28.1.13

M.Basso - Imperialismi in leasing

Francia e Inghilterra, grandi potenze dell'inizio del secolo scorso, sono percorse da furori guerrieri. Ad esse si aggiunge l'imperialismo italiano, che, come il cuculo, cerca di inserirsi nelle guerre altrui.
La guerra libica, tuttavia, ha dimostrato che Francia e Inghilterra (e a maggior ragione l'Italia), pur unendo le loro forze, non sono state in grado di condurre fino in fondo una guerra contro un paese di pochi milioni di abitanti senza l'appoggio USA. E questo in una zona d'interesse vitale per i tre imperialismi.

Cameron sogna di ripetere il successo della Thatcher nella guerra delle Falkland–Malvinas, ma è improbabile che Obama voglia aprire un altro fronte in America latina e tutto si risolve in chiassose proclamazioni nazionaliste.
Anche al tempo della guerra delle Falkland-Malvinas il supporto americano fu indispensabile, perché la Gran Bretagna aveva smantellato gran parte delle sue portaerei. La Nato le assegnava il compito prevalente di combattere i sommergibili della flotta nord dell'URSS. La Gran Bretagna rinunciava al sogno dell'impero e accettava una forma di subordinazione agli USA, che mantenevano uno schieramento globale, una soluzione calcolata e giustificata, almeno sulla carta, dalle esigenze Nato. Si trattava di un adeguamento dello schieramento militare alle possibilità economiche dell'Inghilterra. La guerra con l'Argentina interruppe tali sviluppi, risvegliando velleità imperiali. Oggi, le ambizioni del governo inglese vanno al di là delle sue possibilità reali.

In Francia, sull'intervento in Mali si è formata un'union sacrée che va dalla destra di Le Pen al PCF e all'Union de Gauche. Sarkohollande non ha preoccupazioni di autonomia, chiede fin dall'inizio l'appoggio USA e l'invio di droni.
La Francia potrà anche occupare zone importanti dal punto di vista strategico e minerario, ma dovrà sempre dividere le spoglie col padrone americano. Si tratta di un imperialismo in leasing, come quello inglese, per non parlare dell'Italia. Per ora, gli Stati Uniti mettono a disposizione tre aerei per il trasporto truppe, e pare che abbiano chiesto il pagamento del servizio (Manifesto, 24-1 2013).

L'aiuto americano, dunque, costerà caro, l'appoggio logistico, i rifornimenti di armi e di droni peseranno sul bilancio francese. Gli USA hanno sempre guadagnato tutte le volte che l'Europa era in guerra.

L'Italia mette a disposizione 2 aerei e una o più basi aeree. Ci stanno portando ancora una volta in guerra e gran parte dell'opinione pubblica neppure se ne accorge. Come il solito ci racconteranno che questi aerei svolgono una funzione solo di avvistamento e ricognizione. Come in Libia? Ma un giornale della borghesia, Il Sole 24 ore ha confermato che si trattava di una spudorata menzogna e che i bombardamenti ci sono stati.(1) La cosa più probabile e che, come in Libia, l'Italia finisca col pagarne le spese senza avere i vantaggi sperati. La nostra classe dirigente non impara nulla, neanche dalle esperienze più chiare.
Le menzogne non hanno fine: il ministro Terzi ha giustificato l'intervento d'urgenza con la necessità di offrire “supporto logistico” all’azione militare francese in Mali. E ha dichiarato che non ci sarà alcuno spiegamento di forze. Ma un articolo di Carmine Gazzanni lo sbugiarda. Urgenza? Il decreto, approvato il 16 gennaio fu presentato a dicembre, assai prima dell'intervento francese, con un finanziamento di circa due milioni di euro per “iniziative per il Mali” nel teatro operativo”. E dalla scheda tecnica sembra previsto l'uso di militari.(2)

Un'altra considerazione: quando gli Stati Uniti avevano un'economia in pieno sviluppo, i paesi vinti e occupati, grazie allo sfruttamento della forza lavoro e agli investimenti americani, avevano un grande sviluppo. Si pensi ai boom di Giappone, Germania, Italia. Oggi, in piena crisi, i paesi occupati sono lasciati in completa devastazione, in preda a bande e a signori della guerra. La Nato è il principale fattore di instabilità politico-militare a livello mondiale.
Inoltre si estende di continuo l'area della guerra: Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, Gaza, Yemen, Somalia, Libia, Mali... Prima o poi arriverà nelle metropoli. Non si può portare di continuo la guerra e la devastazione in altri paesi e sperare di rimanere fuori dal caos.
La Francia è il paese imperialista europeo momentaneamente più coinvolto. Solo piccole minoranze hanno saputo mantenere posizioni internazionaliste e denunciare il carattere imperialista della guerra.

I compagni francesi possono trovare nel loro passato grandi esempi di opposizione alla guerra, anche se non necessariamente marxisti ortodossi. “Monatte... uno dei redattort di “La Vie Ouvrière”, periodico sindacale - scrive Trotsky - neppure per un istante si orientò verso una conciliazione con il militarismo e con lo stato borghese... Rosmer che apparteneva anche lui alla scuola anarco-sindacalista, ma, come dimostrarono gli avvenimenti, era già molto più vicino al marxismo dei guesdisti.”
La collaborazione tra i gruppi che pubblicavanoo “Nasce Slovo” e “Vie Ouvrière” durò fino alla partenza dei russi nel 1917. Bourderon, segretario della federazione dei bottai, il giornalista Guilbeaux, il socialista Loriot, Rosmer, Martov e Trotsky si incontravano regolarmente. Con questo piccolo gruppo di sindacalisti e socialisti francesi e di esuli russi stabilirono un contatto il deputato socialista Morgari e lo svizzero Robert Grimm, per preparare la conferenza di Zimmerwald.(3)

Ovviamente la situazione attuale è inconfrontabile con quella della Iª guerra mondiale, ma è sempre utile studiare le grandi lotte del passato. Dimostrano che anche gruppi piccoli possono avere grande rilievo, se le loro posizioni coincidono con gli interessi storici del proletariato.

Cosa possiamo fare qui in Italia? Denunciare senza mezzi termini i complici dei militaristi. Per esempio lo sciovinismo “bonario” di Bersani. Secondo il Consiglio di sicurezza dell'Onu, dall'Africa subsahariana passa un ingente traffico di droga, Bersani ne conclude: “Non possiamo accettare di lasciare il mondo in mano a criminali”. Con tale criterio, bisognerebbe invadere il Messico e la Colombia, il Kosovo, il Montenegro... E se si tratta di combattere il crimine, perché non cominciare da casa nostra, visto che quanto a criminalità organizzata non siamo secondi a nessuno?

Michele Basso
24 gennaio 2013

Note

1. Gianandrea Gaiani, “Il generale Bernardis: le notizie sui raid italiani in Libia furono censurate dal Governo Berlusconi, Notizie > Italia, Il Sole 24 ore, 29 novembre 2012
2. “Leggiamo l’articolo 1, comma 17 del decreto: “È autorizzata, a decorrere dal 1º gennaio 2013 e fino al 30 settembre 2013, la spesa di euro 1.900.524 per la partecipazione di personale militare alla missione dell’Unione europea denominata EUCAP Sahel Niger, di cui alla decisione 2012/392/PESC del Consiglio del 16 luglio 2012, e alle iniziative dell’Unione europea per il Mali”. Chiaro. Lampante. Poco meno di due milioni di euro anche per “iniziative dell’Unione europea per il Mali”. Ma di quale iniziativa stiamo parlando? Della stessa intrapresa dalla Francia. La decisione di Hollande, infatti, si inserisce all’interno dell’operazione EUTM, in concertazione proprio con l’Unione Europea. La stessa operazione tirata in ballo anche nel testo governativo.
La conclusione del discorso, a questo punto, è più che chiara: sono ben due i milioni di euro con cui il governo italiano ha previsto un intervento in Mali prima ancora dell’attacco francese nella sua ex colonia (risalente al 13 gennaio). Il motivo? Rimane oscuro.”Carmine Gazzanni, “L'Italia in guerra: Monti ha stanziato 2 milioni per “iniziative in Mali”. Previsto l'uso di militari.” inchieste Italia, Infiltrato, 18 gennaio 2013.
3. Trotsky, “La mia vita”.

Cambio,Boca Floja,HacheST - People


Cogliere l'occasione!

Sfruttare la convenienza strategica proletaria dentro la crisi.
CRISI-RIPRESA-RIVOLUZIONE:UNA DINAMICA POSSIBILE?
Il proletariato paga ogni crisi capitalista.
Con la guerra, o con i sacrifici.
Con i morti, o con l’aumento dello sfruttamento.
Questo vale in assoluto, in tutte le epoche, fino all’ultima attuale crisi internazionale.
Questo vale in tutto il mondo, come vale in Europa, dove ad un’Europa che cerca di approfittare della crisi per rilanciare ed accelerare il proprio processo di compattamento continentale, non corrisponde un’adeguata risposta di resistenza e ritirata ordinata operaia.
A fronte di questa inadeguatezza di classe, scontiamo tutti i tentativi di “superare l’ostacolo” della passività nell’affermarsi di “teorie” ed atteggiamenti oscillanti tra i tifosi di un rinnovato capitalismo di stato ( magari a rimorchio della gauche Hollandiana ), ai movimentismi-nazionalisti che non “vogliono pagare il debito”, fino alle strabiche novità del “benecomunismo”.
Tutte queste “risposte” hanno in comune il tentativo di “ridurre il danno”, nell’illusione di ritardare, o frenare, gli effetti della crisi ed il fatto che questa venga scaricata per intero sul proletariato.
Da qui, anche grazie all’appoggio interessato di gruppi e lobby localistiche e regionali, si sviluppano le ideologie della “fuoriuscita dall’Euro” o, addirittura, di contrapposizione tra aree mediterranee e direttorio Franco-Italo-Tedesco.
Noi pensiamo che, seppure tra frenate ed accelerazioni, stop and go, contrasti e “cooperazioni rafforzate”, il processo verso gli Stati Uniti D’Europa sia un processo dettato dalla necessità di una adeguata competizione continentale con gli altri giganti economici in campo già prima, ma soprattutto dopo la crisi.
A questa realtà ogni giorno piu’ verificabile non possiamo piu’ opporre una inutile marcia indietro, ma, al contrario, cercare di comprendere e sfruttare quegli elementi strategicamente convenienti al proletariato che, dialetticamente, anche in questa situazione si producono.
Insomma, la storia va avanti, e dentro questa dobbiamo cogliere il “movimento reale che supera lo stato di cose presenti”.
E oggi, qual è il movimento reale che supera lo stato di cose presenti?
Noi pensiamo che questo movimento stia dentro il processo di planetizzazione capitalista, cioè dell’estensione del modo di produzione capitalistico a tutto il pianeta terra.
E’ certo un processo che sta provocando drammi e tragedie, guerre locali ed erosione economica, ma anche la nascita e l’allenamento alla lotta ed allo sciopero di nuovi, giganteschi, comparti di classe ai 4 poli del mondo.
Lotte certo frammentate ed orfane di una organizzazione internazionale ed internazionalista, ma lotte reali, che esistono, e che sono destinate alla generalizzazione.
Ma, al di la delle spesso eroiche resistenze sindacali, il processo della mondializzazione capitalista contiene 3 elementi universalmente validi a noi strategicamente favorevoli.
1°) La diffusione internazionale della condizione proletaria ( 300 milioni di salariati nel 1950, 1 miliardo nel 1990, 1 miliardo e mezzo nel 2005, circa 2 miliardi oggi ).
2°) La concentrazione proletaria nella città-metropoli ( 700 milioni di cittadini nel 1950, 2,8 miliardi nel 2000, 3,5 miliardi oggi ).
3° ) La contaminazione migratoria del proletariato, che unisce ed allena le attuali generazioni operaie alla comunanza materiale, lavorativa, di lotta e di organizzazione.
Certo, questi sono “solo” dati oggettivi che, da soli, senza cioè la comprensione degli stessi e l’intervento sulle inevitabili contraddizioni che produrranno, possono finire nella barbarie della guerra imperialista, a produrre la vecchia dicotomia distruzione-ricostruzione-riavvio del ciclo capitalista.
Ma sono dei dati concreti, che se dipingono una realtà “conveniente” a livello mondiale, possono essere tradotti, in Europa, in un’altra dialettica situazione favorevole.
Se è vero, come è vero, che il proletariato europeo non ha risposto in maniera adeguata alla crisi, potrebbe essere possibile che, di fronte ad un’accelerazione nella centralizzazione europea, ci sia una maturazione, in un numero consistente di avanguardie operaie, della necessità di una organizzazione di classe che agisca nella contraddizione con un proprio scopo, autonomo ed internazionale.
Uno scopo palese quanto storicamente determinato e temporalmente individuabile nella possibilità, da parte dei padroni europei, una volta superata “pacificamente” la crisi, di individuare e competere, con altri mezzi, anche con le armi!, con gli stessi nemici di oggi, e di arruolare il proletariato europeo in questa nuova conquista armata di merci e mercati.
Arrivare prima!
Arrivare pronti, attrezzati, coscienti ed organizzati a questo appuntamento della storia è la vera risposta adeguata alla crisi, ed agli annunci di un suo prossimo superamento.
Un superamento che non annuncia nulla di buono ad una visione superficiale, ma che lascia spazi di analisi ed intervento per chi sa andare oltre la crosta di un’apparenza troppo spesso di facciata.

Combat/Comunisti per l’Organizzazione di Classe

combat-coc.org

Jah-I-Witness Emcee - Garvey's ghost (the revolution)


De-voti!


De-voti al capitale, alla proprietà, ed al loro buco di culo!
Tanto è vero che da Berlusconi, da Casini a Monti, da Fiore a Grillo a Ingroia, aggiungono il valore aggiunto del nome proprio al “programma” elettorale. 215 liste presentate, un record.
Tanto piu’ record proprio mentre lo stato nazione, insieme a tutti i suoi istituti di rappresentanza e riproduzione sono in profonda crisi di mutazione, pressati come sono dal vincolo Europeo.
Siamo ormai alla clonazione del simbolo e della “significanza” di lista.
Piu’ il parlamentarismo diviene superfluo e privo di decisionalità, piu’ aumentano gli aspiranti parassiti “onorevoli” rappresentanti della terza repubblica borghese.
Tra riciclati, cariatidi ex democristiane, fasciste, staliniste e recuperatori dell’astensionismo pluricolorati, la pletora degli imbonitori aumenta e si moltiplica.
Probabilmente non basterà a recuperare la sfiducia diffusa nella politica delegata, come non basterà l’astensione a cambiare le cose.
Il problema è molto piu’ profondo, e di difficile soluzione.
L’astensionismo può aiutare, ma, da solo, non può bastare.
Occorre un programma, e un’organizzazione che lo persegua.
Con metodo!

Combat – Comunisti per l’Organizzazione di Classe

 fonte: Combat-coc.org

23.11.12

Scuola & capitale: il falso mito della scuola pubblica


La nascita della scuola pubblica deve essere contesualizzata in un periodo economico ben preciso: tra il 1870 ed il 1914 all’indomani di quella che dagli storici viene chiama seconda rivoluzione industriale ed ha come sue caratteristiche proprie,rispetto alla prima l’utilizzo di nuove invenzioni tecniche operate non più dagli stessi imprenditori  o da dilettanti ma da intellettuali professionisti dai primi laureati in chimica, fisica, matematica. Tali invenzioni peraltro vengono utilizzate in settori rimasti esclusi dal boom della prima rivoluzione industriale, settori come le acciaierie, le piattaforme per estrarre materiali chimici ed energia elettrica etc…. settori che diverranno trainanti con lo scoppio della prima guerra mondiale. Ad esempio é solo con l’ invenzione del convertitore Besserman (dall’omonimo inventore) o del forno Martin-Siemens, ossia nuovi strumenti in grado di abbassare sensibilmente i costi della depurazione della ghisa dal carbonio, che la produzione d’acciaio potrà espandere il suo mercato, moltiplicare l’offerta. Vediamo come si crea quindi un primo rapporto fra industria e scuole/università: da un lato i primi ingegneri trovano chiaramente come prima fonte di guadagno la cessione delle invenzioni alle industrie dall’altro la stessa industria sente l’esigenza per il suo espandersi di avere una nuova classe di operai maggiormente formati, appunto per utilizzare i nuovi macchinari,e maggiormente disciplinati per rendere l’azienda più efficente. Da qui l’esigenza di alfabetizzare le masse. Brecht nei frammenti de “la Contraddizione” diceva :”L’introduzione della moderna scuola dell’obbligo non ebbe luogo perché i ceti dominati dell’epoca, mossi da motivazioni ideali, volessero rendere un servizio alla ragione, ma perché la capacità intellettuale dei più vasti strati della popolazione doveva essere elevata per servire l’industria moderna. Se la capacità intellettuale degli occupati venisse eccessivamente compressa, l’industria stessa non potrebbe venire salvaguardata. Perciò quella capacità intellettuale non può essere compressa più di tanto, per quanti per altri versi ciò possa apparire desiderabile ai ceti dominanti. Con gli analfabeti non si può fare la guerra. Siccome la quantità della ragione necessaria non dipende da una decisione dei ceti dominanti, non è parimenti possibile trasformare questa quantità di ragione — necessaria e quindi comunque garantita — nella qualità che sarebbe gradita ai ceti dominanti”. Non a caso dunque la scuola obbligatoria si è per prima formata nei paesi con alto tasso d’urbanizzazione ed industrializzazione come Gran Bretagna, Francia e Germania. Non a caso le resistenze in Italia alla legge Casati del 1859 (con la quale appunto veniva introdotta la scuola obbligatoria) vennero vinte con due principali motivazioni: la prima è che la condotta delle classi più povere, spesso soggette a forti sradicamenti territoriali a causa dell’emigrazione, è controproduttiva a qualunque impiego e per rabbonirli è necessario dargli un luogo come la scuola dove identificarsi. La seconda è che individui più istruiti possono essere anche lavoratori più efficenti. Inoltre l’immobilità sociale viene comunque tutelata: le classi più abbienti possono comunque o mandare i loro figli alle scuole private dalle quali esce la classe dirigente o farli accedere ai “curricula” classica altamente qualificati e selettivi; infatti la maggior parte dei figli delle classe operaia accedevano ai curricula professionali dai quali tutt’al più si formava l’aristocrazia operaia o i cosiddetti colletti bianchi. Per quanto concerne l’università anche questa è stata concepita totalmente in relazione alle nuove esigenze industriali, rispondendo dunque alle esigenze del mercato del lavoro: oltre infatti ad operai qualificati ed a impiegati servono anche ingegneri, chimici ma anche avvocati e notai e giuristi che rendano più dinamico il sistema giurisprudenziale per renderlo armonioso con le nuove transazioni commerciali sempre più complesse. Vediamo come con il passare del tempo la scuola pubblica ha svolto nel migliore dei modi il compito per il quale è stata istituita: dal ruolo chiave che ha avuto nella nazionalizzazione delle masse all’indomani dell’ unità d’Italia, alla lode al re, al fascismo ed oggi come principale mezzo per sfornare menti da impiegare nel sistema del capitale ( quale scuola pubblica od università non ha organizzato meeting con associazioni di giovani industriali, le più “fortunate” con delegati stessi di confindustria ?).
E’ per questo che la nostra lotta non si può fermare alla richiesta di una scuola pubblica migliore perchè nel contesto in cui tale richiesta si è creata e per che cosa è stata creata, non può esistere una scuola pubblica interclassista o realmente paritaria finchè esisteranno ancora le classi finchè dunque non si sarà abbattuto il modo di produzione attuale: il capitalismo. Di conseguenza la prima illusione da smentire è anche questa: che un nuovo governo possa salvarci la vita come se solo la riforma Gelmini fosse stata la colpa di tutti i mali. é dunque opportuno fare in questa sede un’analisi delle riforme della scuola che si sono susseguite negli ultimi 10 anni..
La prima è la Riforma Berlinguer-Bassanini che appunto si è basata su tre testi di legge: il primo la riorganizzazione delle scuole, il secondo sul ddl sull’autonomia e il terzo sull’accordo sul lavoro del 24 settembre 1996 dove troviamo schierati Confindustria,Cgl,Cisl,Uil. Trattando i principali punti in primo luogo è una riforma che di pari passo con la Finanziaria prevedeva di tagliare alla scuola 4800 miliardi di lire in tre anni .Si istituiva inoltre il 5 anno di materna obbligatorio senza peraltro specificare come questo sarebbe stato finanziato… (probabilmente ci si affidava alle materne private) e non trattando per nulla il problema degli asili nido ai quali in Italia si ha accesso solo su domanda individuale e non come servizio gratuito (la maggior parte dei nidi sono privati). Ma la prima apertura al campo dei privati non si ha solo nella scuola per l’infanzia, questa avviene in maniera incisiva e più subdola anche nelle scuole secondarie per la formazione professionale ove con la scusa di ridurre gli indirizzi da 11 a 5 si istituiscono curricula personalizzati dove hanno ampio spazio d’azione i CFP (corsi di formazione professionale) e le non specificate, nel lessico vago della riforma, “agenzie di formazione” . Si ha dunque di forza l’entrata della fabbrica nella scuola, con tutto il suo carico di sfruttamento reso più pesante dai contratti d’apprendistato che poco assicurano e poco garantiscono. Chiaramente per siglare accordi con le varie agenzie la scuola si deve presentare come un organo autonomo; a questo punto si inserisce  l’”utilità” del ddl sull’autonomia, che attribuisce ad ogni scuola ampia libertà d’azione sia per quello che riguarda la gestione degli appalti per l’edilizia interna, sia per poter contrattare con i vari organismi sul territorio e che incide anche sulla struttura stessa della scuola che si costituisce come azienda con a capo “un manager” (il preside d’istituto) il cui compito è quello di ottimizzare il profitto degli studenti ed un comitato a lui sottoposto d’insegnanti. Leggendo il testo della riforma Moratti, ritoviamo alcune delle parole chiave più significative della precedente riforma che vengono ricalcate dal nuovo ministro con soluzioni maggiormente drastiche: rimane l’autonomia delle istituzioni scolastiche e si fanno più netti i confini dell’”accordo sul lavoro” si parla ora di vere e proprie convenzioni con le camere di commercio,le piccole industrie d’artigianato, di stabilire accordi con i sindacati dei datori di lavoro per decidere in concerto i termini dei contratti d’apprendistato, si stabilisce che il governo deve finanziare il percorso di alternativa-lavoro e sovvenzionare le imprese private, con cui le scuole fanno accordi, appunto perchè luoghi di formazione dello studente. I crediti non vengono più assegnati dagli insegnanti ma sarà lo stesso profitto dell’allievo sul luogo di lavoro a determinarli segnando una maggiore dipendenza, oltre che rispettarli, dai vari contratti sotto pena di bocciatura.
Combat
rossagioventu@googlegroups.com

Solidarietà e autorganizzazione - assemblea ogni mercoledi


Un altro ennesimo record negativo è stato raggiunto in Italia: 2.774.000 disoccupati sono i crudi numeri registrati dall'ISTAT (Settembre), 62.000 posti di lavoro sono andati persi.
Analizzando più a fondo questo dato ne emerge un altro: la disoccupazione giovanile ha superato il 35 %.
Mentre la situazione è in continuo peggioramento, tutto il baraccone politico  dall'alto dei suoi palazzi e con i suoi stipendi d'oro sponsorizza come unica soluzione il solito inganno elettorale.
Questo sistema non può essere migliorato e nessuna riforma potrà farlo apparire "più umano": le basi stesse su cui poggia stabiliscono che ci sarà sempre una classe che dominerà su un'altra.
La precarietà continua che il capitalismo riserva per tutti i salariati ci mette nelle condizioni di dover essere continuamente preparati, in qualsiasi momento,  a dover cambiare radicalmente la nostra vita piegata alle esigenze della produzione.
Iniziamo col cercare assieme una risposta ai pensieri e alle emozioni che proviamo e che ci fanno passare notti insonni quando siamo alle prese con disoccupazione, precarietà e con la prepotenza padronale.
Autorganizzazione e solidarietà tra sfruttati è quello che possiamo costruire sin da subito iniziando a lottare per aumentare consapevolezza contro questo sistema e le condizioni nelle quali vuole continuare a relegarci.

Assemblea ogni mercoledi h 20 

C/O Tensione - Via Canevari 338