione c’è lo sciopero per il salario dei giornalisti di Al Ahram – il giornale del potere – ancora più significativo per aver fatto licenziare i loro dirigenti agli ordini del regime. Possiamo evidenziare anche lo sciopero dei lavoratori dei depuratori in diverse città, dei dipendenti di 24 università che il 21 settembre erano al sesto giorno di sciopero; dei lavoratori dei trasporti di Sharqiya e di altre città dell’Est; dei conducenti di autobus di Qalubiya; dei dipendenti dell’ospedale di Beni Suef; degli agenti per l’igiene e la sicurezza dell’ospedale di Luxor; degli impiegati del Consiglio Nazionale per l’Handicap; di quelli della società Badawi per l’industria alimentare; degli agricoltori del centro dell’Egitto in sciopero della fame contro l’espropriazione delle terre che possedevano dall’epoca di Nasser …
Da sottolineare che il 10 settembre 2000 diplomati hanno assediato la sede della direzione per l’Educazione a Abbasiya mentre altri manifestavano al ministero per l’Educazione.
Ci sono anche state manifestazioni degli utenti che chiedevano un maggior numero di treni; dei genitori degli studenti a Assuan contro la mancanza di posti a scuola e per le cattive condizioni delle strutture; altre nel quartiere popolare del Cairo, Imbaba, per chiedere abitazioni; a Heliopoli, il quartiere più chic, per la difesa della metropolitana; nei paesi di Kristin per l’acqua potabile e di Taarot per le strade, scuole, presidi medici, acqua potabile e smaltimento rifiuti …
Ma hanno colpito l’opinione pubblica soprattutto lo sciopero e le manifestazioni dei salariati della Società Tessile di Alessandria perché la polizia ha sparato contro di loro, e questo ha provocato diverse manifestazioni di solidarietà in tutto il paese.

Da tre anni e mezzo lotte sociali a carattere politico sono completamente tenute nascoste
Da tre anni e mezzo lotte sociali a carattere politico sono completamente tenute nascoste dai media e dai partiti, soprattutto in Occidente.
Nondimeno per la loro dimensione queste mobilitazioni sociali hanno avuto un ruolo centrale praticamente continuo nella vita politica del paese da inizio 2011 – e anche prima. La caduta di Mubarak nel 2011, lo scacco del colpo di Stato del CSFA nel 2012, la caduta di Morsi nel 2013 e poi ancora quella del governo Beblawi sotto l’autorità di Sissi nel febbraio 2014 sono dovute o legate a queste mobilitazioni popolari, spesso con dimensioni di massa.
Infine, se queste lotte avevano obiettivi sociali ed economici evidenti di fronte all’estrema miseria che colpisce il paese, esse avevano anche un aspetto politico evidente che il più delle volte si manifestava negli scioperi con la richiesta molto frequente di “smammare” – dopo lo stesso Mubarak – a tutti i piccoli Mubarak, tutti i responsabili a tutti i livelli dell’apparato dello Stato e dell’economia.
Però, questo ampio movimento non ha saputo trovare fino ad oggi una sua espressione politica. Quello che pesa in modo considerevole sul coordinamento di queste lotte su scala nazionale è la mancanza una coscienza operaia rivoluzionaria indipendente.
È facile comprendere che lo scopo del tenere nascosto il ruolo cruciale di queste mobilitazioni operaie è quello di impedire la maturazione di questa coscienza politica operaia. Cominciando dall’Egitto, ma anche su scala araba e mondiale, dove essa, questa coscienza, potrebbe apparire come un’alternativa ai tentativi di mobilitazione delle coscienze contro il terrorismo islamista, oppure come prospettiva o incoraggiamento, in un momento in cui il mondo operaio, attaccato da ogni lato, cerca di riprendere fiducia in se stesso e nella propria forza.
Mentre si cerca di convincerci che dopo l’inverno islamista c’è ora un inverno militare e una situazione che sarebbe monopolizzata dallo scontro tra Forze armate e Fratelli Musulmani, è importante cercare di spiegare la situazione da un punto di vista operaio, dal basso, anche con i pochi mezzi di informazione di cui disponiamo.
È la base minima per acquisire una visione indipendente e con essa il punto di partenza indispensabile per acquisire la capacità di costruire una politica indipendente.
Dunque in più di tre anni e mezzo di rivoluzione, la mobilitazione dei lavoratori non è mai venuta meno, se non per brevi fasi di uno o due mesi al massimo. C’è stata solo un’eccezione, vale a dire il periodo da inizio luglio 2013 fine gennaio 2014, sette mesi durante i quali gli scioperi e le manifestazioni operaie hanno avuto un livello molto basso. Ma poi sono riprese in massa in febbraio, marzo e aprile 2014 per il salario minimo, e hanno anche fatto cadere il governo. Si sono di nuovo interrotte per due mesi con le elezioni presidenziali a fine maggio e le promesse di Sissi di soddisfare le rivendicazioni popolari se fosse stato eletto.
Ma, dopo il mese di giugno post-elettorale seguito dal mese del ramadan a luglio, poco propizio per i conflitti, le lotte sono di nuovo riprese ad agosto, molto forti alla fine del mese, per poi continuare ad un livello discreto ad inizio settembre Gli scioperi in corso non hanno il carattere di un’ondata crescente sufficiente per cambiare la situazione; non siamo ancora a questo. Ma il ritmo delle lotte è forte abbastanza – con alcuni successi di rilievo – da farle temere e da dimostrare che la rivoluzione non è finita malgrado la diserzione dell’opposizione e la repressione del regime.
Nessuno può prevedere il futuro. Tanto più che è difficile sapere con precisione quale sia lo spirito dei lavoratori in lotta, le loro aspirazioni e la loro coscienza dopo tre anni di rivoluzione. Il che è determinante.
Tuttavia si possono percepire diverse cose nelle lotte in corso.

Lotte e scioperi che continuano malgrado i numerosi ostacoli
La ripresa delle lotte rivela innanzitutto che ciò che nei tre anni e mezzo trascorsi è stato fuori dalla norma è il periodo di sette mesi dal luglio 2013 al gennaio 2014, la sola fase in cui l’attenzione alle relazioni tra i Fratelli Musulmani e le forze armate è stata al centro della scena politica e ha messo in secondo piano le opposizioni di classe.
In secondo luogo queste lotte sono avvenute nonostante un periodo di terribile repressione, forse più dura che sotto Mubarak. Centinaia di salariati, tra cui molti sindacalisti, vengono arrestati arbitrariamente per un breve o lungo periodo, mentre migliaia di altri vengono licenziati per aver scioperato o tentato di organizzare un sindacato.
Più in generale, l’Egitto è al secondo posto mondiale per condanne a morte e al terzo per il numero di giornalisti arrestati. In un anno sono state arrestate circa 41 163 persone e la legge impedisce qualsiasi manifestazione o sciopero. Oltre i Fratelli Musulmani, sono particolarmente colpiti dalla repressione i militanti rivoluzionari, ma anche le ONG, gli atei, gli omosessuali, i giornalisti indipendenti, gli artisti e i rapper rivoluzionari, i tifosi ultra, i blogger contestatari … In questo mese di settembre 295 persone sono in sciopero della fame, prigionieri politici ma anche all’esterno delle carceri, giornalisti, militanti di vari partiti, tifosi ultra di calcio … per chiedere la liberazione dei prigionieri e l’abrogazione della legge che impedisce manifestazioni e scioperi.
E ancora, queste lotte hanno luogo malgrado la demagogia permanente del potere militare che chiama all’unione patriottica per salvare l’economia egiziana e lottare contro il terrorismo che colpisce una parte del paese. La propaganda è incessante e onnipresente nella maggior parte dei media che sono complici del regime, e che cercano di presentare questi lavoratori in sciopero come nemici dell’Egitto e complici dei terroristi islamisti.
Infine, ma non ultimo, queste lotte hanno luogo malgrado la totale defezione dei dirigenti operai o della sinistra come pure della maggior parte dei democratici rivoluzionari. In effetti i dirigenti delle confederazioni sindacali, di Stato ma anche delle nuove confederazioni indipendenti, si sono tutti pronunciati per l’arresto o la sospensione degli scioperi allineandosi dietro la demagogia anti-terrorista di Sissi; e i dirigenti sindacali e politici della sinistra come i principali partiti dell’opposizione laica e liberale o democratica hanno chiamato al potere Sissi per paura della rivoluzione montante di fine giugno 2013 e per la maggior parte hanno poi sostenuto il regime, o addirittura sono entrati nel suo governo e sono attori o complici della sua repressione.
Lotte e scioperi che rispettano il regime militare
Dunque è solo nei sette mesi “anomali” dal luglio 2013 al gennaio 2014 che si è affievolita la minaccia constante di una “rivoluzione della fame” che è alla base delle preoccupazioni di tutti e dei timori delle classi possidenti. Ma a malapena, perché Sissi, per ottenere una relativa pace sociale ha dovuto moltiplicare le promesse e le concessioni alla rivoluzione, almeno verbali e a volte reali, anche se secondarie – cosa che da questo punto di vista è molto diversa dall’era Mubarak.
Dopo l’aumento del salario minimo per 4,7 milioni di funzionari a gennaio e la promessa in primavera di estenderlo ad altre categorie, ha introdotto un tetto al salario dei più ricchi fra loro a fine giugno, con grande fanfara, anche se poi le misure attuative l’hanno svuotato di qualsiasi contenuto serio. Ci sono poi state le promesse di costruire centinaia di migliaia di alloggi, canali di irrigazione, stadi … la cui realizzazione ipotetica è stata affidata ai servizi tecnici delle forze armate … così, per quello che sarà fatto, da riempire le tasche di qualche generale. Ad inizio luglio si è parlato di tessere di approvvigionamento che permettono a milioni di poveri di fare spesa in 25 000 negozi di generi alimentari di prodotti di prima necessità sovvenzionati e meno cari. E poi, un po’ più serio, è previsto anche il miglioramento delle pensioni più basse, lo stop al fermo bancario per i contadini insolventi, l’erogazione della previdenza sanitaria per gli agricoltori, la creazione di un fondo di solidarietà per le catastrofi agricole e soprattutto la promessa l’8 settembre, appena prima del rientro scolastico, della creazione di 30 000 posti per insegnanti e l’apertura di 60 000 diplomi per insegnanti di tecnica per rispondere ai bisogni dei paesi del Golfo.
E quando Sissi ha osato per la prima volta colpire direttamente le classi popolari abbassando le sovvenzioni ai prodotti petroliferi, l’ha fatto prudentemente all’inizio del ramadan, il che non ha impedito uno sciopero immediato dei taxi privati e collettivi … che hanno anche manifestato, assieme ad altri settori dei trasporti, a nove riprese nel mese di agosto. Il che al momento ha dissuaso Sissi dal procedere oltre. Quando ha cercato, nella veste di maresciallo, di mantenere la sua promessa “di ordine e sicurezza”, si è messo a ripulire le strade delle città dalla galassia dei 5 milioni di piccoli commercianti ambulanti, il cui numero è andato aumentando alla stessa velocità in cui diminuiva l’autorità della polizia e che la disoccupazione aumentava (ufficialmente dall’8,9% nel 2010 al 13,4% nel 2013). Ma così facendo non ha fatto che perdere ulteriore sostegno da parte di questo strato miserabile di popolazione, suo principale sostegno, facendo appendere ovunque, per convinzione (o obbligo), il ritratto del maresciallo sulle loro bancarelle. Oggi la metà degli ambulanti è sindacalizzata e diversi di loro osano dire che d’ora in poi continueranno a occupare le strade fino alla caduta del maresciallo. Nel mese di agosto, come si diceva, ci sono state 8 manifestazioni degli ambulanti.
D’altra parte, il 22 agosto, uno sciopero delle forze di sicurezza di Ismailia, dove i militari coscritti si sono scontrati con gli ufficiali accusandoli di trattarli come schiavi, ha permesso di venire a sapere che nel mese di agosto ci sono stati altri cinque conflitti di questo tipo tra le forze di polizia o dell’apparato giudiziario e ha ricordato che le forze della repressione, in parte di leva, possono essere sensibili alle pressioni popolari.
Infine, quando il potere ha deciso di posticipare l’apertura delle università di un mese, all’11 ottobre, cercando di moltiplicare in tutta fretta le misure mirate a vietare i gruppi politici nell’università o i movimenti di protesta nelle città universitarie, istallare telecamere e metal detector, aumentare le tasse di iscrizione, tutto questo è sembrato non solo ridicolo dato che tutti sanno che queste misure non saranno mai applicate, ma anche la dimostrazione di una certa impotenza nei confronti della contestazione studentesca che a luglio si è manifestata ancora con forza. Forse è per questo che in segno di pacificazione, alla vigilia della riapertura delle università, il potere ha deciso di liberare alcuni militanti rivoluzionari come Mahienuur El-Massry o Alaa Abd El Fattah e che allo stesso tempo, proprio nel momento del rientro scolastico del primo ciclo, il 21 settembre, ci sono stati violenti attentati saliti alla ribalta delle cronache che hanno permesso ad un ministro di dichiarare: «Siamo in guerra. E in guerra non si può ammettere una opposizione».
Come diceva un membro del “Movimento del 6 aprile”: gli scioperi sono vietati ma hanno luogo, siamo disciolti, ma organizziamo manifestazioni ad inizio settembre contro l’aumento dei prezzi del petrolio, dei trasporti e delle interruzioni di corrente.
La repressione è tanto più violenta che il potere può sì moltiplicare le sue decisioni, ma non riesce ad applicare quello che decide, a cominciare dal divieto di scioperare o manifestare.
Non è il primo ad avere queste difficoltà. Una delle prime misure che tutti i governi dopo Mubarak, CSFA o Morsi, hanno tentato di attuare appena saliti al potere, è stato questo divieto di scioperare e manifestare che non sono mai riusciti a rendere effettivo.

Una rabbia sociale tanto pericolosa che potrebbe cambiare dirigenti
È molto difficile farsi un’idea di quanto è cambiato da tre anni nello spirito degli operai e dei militanti e di ciò che è determinante nella situazione attuale, sta nascendo una coscienza politica nella classe operaia?
Nondimeno, quello che è rilevante nel movimento di scioperi da febbraio e marzo, è l’emergere a metà marzo per la prima volta nella storia della rivoluzione egiziana, di un coordinamento che mostra la volontà di coordinare a livello nazionale le lotte e gli scioperi attorno ad un programma sociale comune a tutti.
Gli scioperi di questo periodo hanno interrotto per la loro stessa esistenza l’attenzione della vita politica alle relazioni tra Forze armate e Fratelli Musulmani riproponendo la questione sociale in primo piano sulla scena politica. Ma, ancor più, con questo coordinamento, esse hanno fatto emergere lo spettro di una coscienza politica operaia.
Il coordinamento è stato avviato dal movimento di sciopero dei medici (la grande maggioranza dei quali in Egitto è povera, anche se una piccolissima minoranza è eccessivamente ricca), sciopero organizzato attorno ad un’Assemblea Generale e a un comitato centrale di sciopero nazionali, iniziato nel gennaio 2014 per poi diventare in marzo uno sciopero totale di due mesi. Questo coordinamento si è poi esteso ad altre professioni della sanità, farmacisti, dentisti, veterinari, segretari medici, impiegati del ministero della Sanità … ma anche ai postini in sciopero e a 11 grandi imprese nazionalizzate e poi riprivatizzate in lotta, con rappresentanti dell’aviazione civile e delle ferrovie.
Per unificare meglio le lotte, questo coordinamento aveva stabilito un programma comune riprendendo la parte essenziale delle rivendicazioni: il salario minimo per tutti, la rinazionalizzazione delle imprese privatizzate, l’aumento del bilancio per la sanità e il licenziamento di tutti i funzionari a livello locale o nazionale.
Questo coordinamento a causa dell’ampiezza del suo programma sociale e del suo carattere chiaramente politico si è subito scontrato con Sissi … che ha preferito fare un passo indietro davanti ad esso e ha scelto di presentarsi alle elezioni presidenziali per tentare di fermare questo sciopero che stava assumendo un carattere politico così pericoloso.
Il movimento popolare è fermo in questo momento. Il coordinamento che era stato la punta avanzata della sfiducia o della coscienza popolare nei confronti delle confederazioni sindacali che sostenevano Sissi e che non hanno mai cercato di organizzare il movimento sociale su scala nazionale, non ha avuto il tempo di intervenire e di pesare sul corso degli scioperi e sulla situazione generale.
Per il futuro della rivoluzione la questione oggi, mentre gli scioperi riprendono circa cinque mesi dopo questi avvenimenti, è di sapere cosa resta di questo coordinamento negli spiriti e nei progetti.
I dirigenti politici e sindacali dell’opposizione hanno sostenuto Sissi, e questo spiega la relativa inattività sociale dei sette mesi trascorsi, ma, al contempo, sono spesso militanti usciti da queste tendenze politiche e sindacali che animano o sono all’origine di una grande parte delle lotte. È certo che la maggior parte di coloro che sono stati influenzati temporaneamente dai loro dirigenti e sono rimasti inattivi di fronte a Sissi, si sono ricreduti su alcune vaghe illusioni che potevano avere. I formidabili tassi di astensione al referendum da lui convocato a gennaio e alle presidenziali di maggio avevano già mostrato che se gli egiziani non gli si opponevano attivamente, non lo sostenevano neppure. E oggi, è chiaro che Sissi non mantiene le promesse e fa sparare contro gli operai.

Vedremo ricomparire questa forma di organizzazione quale riflesso di questa coscienza?
Per ora, i conflitti in corso, operai dei mattonifici, lavoratori delle università, giornalisti di Al Ahram, piccoli ambulanti di strada … sembrano interessare i settori più sfruttati, meno organizzati o meno coscienti dei salariati. I nuclei della contestazione sociale dei periodi precedenti non sembravano ancora un movimento. Forse sono più frenati dai loro militanti più vicini alla sinistra. Oppure, semplicemente, è perché sono stati essi a subire la maggiore repressione o ancora perché hanno bisogno di tirare il fiato e prendere tempo per fare il punto dopo mobilitazioni tanto intense e in un caos politico di tale dimensione.
Inoltre, a parte i giornalisti di Al Ahram, non sembrava che per il momento oltre alle rivendicazioni economiche essi avessero la rivendicazione politica di far “smammare” i loro dirigenti, come invece era molto frequente nel periodo precedente.
Ma questo può cambiare molto velocemente. Anche perché i medici hanno organizzato una protesta il 31 agosto minacciando di riprendere gli scioperi se non veniva dato loro qualcosa di più delle briciole che erano state concesse in primavera.
Ma nell’attesa, c’è un altro pericolo oltre alla repressione e le vaghe illusioni su Sissi, che incombe sugli operai.
I Fratelli Musulmani in agguato per tentare di recuperare un movimento sociale ancora privo di direzione politica
La politica dei Fratelli Musulmani sembra stia cambiando in questo mese di settembre. La mancanza di direzione politica operaia a sinistra assieme alla continuazione delle lotte, ma da parte di settori meno coscienti, potrebbe esserne la causa.
Finora i dirigenti della Fratellanza avevano fatto il possibile per risparmiare i loro membri dalle pressioni popolari che erano loro ostili dopo che Morsi si era proposto come fautore di una politica di austerità anti-operaia provocando l’odio nei suoi confronti. Avevano perciò centrato i loro appelli costanti a manifestare sulla difesa dell’islam o della legittimità del potere di Morsi. Oggi, questi due aspetti tendono ad essere sostituiti dalla fine di agosto e primi di settembre da rivendicazioni di tipo più sociale contro l’aumento dei prezzi e le interruzioni di corrente elettrica. C’è persino stato il 7 settembre un appello ad uno sciopero generale dei lavoratori, a una “insurrezione dei poveri” e a una “rivoluzione della fame”. Il 9 settembre è comparso un movimento, “Dank”, sconosciuto, i cui portavoce si presentano mascherati, ma che viene attribuito generalmente ai Fratelli Musulmani, che ha chiamato ovunque a manifestare per la giustizia sociale, contro l’aumento dei prezzi, il deterioramento dei servizi e per una rivoluzione dei poveri.
Questa evoluzione dipende forse dal ringiovanimento dei quadri della Fratellanza a causa dei massicci arresti dei suoi dirigenti e attivisti. Nei mesi precedenti si era già notato uno spostamento simile nelle manifestazioni dei Fratelli Musulmani. Le famiglie degli studenti dei Fratelli Musulmani erano divenuti il centro della loro mobilitazione al posto dei vecchi attivisti, diffondendo da allora le loro rivendicazioni, vale a dire dalla libertà nelle università alla liberazione di tutti i prigionieri. L’attuale evoluzione potrebbe riguardare solo una parte dei Fratelli ma si vede bene che è anche il prodotto di una logica sociale.
Un aneddoto forse significativo, il 16 settembre la stampa ha riferito dell’arresto a Ismailia di quattro giovani dai 19 ai 24 anni, che seguivano dei poliziotti fino a casa loro quando finivano di lavorare e poi incendiavano le loro macchine fuori dalle loro abitazioni. Secondo la stampa questi giovani erano membri presunti di un gruppo di Fratelli Musulmani, chiamati … “Che Guevara”. Non si può sapere se si tratta di una falsificazione da parte della polizia e della stampa affinché nella mente delle persone il movimento rivoluzionario venga identificato con il terrorismo, ma bisogna tener presente che in un paese di 87 milioni di abitanti (più di 6 milioni sono all’estero) con un tasso di crescita del 2,5% all’anno, ogni anno ci sono 2 milioni di giovani in più che possono risvegliarsi alla vita politica senza aver vissuto coscientemente il passato e neppure conosciuto Morsi al potere.
Per ora sembra che i Fratelli Musulmani siano ancora lungi dall’aver ritrovato la fiducia e il sostegno della popolazione. Anche perché quasi tutti ricordano bene la politica anti-operaia di Morsi quando era al governo e la violenza dei Fratelli contro la rivoluzione nei giorni seguenti il 30 giugno. E poi, ancora, c’è oggi in Egitto un terrorismo islamista reale derivato dalla guerra in corso in Sinai tra le forze armate e le tribù beduine associate ai jihadisti (il movimento più influente dei quali si è appena unito a Daech). Questo terrorismo è mal visto dagli egiziani perché colpisce alla cieca tutti e chiunque … E il governo l’attribuisce ai Fratelli Musulmani. Infine gli scioperi attuali si concentrano nelle regioni dove ci sono state la maggior parte delle lotte contro Morsi nel 2012-2013.
Tuttavia nel cambiamento politico della Fratellanza si vede che essa potrebbe attestarsi positivamente per tentare di recuperare il movimento sociale che i dirigenti sindacali e politici nasseriani e di sinistra hanno abbandonato o tradito e che non interessa il movimento democratico rivoluzionario. Soprattutto se tarda ad arrivare il cambio della guardia a sinistra.
Sicuramente c’è sempre meno gente alle manifestazioni più che settimanali dei Fratelli Musulmani. Nondimeno non sono cessate, malgrado la violenta repressione dopo il colpo di Stato di Sissi del 3 luglio 2013. Se ne sono contate 414 in agosto. Non è cosa da poco. Anche se è difficile sapere esattamente in cosa consistano dato che la stampa di regime sopravvaluta sistematicamente queste manifestazioni per meglio accrescere il timore del terrorismo e giustificare gli attacchi a tutte le libertà.
Ma non ci stupiremmo, malgrado la realtà di una repressione sempre presente e la demagogia dello Stato contro il terrorismo islamista, se sta iniziando, o se addirittura non è già in atto, un certo giochetto con queste manifestazioni.
Da un lato, il potere ha bisogno di questo nemico per giustificare la continuazione della sua politica anti-terrorista. E dall’altro, ce ne sarà bisogno anche, come nel passato, per canalizzare la contestazione sociale se questa dovesse svilupparsi, dato che la sinistra ha probabilmente esaurito parte della propria influenza e potrebbe essere sorpassata da nuovi dirigenti più radicali.
I Fratelli Musulmani potrebbero allora negoziare con il potere la loro capacità di sviare questa collera sociale. E se questo non viene già fatto in segreto con il potere, cosa che potrebbe in parte spiegare l’aggiornamento indefinito delle legislative, è in ogni caso nel loro spirito.
Si vede la posta in gioco di un rapido risveglio di una nuova generazione politica operaia e rivoluzionaria a sinistra. C’è un cambio di marcia.
È il motivo per cui, anche da lontano, quello che noi diciamo può avere un ruolo, seppur minimo, in questo risveglio. Affermare la propria solidarietà, tenere alta la bandiera di un programma socialista rivoluzionario internazionalista è certamente necessario.
Ma più concretamente si può anche affermare che qualsiasi politica rivoluzionaria indipendente non può che avere come punto di partenza che l’espressione di quello che pensano e sentono gli sfruttati, cominciando magari, da parte nostra, a descrivere questo movimento operaio, le sue aspirazioni, i suoi bisogni e la sua coscienza, e facendolo anche casa nostra.